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Roma, 25.02.11
Quasi 70 mila posti di lavoro in più nel primo semestre
2010
Osservatorio su lavoro e
fiscalità: si conferma la tenuta dell'occupazione nei servizi
Ancora
in crescita la disoccupazione potenziale (disoccupati ufficiali più lavoratori
in cassa integrazione e scoraggiati) passata dall’8% del 2008 a quasi l’11%
della fine del 2010; permane l’accentuato dualismo delle dinamiche
occupazionali tra Centro-Nord e Mezzogiorno (al Sud l’occupazione non è
cresciuta nemmeno nel periodo pre-crisi); disoccupazione giovanile ai massimi
(29% a dicembre 2010) e con andamenti nel tempo poco “virtuosi” (cala poco nei
periodi di riduzione, cresce molto nei periodi di aumento). Quello della
disoccupazione, nelle sue varie sfaccettature, si conferma, dunque, come un
problema strutturale che evidenzia, da un lato, la necessità di porre
l’istruzione e la formazione tra le priorità della politica economica con
l’obiettivo di valorizzare il sistema di creazione di capitale umano
qualificato; dall’altro, l’opportunità di ripartire dal comparto dei servizi di
mercato, aumentandone la produttività, perché proprio questo è il settore che
ha garantito la maggiore tenuta occupazionale assorbendo manodopera o cedendo
solo minime quote di occupazione (quasi 70 mila occupati in più nel primo
semestre 2010). Sul versante del fisco, rapportando l’attuale livello di
pressione fiscale del nostro Paese (ormai stabile intorno al 43% dal 2007) con
la cronica ed accentuata inefficienza della spesa pubblica, si ottiene un diverso
valore della pressione fiscale (51%, circa il doppio, ad esempio, di Stati
Uniti e Giappone) che, a parità di performance pubblica, colloca l’Italia al
primo posto tra i principali paesi al mondo per carico fiscale comparabile.
Insomma, per avviare la nostra economia lungo un percorso di crescita più
robusta occorre passare dall’equazione “troppe tasse e poco lavoro” a quella
del “più lavoro e meno tasse” valorizzando, in particolare, le potenzialità del
comparto dei servizi di mercato e avviando processi di riduzione e
riqualificazione della spesa pubblica: questa, in sintesi, la “ricetta”
contenuta nel rapporto “Economia, lavoro e fiscalità nel terziario di mercato”
realizzato dall’Ufficio Studi Confcommercio.
L’occupazione
La
dinamica occupazionale in Italia mostra di recente qualche segnale positivo che
sarebbe gravemente scorretto ignorare: da settembre il numero di occupati
cresce costantemente, salvo una riduzione trascurabile, nei dati provvisori,
proprio in dicembre. Sostanzialmente appare riassorbita la terza ondata di
riduzione di occupati, cioè quella che va da agosto 2009 ad agosto 2010. Il
problema è che le due ondate di riduzione più importanti, quella del 2008 e la
seconda relativa al 2009, a questi ritmi di ripresa difficilmente saranno recuperate
in tempi brevi. Inoltre, incombono tre questioni rilevanti:
-
la
prima riguarda la dimensione della disoccupazione potenziale, comprendente i
lavoratori in cassa integrazione e gli scoraggiati che affluiranno
probabilisticamente in tempi brevi tra i disoccupati. Prima di avere una
crescita occupazionale apprezzabile è verosimile si debba attendere infatti un
riassorbimento della cassa integrazione guadagni (Cig) e una stabilizzazione o
riduzione significativa del numero di scoraggiati. Gli ultimi dati sulle nuove
richieste di cassa integrazione sembrano confortanti; anche il numero di
scoraggiati è largamente inferiore a quello registrato nella media del 2009.
Tuttavia, nei primi nove mesi del 2010 i lavoratori equivalenti in Cig sono
stati quasi 3,5 volte quelli del 2008. il tasso di disoccupazione esteso appare
complessivamente crescente senza soluzione di continuità dal 2008 alla fine del
2010.
-
la
seconda questione, molto più grave della prima, riguarda le differenze
territoriali nel mercato del lavoro. Limitandosi a grandi aggregati
ripartizionali la fig. A fornisce inequivocabili segnali di radicale dualismo
nella dinamica degli occupati tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Il Centro-Nord
esprime riduzioni e sviluppi di occupazione temporalmente coerenti con le fasi
del ciclo e con oscillazioni smussate rispetto all’ampiezza del ciclo stesso.
Il Mezzogiorno presenta due tendenze: stazionarietà nei periodi di espansione
(2006-2007) e riduzione dell’occupazione nei periodi di crisi. Inoltre, non si
vede la stabilizzazione che pare scorgersi nel resto del Paese. E’ giusto
domandarsi cosa potrà cambiare nel futuro prossimo, dopo una recessione
profonda, per far tornare a crescere l’occupazione nel Mezzogiorno, occupazione
che non è cresciuta neppure nel periodo pre-crisi.
dati
trimestrali destagionalizzati in migliaia di unità
Fonte:
elaborazioni Ufficio Studi Confcommercio su dati Istat.
-
la
terza questione riguarda la disoccupazione giovanile. I dati mensili
destagionalizzati chiariscono che il tasso di disoccupazione complessivo si è
ridotto molto tra il 2004 e il 2007, cioè dall’8,3% circa al 5,8%, in risposta
a una pluralità di cause tra le quali rileva senz’altro una maggiore
flessibilità del mercato del lavoro. Poi la disoccupazione è cresciuta durante
la recessione, superando i massimi pre-crisi (è all’8,6%).
La
disoccupazione giovanile, invece, ha dinamiche molto differenti. All’inizio del
2004 essa era già a livelli molto elevati: su 100 giovani tra 15 e 24 anni che
lavoravano o cercavano lavoro (le forze di lavoro in quella fascia di età), 23
erano disoccupati. Successivamente, fino al 2007, la disoccupazione giovanile
diminuisce, in corrispondenza del periodo di relativa crescita ciclica
dell’economia, fino a un tasso del 19,7% nel settembre 2007. Poi ricomincia a
salire rapidamente fino al valore del 29% di dicembre 2011, il massimo assoluto
da quando si dispone di serie storiche mensili (da gennaio 2004). Dunque,
scende poco se scende, cresce molto se sale.
Non c’è
dubbio sul fatto che il Paese è di fronte a un problema strutturale dalla cui
soluzione dipende poi l’effettiva possibilità di sviluppo nel medio periodo.
Education e formazione dovrebbero essere le priorità della politica economica:
la principale infrastruttura che dovrebbe essere valorizzata è il sistema di
creazione di capitale umano qualificato.
Il
ruolo della flessibilità del mercato del lavoro si osserva nelle dinamiche
occupazionali per tipo di contratto - tempo determinato o indeterminato (tab.
A). Nella prima parte del 2009, in piena recessione, il taglio di occupazione
colpisce di più la componente meno protetta, cioè i contratti a tempo
determinato ma in seguito, ai primi spiragli di ripresa, nella prima parte del
2010, senza dubbio questo tipo di contratto contribuisce a recuperare posizioni
lavorative, almeno nei servizi di mercato (+62mila posizioni).
Fonte:
elaborazioni Ufficio Studi Confcommercio su dati Inps.
L’occupazione
e il ruolo dei servizi di mercato
Proprio
i servizi di mercato hanno avuto un ruolo positivo nel ridurre l’ampiezza delle
cadute occupazionali, in Italia come in Europa. Inoltre, l’effetto di
composizione - l’occupazione cala di meno nel terziario - gioca positivamente a
sostegno dell’occupazione femminile, poiché nei servizi di mercato la quota di
occupazione femminile è largamente maggioritaria.
Il
ruolo positivo dei servizi di mercato, quelli, cioè, operanti sostanzialmente
in regime di libera concorrenza, è però ancora notevolmente - e colpevolmente -
sottovalutato. Infatti, da una parte, e per tante ragioni, agricoltura e
manifattura perdono peso in termini di valore aggiunto e di occupazione,
dall’altra, i servizi, nonostante la recessione, limitano i cali complessivi
dell’occupazione acquisendo lavoratori o cedendo marginalmente quote di
occupazione.
Manca
però la cinghia di trasmissione a questo processo: le transizioni scuola verso
lavoro, formazione verso lavoro, lavoro (dai settori tradizionali) verso lavoro
(nei settori terziari o post-terziari) avvengono, nel nostro Paese, in modo
poco organizzato. La formazione è trattata ancora alla stregua di un tema
secondario, nonostante molte dichiarazioni di principio.
L’idea
principale rimane quella di provare a conservare - a tutti i costi, è il caso
di dirlo - vecchi posti di lavoro piuttosto che tras-formare nuovi
lavoratori per nuovi lavori.
La
(debole) ripresa senza occupazione diventa così l’unico esito possibile. La
produttività per occupato nel 2010 è crescente in molti settori, perché
verosimilmente crescono le ore lavorate per addetto. Le ore lavorate, però, non
potranno crescere indefinitamente. La stessa produttività dei lavoratori
all’interno del mercato non potrà crescere senza limite, nelle stesse imprese e
negli stessi settori.
Per
tornare ai livelli occupazionali della prima parte del 2008 bisognerà cogliere
le suggestioni che la crisi propone: cambiare la composizione settoriale del
valore aggiunto spostando il sistema verso i servizi alle imprese e alle
persone e, al contempo, rendere questi servizi più produttivi, in termini di
prodotto medio per occupato e di prodotto netto del capitale investito.
E’ poi
necessario ricordare che, dalle stime della Commissione Europea sul prodotto
potenziale dell’Italia, sembra emergere, come dato ormai acquisito, una
crescita strutturale del tasso naturale di disoccupazione (che implicherebbe
poi una crescita del tasso di disoccupazione effettivo nel medio-lungo
termine). E, quindi, per assorbire una disoccupazione strutturalmente elevata
sarà necessario ricorrere a riforme di tipo strutturale.
L’altro
aspetto dell’equazione perniciosa “meno lavoro e più tasse” riguarda
naturalmente la questione fiscale. Sotto il profilo macroeconomico la pressione
fiscale (tributaria e contributiva) dovrebbe calare moderatamente nel corso del
2010, semplicemente per il venire meno del gettito dell’ultimo condono fiscale,
conteggiato nel numeratore della pressione fiscale alla voce “imposte in conto
capitale”. Dal record assoluto del 43,7% del Pil nell’anno 1997 - vedi alla
voce eurotassa – si è raggiunto un minimo relativo nel corso del 2005
(pressione fiscale al 40,4%) per poi risalire tranquillamente al 43,1% del
2007. Gli anni della grande recessione confermano quest’ultimo livello,
correggendolo marginalmente al rialzo nel 2009 fino al 43,2%. Nel corso del
2010 la pressione fiscale dovrebbe risultare, come detto, in riduzione,
inferiore al 43%.
Ma la
questione fiscale nel nostro Paese ha la sua dimensione più preoccupante nel
fatto che un’elevata pressione fiscale si associa costantemente, e da troppo
tempo, ad una modesta efficacia e ad una ancor meno soddisfacente efficienza
della spesa pubblica.
E’
naturale, pertanto, mettere direttamente a sistema pressione fiscale e indice
di output pubblico, come è stato fatto in tab. B che presenta, appunto, il
rapporto tra pressione fiscale e indice di performance. L’operazione serve per
ponderare la pressione fiscale con qualcosa che la standardizzi rispetto al
risultato in termini di output della spesa pubblica (una sorta di indice di
efficienza della pressione fiscale). Se gli indici considerati dessero
perfettamente conto del risultato dell’operare pubblico, la vera pressione
fiscale confrontabile sarebbe quella della seconda colonna di tab. B e non
quella della prima colonna, quella ufficiale, che rappresenta un mero rapporto
contabile che prescinde da ciò che poi effettivamente si restituisce ai
cittadini in termini di servizi pubblici. Così, un Paese come la Grecia, che ha
la minore pressione fiscale nel gruppo considerato, scala molti posti nella
graduatoria della pressione fiscale in termini di efficienza perché ha un
risultato modesto come indice di performance. Lo stesso dicasi per il
Portogallo, che supera il 45% di pressione fiscale nella metrica “a parità di
performance pubblica”. Svezia e Danimarca, al contrario, scendono di posizione
perché pure avendo un’elevata pressione fiscale contabile presentano ottimi
indici di performance.
Tab.
B - Pressione fiscale (anno 2008) ponderata con l’indice di performance del
settore pubblico: graduatoria decrescente su 17 Paesi
Elaborazioni
Ufficio Studi Confcommercio.
E’ scontato,
in un certo senso, trovare l’Italia al primo posto per pressione fiscale
comparabile a parità di output pubblico. Sarebbe interessante ripetere questi
calcoli a partire dalla pressione fiscale legale, cioè quella contabile
depurata dall’economia sommersa: essa è già superiore al 52% in rapporto al
Pil. Poiché le parziali evidenze empiriche disponibili confermano che la quota
di sommerso in Italia è superiore all’analogo parametro registrato in quasi
tutti gli altri Paesi, facilmente ci troveremmo a concludere che un
cittadino-contribuente in regola in Italia paga per un euro di servizio
pubblico a parità di contenuto una cifra eccezionalmente più elevata rispetto
al costo sostenuto dai cittadini dei Paesi nostri partner internazionali
(certamente il doppio, probabilmente quasi il triplo, dei cittadini dei Paesi
in fondo alla graduatoria di tab. B).
Proprio
per questo colpisce e preoccupa che oggi il dibattito mediatico, seppure
qualificato, si concentri ancora una volta sul versante delle tasse e delle
imposte, piuttosto che su quello della riduzione e riqualificazione della spesa
pubblica. Appare, infatti, piuttosto evidente, anche sotto il profilo empirico,
quanto affermato di recente in un documento della Commissione Europea, nel
quale si chiarisce che “in the long run, the level of government revenue is
largely determinated by the level of government expenditure”. E’ una
conclusione tanto importante quanto trascurata: significa che è necessario
porre il gettito come vincolo alla crescita della spesa pubblica, e non
viceversa. Infatti, nella logica dello spend and tax, prevalente nel
nostro Paese, le manovre sul versante delle imposte e delle tasse sono inutili
perché si configurano come un inseguimento senza speranza nei confronti dei
livelli della spesa pubblica, altrimenti determinati.