Le
Ragioni delle Imprese del Territorio
La
lezione fondamentale della “grande crisi” sta nella necessità di una forte
rivalutazione delle buone ragioni dell’economia reale e del lavoro. Anche nel
nostro Paese e soprattutto nel nostro Paese, queste buone ragioni coincidono
largamente con le ragioni di quel sistema di piccole e medie imprese e di
impresa diffusa, che così profondamente connota i processi di sviluppo
territoriale. Dare risposta a questa esigenza significa costruire opportunità
di crescita, di sviluppo, di coesione sociale e territoriale. Dare risposta a
questa esigenza è una responsabilità condivisa: delle istituzioni e della
politica, delle forze economiche e sociali. Ed è una responsabilità che
avvertiamo anzitutto come nostra: di chi pone al centro della propria missione
di rappresentanza la relazione stretta tra imprese e territori. Il Manifesto
vuole dunque essere il contributo responsabile di un’Italia produttiva che non
si arrende alla paura, consapevole delle difficoltà, nuove e pregresse, che
occorre affrontare e superare per crescere di più e meglio, per costruire
sviluppo e coesione sociale e territoriale.
E’ il
contributo del “popolo del fare impresa” che ha ormai preso le misure del nuovo
scenario competitivo. Lo ha fatto “cambiando pelle” con ristrutturazioni
profonde, silenziose ed anche dolorose. Lo ha fatto dimostrandosi capace di
andare oltre l’economia delle “reti corte”; compiendo la transizione dal
“lavorare per produrre” (simboleggiato dalla catena del valore con al centro il
prodotto) al “produrre per competere” (simboleggiato dalla ragnatela del valore
con al centro il consumatore/cliente); aprendosi alla contaminazione tra la
produzione ed il mondo dei servizi, dell’artigianato, del commercio, delle
reti, del turismo, dell’esperienza e della creatività. Lo ha fatto cercando di
coniugare insieme competizione ed efficienza da un lato, e prossimità e
coesione sociale dall’altro. Senza soggiacere né all’euforia della “new
economy”, né alle suggestioni delle privatizzazioni senza liberalizzazioni e
del primato della finanza. E chiedendo, invece, più credito per l’impresa e per
l’economia reale. Chiedendo al sistema bancario più apertura e lungimiranza;
più collaborazione e più prossimità territoriale.
Questo è il “popolo del fare
impresa” a cui tutti – e non solo noi che particolarmente lo rappresentiamo –
oggi riconoscono una crescente capacità di giocare un ruolo prezioso nel futuro
del Paese, tanto sul piano dello sviluppo economico, quanto sul piano della
dinamica sociale. Un ruolo nutrito dall’impegno al rischio, al lavoro duro, al
merito, alla legittimazione del territorio e delle sue eccellenze, ed aperto ai
grandi temi della modernità: efficienza ed innovazione continuata,
internazionalizzazione e terziarizzazione.
Piccole e medie imprese ed
impresa diffusa sono, dunque, tutt’altro che anomalia o contraddizione,
eccezione o marginalità rispetto alla modernità. In Italia come in Europa.
L’Europa lo ha riconosciuto con lo Small Business Act, fatto proprio
anche dal nostro Paese. Ha cioè riconosciuto la necessità di politiche dedicate
alle PMI come condizione fondamentale per la loro crescita e, in questo modo,
per il loro contributo ad un realistico perseguimento degli obiettivi di
Lisbona, per come riletto – proprio alla luce della “lezione” della crisi e
delle prospettive del dopo-crisi – attraverso le proposte di Europa 2020.
Ma il “pensare anzitutto al piccolo” dello Small Business Act non è né
un anacronistico ripiegamento su orizzonti localistici rispetto allo scenario
difficile ed inquieto della globalizzazione, né l’evocazione di politiche da
“riserva indiana”. E’ invece l’impegno a far sì che, ad ogni livello della
scala dimensionale, le imprese possano ricercare maggiore efficienza e
crescere. Crescere singolarmente ed attraverso aggregazioni di gruppo e di
rete, relazioni di distretto e di filiera. Senza “riserve indiane”: né per le
PMI, né per i “campioni nazionali”.
Questi i principi, i valori
ispiratori di buone politiche per le PMI italiane: la tutela rigorosa della
legalità e della sicurezza e l’efficienza della giustizia contro ogni forma di
criminalità e come fondamentale pre-requisito di crescita e di sviluppo; il
pluralismo imprenditoriale – cioè la vitale compresenza di imprese piccole,
medie e grandi - come esito e come condizione strutturale di democrazia
economica; l’apertura dei mercati e l’attenzione alle ragioni dei consumatori
fondate su una concorrenza a parità di regole; l’impegno per lo sviluppo
territoriale e per una maggiore competitività dell’intero sistema-Paese. Sono i
principi, i valori di un’Italia che – a volte quasi nonostante tutto – mantiene
fortissima la voglia di fare impresa. E’ l’Italia dell’economia reale, che
intende affrontare sino in fondo il problema del rafforzamento della produttività.
Facendo la propria parte e sollecitando l’avanzamento concreto dell’agenda
delle riforme.
Le riforme istituzionali
necessarie per il migliore funzionamento del circuito della decisione politica
ed amministrativa. Le riforme economiche e sociali necessarie per un’Italia più
ambiziosa: per un’Italia che voglia costruirsi un futuro più prospero e più
giusto. I capitoli dell’agenda delle riforme sono, peraltro, notissimi. Qui ed
oggi, ci preme soprattutto ribadire, sul piano del metodo, l’importanza, ai
fini del concreto avanzamento di questa agenda, della ricerca della maggiore
convergenza tra le istituzioni, le forze politiche, le forze economiche e
sociali. E, sul piano del merito, l’importanza – nel quadro del federalismo
istituzionale e fiscale che verrà – della qualità della collaborazione, e di
più della cooperazione, tra funzione pubblica ed iniziativa organizzata dei
privati, anche ai fini di una decisa semplificazione del sistema amministrativo
e della riduzione degli oneri burocratici. Così come della collaborazione, e di
più della cooperazione, tra impresa e lavoro. Sono infatti queste virtuose
“complicità” – tra pubblico e privato, tra impresa e lavoro – ad essere
determinanti, oggi e nel futuro prossimo venturo, per la definizione di una
piattaforma delle regole che sospinga, nel nostro Paese, merito e talento,
innovazione e produttività, crescita e mobilità sociale, competitività e
coesione territoriale.
Regole per il controllo rigoroso
degli andamenti della finanza pubblica e per la riduzione del debito, ma anche
per un sistema di tempi di pagamento più “europei”. Regole per un federalismo
che sia occasione di maggiore produttività della funzione pubblica e della
spesa pubblica, e di riduzione della pressione fiscale complessiva in parallelo
al contrasto e recupero di evasione ed elusione. Regole per un federalismo
pro-competitivo e responsabilmente solidale, e che sia così occasione di
maggiore crescita e sviluppo per l’intero Paese, a partire dal Mezzogiorno.
Regole per il completamento del circuito della flexicurity attraverso la
riforma degli ammortizzatori sociali e la qualità dei processi di formazione
continua, e per una sicurezza sociale responsabilmente e saldamente fondata sul
lavoro, su più lavoro, e che, in questo modo, divenga più inclusiva e
finanziariamente più sostenibile. Regole per la valorizzazione del merito e del
talento: nella scuola e nell’Università come nel mercato del lavoro. Regole per
una piena integrazione tra politica industriale e politica per i servizi, costruita
sulla centralità dell’innovazione e degli investimenti infrastrutturali, sulla
valorizzazione dell’identità italiana e sul ruolo propulsivo della
risorsa-turismo, sulla riduzione del costo dell’energia e sulle nuove
opportunità della green-economy.
Fare avanzare il cantiere delle
riforme, condividere ed applicare queste regole è – ancora una volta – una
responsabilità condivisa. E che richiede, in particolare, la volontà e la
capacità di sottrarre le scelte alla logica della massimizzazione dei ritorni a
breve, alla “dittatura del breve termine”. Per quel che più direttamente ci
riguarda, significa anche andare oltre un modello di rappresentanza degli
interessi delle imprese troppo frammentato: per classi dimensionali, per
logiche settoriali, per anacronistiche appartenenze politiche originarie.
Significa, in positivo, ricomporre questa frammentazione per fare anzitutto
valere il contributo delle imprese del territorio alla coesione ed alla
vitalità collettiva dell’Italia.
Da tempo, lavoriamo insieme. Ed
è stato un lavoro concreto ed importante. Sappiamo, però, che occorre fare di
più e meglio. Di più e meglio per dare voce comune, identità e visibilità,
capacità di rappresentanza e di rappresentazione alle imprese del territorio,
al “popolo del fare impresa”. E’ questa, oggi, la nostra fondamentale
assunzione di responsabilità. Per questo, oggi, pensiamo che sia necessario
aprire una nuova fase. Una fase in cui il nostro lavorare insieme assuma forme
organizzativamente più stabili e strutturate, acquisisca contenuti
programmaticamente più impegnativi, si misuri con obiettivi più ambiziosi.
Quelli necessari per un’Italia che, tutta insieme, voglia crescere di più e
meglio. Per questo, oggi, nasce Rete Imprese Italia.
Questa è, in definitiva, la
nostra ambizione: modernizzare la rappresentanza delle imprese per modernizzare
l’economia e la società italiana. Vogliamo farlo in nome delle buone ragioni
dell’economia reale e del lavoro del nostro Paese. Possiamo farlo, perché
realmente rappresentiamo larga parte di questa economia reale. Dobbiamo farlo,
perché l’Italia tutta – a partire dalle imprese che rappresentiamo – merita un
futuro migliore.