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Per
sette imprese su dieci il patrimonio culturale del nostro Paese rappresenta una
risorsa competitiva non utilizzata in maniera efficiente; otto imprese su dieci
ritengono che gli investimenti destinati alla tutela ed alla valorizzazione dei
beni culturali andrebbero potenziati.
Il 57,9% delle Pmi non
ritiene adeguata la politica nazionale di coordinamento di tutti i soggetti
che, a diverso titolo e con competenze diverse, si occupano dei beni culturali
e del turismo.
In
Italia negli ultimi tre anni il 45,3% delle Pmi ha sostenuto almeno un evento
culturale o ha “investito” in cultura.
Il
49,2% delle imprese è convinto che il mecenatismo dei privati andrebbe
sostenuto con misure di agevolazione fiscale.
Questi in sintesi i dati principali che
emergono dall’indagine su Cultura e Pmi realizzata da Confcommercio in collaborazione
con Format – Ricerche di Mercato.
L’Italia vanta il primo patrimonio
storico, artistico e culturale del mondo.
Sette imprese su dieci (il 67,8%)
ritengono che il nostro patrimonio culturale rappresenti una risorsa
competitiva non sfruttata in maniera efficiente dal nostro sistema-Paese. In
generale, ad essere meno soddisfatte sono le imprese del commercio e quelle del
Nord Est.
Solo per il 24,2% delle imprese il patrimonio
artistico è utilizzato in maniera efficiente, mentre per l’8% il patrimonio
culturale del nostro Paese non rappresenta una risorsa competitiva.
Il 61,3% delle Pmi dei “settori
cultura[1]”
ritiene che il patrimonio artistico sia utilizzato in maniera non efficiente,
mentre il 36,4% sostiene il contrario.
L’81,9% delle imprese ritiene che gli
investimenti pubblici destinati alla tutela ed alla valorizzazione dei beni
culturali andrebbero in ogni caso potenziati, nonostante la difficile situazione economica e la
necessità di rigore nel controllo della finanza pubblica. Le imprese che più
avvertono questa esigenza sono quelle che operano nei settori del commercio e
dei servizi, assai meno le medie
imprese, e gli operatori delle regioni del Nord Est e del Sud Italia.
Anche per le Pmi “settori culturali”
la tendenza è simile (77,3%).
Le risorse pubbliche dovrebbero essere
investite su tre strategie prioritarie:
-
la valorizzazione del sistema museale e dei siti
archeologici (per il 45,9% delle
Pmi e per il 53,0% delle Pmi dei “settori cultura”). Questa idea è prevalente
nelle micro e piccole imprese in tutta Italia, ad eccezione del Nord Est;
-
l’implementazione di tecnologie per l’accessibilità
sulla rete del patrimonio culturale italiano (per il 37,9% delle Pmi e per il
30% delle Pmi dei “settori cultura”);
-
l’organizzazione di grandi eventi ( per il 16,3%
delle Pmi ed il 16,9% delle “imprese culturali”).
L’Italia ha un grande know-how nella
conservazione e nel restauro dei beni culturali. Per il 45,2% delle imprese ed
il 52,8% delle “imprese culturali” il nostro sistema dei beni culturali
dovrebbe aprirsi a nuove competenze manageriali. Questa valutazione è più
accentuata nelle piccole e medie imprese e tra gli operatori del Nord Ovest e
del Centro Italia.
In Italia i centri storici delle città
sono un vero e proprio continuum museale, una sorta di museo diffuso. Per il
71,8% delle imprese e per l’83,9% delle imprese dei “settori cultura” la tutela
dell’identità culturale del territorio non comporta il rischio di
musealizzazione dello stesso e la perdita di vitalità economica.
In Italia si occupano dei beni
culturali e del turismo diversi soggetti (i Comuni, le Province, le Regioni, lo
Stato), ciascuno secondo le proprie competenze e nell’ambito di una politica di
coordinamento nazionale. Il 57,9% delle Pmi ritiene non adeguata la politica di
coordinamento nazionale per i beni culturali ed il turismo, mentre il 42,1% pensa il contrario. Le più
critiche verso le politiche nazionali sono le microimprese e le piccole imprese
dei servizi delle regioni del Centro e, soprattutto, del Mezzogiorno, dove
probabilmente alcune carenze strutturali di sistema del tessuto economico e
produttivo tendono a stemperare gli effetti delle decisioni e delle soluzioni
proposte dal policy maker.
Il 41,4% delle imprese ritiene “molto”
o “abbastanza” utile investire in eventi ed iniziative legate alla cultura nel
contesto locale in cui l’impresa opera (ad esempio finanziando mostre ed eventi
culturali, finanziando la ristrutturazione di un bene pubblico, di un monumento
o di un sito artistico, finanziando il recupero di una biblioteca o di un
archivio, investendo in iniziative legate alla conservazione delle tradizioni
culturali, come antiche feste popolari). In particolare, il 25,5% si aspetta
esclusivamente un beneficio di immagine, il 6,1% si attende esclusivamente un
ritorno economico, il 9% un beneficio in termini di ritorno per il contesto
locale e per il territorio.
Il 30,4% delle Pmi ritiene “poco utili” questi investimenti,
mentre il 28,2% li giudica “per nulla utili”.
Tra le imprese (il 45,3%) che hanno
sostenuto un evento culturale o hanno investito in cultura[2],
il 29,8% ha affermato di aver ottenuto dall’investimento effettuato un ritorno
in termini di immagine; il 7,7% un ritorno in termini economici, il 12,7% un
beneficio per il territorio in cui opera ed interessato dall’investimento
culturale.
Queste percentuali sono superiori
rispetto a quelle aspettative indicate dalle imprese che non hanno ancora
effettuato investimenti in cultura.
Le imprese che più delle altre
ritengono “molto” o “abbastanza” utile investire in eventi ed iniziative legate
alla cultura del contesto locale sono quelle del commercio e dei servizi, e le imprese
del Nord Ovest e del Meridione.
Il 49,2% delle imprese e il 58% delle
imprese dei “settori cultura” credono che il mecenatismo dei privati dovrebbe
essere incentivato fiscalmente. Ad affermarlo sono soprattutto le imprese che
operano nei servizi, le piccole imprese, le imprese del Nord Ovest e del Sud
Italia.
Il “territorio” nel quale le imprese
operano incide sulla vita e sulla competitività delle stesse. Il rapporto tra
le imprese ed il territorio è un aspetto fondamentale per la crescita e lo
sviluppo dell’economia e della società civile, investendo componenti importanti
della cosiddetta “sfera pubblica”.
Il rapporto tra imprese e territorio,
tra esigenze delle imprese ed esigenze del contesto locale nel quale le imprese
operano, viene definito come un rapporto di “antagonismo” dal 16,1% delle
imprese e di “negoziabilità” dal 52,4%. Quindi, il 68,5% delle imprese ha un qualche genere di rapporto con
il contesto locale, ossia “parla” e si confronta con le altre componenti del
territorio, a volte in termini conflittuali, a volte (la maggior parte)
riuscendo a negoziare e contemperare le esigenze e gli interessi di tutti gli
attori del territorio.
Per il 25% delle imprese i rapporti
con il territorio sono improntati ad una sostanziale indifferenza, con una
mancanza di comunicazione tra i diversi soggetti (le imprese stesse, le
associazioni di categoria degli imprenditori e dei lavoratori, gli attori del
governo locale, le banche, ecc.).
L’8% delle Pmi ritiene che il
territorio in cui opera sia un fattore di ostacolo irrimediabile alla propria
crescita. Per il 38,1% si potrebbe intervenire per diminuire gli effetti
negativi della mancanza di comunicazione.
Per il 41,8% delle Pmi il territorio
nel quale risiede rappresenta una opportunità grazie alla forte collaborazione
in atto tra tutti gli attori del territorio, mentre per il 12,1% il territorio
è un vero e proprio punto di forza che contribuisce al loro sviluppo.
Ben il 73,2% delle Pmi ritiene che le
esigenze delle imprese siano considerate “poco” o “per nulla” dagli attori del
Governo locale. Sette imprese ogni dieci, quindi, si sentono trascurate dai
Governi locali, in particolare le imprese del commercio e le microimprese che
operano nelle regioni del Centro Italia e del Sud Italia.
Per il 50% delle Pmi le esigenze delle
imprese non fanno parte del modello di sviluppo locale. Un senso di distacco
manifestato soprattutto dalle piccole e medie imprese del Centro Italia e del
Mezzogiorno.
Un’impresa, oltre a svolgere
un’attività economica, è anche componente del tessuto sociale del territorio a
cui appartiene, rivelandosi un potente fattore di sicurezza sociale e presidio
del territorio. Per il 59,5% delle imprese questa funzione viene riconosciuta
“poco” o “per nulla” nel contesto locale. A sostenerlo sono soprattutto le
imprese di dimensioni più ridotte: le microimprese, ad eccezione di quelle del
Nord Est.
Il 46,9% delle imprese ritiene che la
propria presenza incida “molto” o “abbastanza” sul contesto locale e sul modo
in cui vengono conciliate le esigenze dello sviluppo economico con quelle del
tessuto sociale e civile. Il 53,1% delle Pmi ritiene che la propria presenza
sul territorio incida “poco” o “per nulla”.
Il 41,2% delle Pmi ha un riscontro nel
contesto sociale “molto” o “abbastanza” positivo rispetto alle proprie proposte
o progetti, mentre il 22,8% delle imprese riscontra un atteggiamento “molto” o
“abbastanza negativo”. Il 36% delle imprese non propone, invece, progetti sul
territorio, non svolgendo un’attività economica che consenta, o che
giustifichi, iniziative di questo genere.
[1] Le cosiddette “imprese culturali” sono quelle Pmi che, per attività svolta, prodotti realizzati o servizi offerti possono essere ricollegate a tutto ciò che nel nostro Paese costituisce cultura, patrimonio artistico e ambientale. In particolare, ci riferiamo alle imprese attive nell’ambito di sette settori principali (macrosettori): 1) produzioni di natura industriale e artigiana; 2) industria culturale (editoria, audiovisivi, ecc); 3) architettura ed edilizia di riqualificazione; 4) enogastronomia e produzioni tipiche; 5) beni e attività culturali; 6) turismo e servizi di accoglienza; 7) servizi di trasporto e mobilità sul territorio.
[2] Periodo 2006-2008.