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Il
55% delle Pmi ritiene che il fattore “chiave” della propria competitività siano
le risorse umane, anche se un’impresa su due manifesta delle difficoltà nel
sostenere il costo del personale, giudicato troppo elevato rispetto al
fatturato dell’impresa.
Il
54,5% delle imprese denuncia l’esistenza di fattori che limitano l’efficienza
della propria organizzazione aziendale in merito alle risorse umane. Per quattro imprese su dieci la principale criticità è costituita dalla “sottovalutazione
dei momenti formativi”, che genera inefficienza e difficoltà soprattutto alle
imprese di piccole dimensioni.
Positivo il giudizio delle imprese sulla
formazione del personale con mansioni esecutive (per il 53,9% delle Pmi), dei tecnici o quadri (per il 60,7%) e
per i dirigenti ( 86,1%).
Il 65,8% delle Pmi qualifica le proprie
risorse umane attraverso un percorso formativo svolto nel corso dell’attività
lavorativa. Il 60% delle imprese si dichiara pienamente soddisfatta della
propria attività di formazione, il 33,5%
desidererebbe migliorarla, mentre il 6,5% è insoddisfatta.
Un’impresa su
quattro dispone di personale proveniente da altri paesi dell’Unione europea o
da paesi extra-europei e per tre imprese su dieci la formazione del personale
non italiano è accettabile.
Per oltre il 40% delle imprese a risolvere i problemi di formazione e valorizzazione del capitale umano dovrebbe essere un “soggetto misto” tra pubblico e privato attraverso magari le agenzie formative delle associazioni di categoria degli imprenditori o le agenzie delle Camere di Commercio.
Questi in
sintesi i risultati principali che
emergono dall’indagine su Capitale Umano e Pmi realizzata da Confcommercio in
collaborazione con Format – Ricerche di Mercato.
Pur
con l’attuale congiuntura economica, il 53,6% delle imprese valuta come
accettabile e sostenibile l’impatto del personale sul fatturato della propria
impresa, il 36,9% ha difficoltà, mentre il 9,4% ritiene per nulla sostenibile e
per nulla accettabile tale costo. Nel complesso quasi un’impresa su due
manifesta delle difficoltà nel sostenere il costo del personale, giudicandolo
troppo elevato rispetto al proprio fatturato e in particolare a soffrirne di
più sono le imprese di dimensioni più
piccole (6-9 addetti), del Nord Ovest, dei settori del commercio e del turismo.
Le imprese che al contrario riescono a sopportare meglio il costo del personale
sono quelle di dimensioni più grandi.
Per il 55% delle imprese le risorse umane costituiscono un fattore determinante per la propria organizzazione, che ne determinano il successo o l’insuccesso a seconda del modo con il quale sono gestite. Per il 47,1% delle imprese il personale costituisce la componente fondamentale della capacità competitiva dell’impresa.
Per le
imprese del turismo e dei servizi che operano nel Nord est, le risorse umane
costituiscono un vero e proprio “capitale”, e sono alla base della capacità
competitiva dell’impresa stessa.
Ordinando per importanza i diversi
beni dell’impresa, l’asset al quale le Pmi assegnano il valore maggiore è la
“qualità delle risorse umane” ponendo il capitale umano al primo posto tra i
beni dei quali dispongono, seguono per importanza: l’organizzazione della
produzione, l’organizzazione della vendita, la qualità del management, i beni
strumentali, le tecnologie ed infine l’esperienza produttiva e il marchio.
L’importanza ed il valore del capitale
umano come parte fondamentale del capitale intangibile dell’impresa prevale tra
le medie imprese dei servizi e del manifatturiero, ovunque in Italia.
Per 53,1% delle imprese il
management è una risorsa decisiva della propria organizzazione. Il 68,9% delle
imprese ritiene che tecnici e quadri siano una risorsa importante
dell’organizzazione da gestire con attenzione. La medesima opinione viene
riservata dal 55,5% delle imprese per il personale esecutivo, ovvero per figure
professionali come gli operai, gli impiegati e gli addetti alla vendita o al
magazzino, ecc.
In sintesi un’impresa su due ritiene
che i propri dirigenti costituiscano una risorsa importante, e un’impresa su
tre ritiene che il proprio personale esecutivo (operai, addetti al magazzino,
impiegati addetti alla vendita e
alla produzione, addetti amministrativi, ecc.), i propri tecnici ed i propri
quadri costituiscano una risorsa decisiva per la propria organizzazione.
Il 54,5% delle imprese denuncia l’esistenza
di fattori che limitano l’efficienza della propria organizzazione aziendale per
quanto concerne il personale esecutivo. Il 41,5% denuncia l’esistenza di
fattori che limitano l’efficienza della propria organizzazione per quanto
concerne i tecnici ed i quadri dell’impresa. Il 36,2% denuncia l’esistenza di
fattori che limitano l’efficienza della propria organizzazione aziendale per quanto
concerne il management.
I fattori che limitano l’efficienza
dell’organizzazione di impresa sono:
Quattro imprese su dieci ritengono che la principale criticità sia costituita dalla “sottovalutazione dei momenti formativi”, sulla quale bisognerebbe intervenire per rimuovere le inefficienze delle proprie organizzazioni. La “richiesta di formazione”, la necessità di un atteggiamento nuovo e più attento nei confronti dei momenti formativi in azienda è più accentuata in prevalenza presso le microimprese, che rispetto alle medie, hanno maggiori difficoltà nella formazione e valorizzazione delle competenze del proprio personale. Prevale nelle Pmi del Sud Italia, nel settore dei servizi e del turismo.
Il 55,3% delle imprese valuta la
qualità delle risorse umane neo-assunte (conoscenze e competenze), tramite
l’immissione nella linea commerciale e produttiva con il controllo di personale
esperto. Il 25,6% delle imprese effettua test e prove pratiche. Il 16,5% valuta
il personale appena assunto tramite incontri con professionisti esperti di
risorse umane.
La formazione del
personale “neo assunto”
Il 53,9% delle
imprese giudica positiva la formazione del personale esecutivo e soltanto il
16,4% lo giudica insufficiente. Il 60,7% giudica buona o ottima la formazione
di tecnici e quadri e ben il 31,9% lo giudica insufficiente, mentre l’86,1%
giudica buona o ottima la formazione dei dirigenti e solo il 2,2 %
insufficiente.
Le principali criticità riguardano, quindi, il personale neo assunto che ricopre ruoli tecnici (e quadri) che costituiscono, o che dovrebbero costituire, il tessuto connettivo delle organizzazioni delle imprese. Per tre imprese su dieci queste figure professionali hanno una formazione di base insufficiente o del tutto carente, prima di entrare in azienda. Se da una parte quindi le imprese giudicano in modo soddisfacente la formazione manageriale e la formazione del personale esecutivo, dall’altra denunciano l’insufficienza dell’apparato formativo (scuola, università, ecc.) per il personale tecnico, ovvero il personale destinato a svolgere mansioni intermedie nell’ambito delle organizzazioni aziendali. Le carenze della formazione professionale, l’insufficienza della preparazione tecnica delle risorse umane viene messa in evidenza soprattutto dalle microimprese, dalle imprese del Meridione, e dei servizi.
La qualificazione
delle risorse umane
Il 65,8% delle Pmi qualifica le proprie risorse umane attraverso un percorso formativo svolto “lavorando”, ovvero nel corso dell’attività lavorativa. Dopo pochi mesi si valuta se una persona è adatta o meno al ruolo o alla mansione che dovrebbe svolgere. La “formazione sul campo” delle risorse umane appena assunte per identificarne le reali potenzialità o meno viene operata in prevalenza dalle microimprese del settore dei servizi e del turismo. Le medie imprese, o comunque le imprese di dimensioni più grandi tendono a qualificare le risorse umane utilizzando politiche più strutturate come i centri di formazione privati, esterni all'azienda, o predisponendo una vera e propria “politica per la formazione” interna basata su percorsi formativi specifici per le diverse figure professionali previste dall’organigramma aziendale.
La formazione
effettuata dalle imprese
Il 60%
delle imprese è pienamente soddisfatta della propria attività di formazione. Il
33,5% pur dichiarandosi mediamente
soddisfatta desidererebbe migliorare le proprie politiche per la formazione,
mentre il 6,5% si dichiara apertamente insoddisfatta di come svolge e investe
in formazione.
Le imprese
meno soddisfatte sono quelle del Meridione del commercio e del turismo.
Il 44,4% delle Pmi desidererebbe aggiornare i propri percorsi formativi interni e il 14,8% vorrebbe specializzare alcune delle proprie risorse umane a svolgere il ruolo di formatore.
Soltanto
il 14,9% delle imprese ha sentito parlare di “formazione continua”, un termine
molto tecnico, da specialisti del “mercato del lavoro” il significato profondo
del quale è certamente conosciuto da un numero ben più elevato di imprese.
Il 26,4%
ha intrapreso negli ultimi tre anni iniziative per valorizzare il capitale
umano, in prevalenza imprese del turismo di medie dimensioni.
La maggior parte delle imprese che
hanno valorizzato il capitale umano fornisce una valutazione sostanzialmente
positiva di tali iniziative. Quattro imprese su dieci dichiara che ripeterebbe
tali iniziative. E’ interessante notare tuttavia come quasi cinque imprese su
dieci, pur esprimendo un giudizio positivo sulle iniziative per la
valorizzazione del capitale umano effettuate, ne metta nel contempo in evidenza
il costo estremamente elevato e l’impatto piuttosto oneroso sul piano
organizzativo.
Il 25,7%
delle imprese dispone di personale proveniente da altri paesi dell’Unione
europea o da paesi extra-europei. Più nel dettaglio il 24,2% dispone di
personale proveniente dall’Unione europea a 15, ed il 17,3% di personale
proveniente dai paesi dell’Unione europea a 27. Il 18,1% delle imprese dispone
di personale proveniente da paesi extra-europei.
Il
giudizio delle imprese sulla formazione della manodopera straniera, a parte gli
aspetti linguistici, è sostanzialmente sufficiente o quanto meno non negativo:
il 27,8% giudica la formazione del personale non italiano accettabile, e non
molto diversa da quella del personale italiano; per il 17,3% delle pmi i
lavoratori provenienti da altri paesi hanno conoscenze di base limitate, ma
rispetto ai lavoratori italiani sono più disponibili ad imparare e più
flessibili nell’interpretare i ruoli loro assegnati nell’ambito
dell’organizzazione.
Per il 22,4% delle imprese il soggetto deputato a risolvere i problemi di formazione e valorizzazione del capitale umano dovrebbe essere un “soggetto misto” partecipato dal pubblico e diretto dal mondo dell’impresa privata; per il 20,5% delle Pmi dovrebbero essere le agenzie formative delle associazioni di categoria degli imprenditori. Per il 19% del campione dovrebbe essere un’agenzia pubblica collegata con il mondo universitario e per il 15% dovrebbe essere costituito dalle Camere di commercio.