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Premessa
La
correlazione fra istruzione
e sviluppo è stata quantificata dall’OCSE nel 5% del tasso di crescita a breve
termine e nel 2,5% a lungo termine per ogni anno di innalzamento del livello di
istruzione medio della popolazione.
I ritardi nel percorso di
attuazione dell’Agenda di Lisbona e le indagini (PISA, OCSE, etc.)
condotte sul livello di istruzione
degli studenti italiani rappresentano, pertanto, un segnale di seria
preoccupazione al quale occorre dare risposte concrete ed immediate.
Lo scenario di crisi che ci si
pone drammaticamente davanti richiede, infatti, un forte impegno per la
qualificazione del capitale umano, fattore propulsivo della crescita e dello
sviluppo, indispensabile per le imprese, soprattutto le piccole e medie, al
pari del capitale finanziario.
Scuola e Università: gli interventi
necessari
Merito e concorrenza
E’ necessario affrontare i nodi del sistema dell’istruzione secondaria e
superiore in modo articolato, ponendo in atto interventi a tutto campo:
dall’innalzamento dei livelli di apprendimento, al contrasto dell’abbandono
scolastico, dai rapporti con il territorio, ai percorsi curricolari ed alle autonomie scolastiche.
Ma, soprattutto, occorre che, nella scuola come
nell’Università, siano concretamente premiati il merito e la responsabilità tanto di chi studia, quanto di chi insegna e fa ricerca.
Assicurando così, al nostro Paese, il contributo dei suoi migliori talenti.
Più concorrenza, dunque, perché finanziamenti ed incentivi pubblici premino – sulla
base di una rigorosa ed indipendente valutazione – qualità ed eccellenza dei risultati, attraendo così
domanda di formazione e finanziamenti privati.
La
liberalizzazione delle tasse universitarie, accompagnata da un forte impegno
pubblico/privato per la costruzione di un sistema articolato e su vasta scala
di borse di studio e prestiti per i meritevoli e bisognosi, se improntata a
questi criteri, potrebbe dimostrarsi efficace.
Rapporto scuola-impresa
Occorrono
scelte capaci di rendere fluido e osmotico il rapporto con il mondo delle
imprese e del lavoro, realtà in continua e rapida
evoluzione che richiede professionalità e competenze trasversali, capacità di
adattamento, cultura di base e apertura all’innovazione.
Secondo i
dati dell’ultimo rapporto Excelsior, infatti, i fabbisogni occupazionali delle
imprese del terziario sono relativi a figure tecniche con elevata
specializzazione, praticamente irreperibili sul mercato, se non previa adeguata
formazione on the job.
Non a
caso, da un’indagine realizzata dal principale fondo interprofessionale di
settore (FORTE), è emerso che la maggior parte dei progetti di formazione
continua realizzati dalle imprese sono finalizzati allo sviluppo delle abilità
personali dei lavoratori. Ciò, evidentemente, in risposta ad una inadeguatezza,
riscontrata in modo diffuso, delle competenze di base acquisite in ambito
scolare.
L’istruzione
secondaria a indirizzo tecnico – oggetto di interventi ministeriali non ancora
conclusi – deve, pertanto, abbandonare la connotazione di “istruzione di serie
B” o di ripiego, per assumere
l’importantissima caratteristica di ponte tra il mondo della scuola e quello
del lavoro.
Occorre, inoltre, pervenire ad
un potenziamento del modello dell’alternanza scuola-lavoro nell’istruzione
secondaria ed al riconoscimento di crediti per la formazione svolta presso le imprese ai fini del
conseguimento di titoli di studio universitari, come già accade in Gran Bretagna.
Con
riferimento ai fondi interprofessionali di settore occorre, infine, rendere più
agevole il ricorso da parte delle PMI, il cui tasso di utilizzo -
contrariamente a quanto avviene per le imprese di dimensioni medio-grandi - pur
cominciando ad aumentare in maniera significativa, è ancora lungi dal ritenersi
soddisfacente.
L’innovazione è ormai
universalmente riconosciuta come fattore fondamentale per lo sviluppo e la
competitività delle imprese, in grado di rilanciare e sostenere una crescita
economica che oggi appare molto incerta.
L’ultima rilevazione sulle
attività di innovazione delle imprese italiane, svolta nell’ambito
dell’indagine europea sull’innovazione (Community Innovation Survey - CIS[1])
nel periodo 2004-2006, evidenzia una sostanziale fase di stallo nell’adozione
di innovazioni.
Infatti, rispetto al precedente
periodo (2002-2004) la percentuale delle imprese con almeno 10 addetti che
hanno avviato attività finalizzate allo sviluppo e/o l’introduzione di
innovazioni sul mercato o sul proprio processo produttivo resta invariata al
27,1% del totale.
In particolare le imprese
innovatrici sono state il 36,3% nell’industria in senso stretto, il 17,3% nelle
costruzioni e il 21,3% nei servizi.
L’innovazione va, quindi,
considerata come elemento orizzontale per tutti i settori economici,
soprattutto in un’economia aperta e globalizzata, dove è necessaria la giusta
integrazione e comunicazione tra attività di produzione e attività di servizio.
La competitività di un’impresa non
si misura solo dalla “quantità” di tecnologia utilizzata in un prodotto, ma,
soprattutto in un’economia sempre più terziarizzata, anche dall’innovazione non
tecnologica nei processi e nell’organizzazione della produzione di beni e
servizi: organizzazione del lavoro, marketing, logistica, nuove formule
distributive e commerciali, etc.
Con la
Comunicazione della Commissione
europea del 2006, riguardante la disciplina su Ricerca Sviluppo e Innovazione,
si supera il tradizionale orientamento tendente ad associare l’innovazione alle
attività di tipo manifatturiero ed ad identificarla principalmente in termini
tecnologici e “tangibili”.
Con questa Comunicazione viene per la prima volta
espressamente prevista la possibilità di definire regimi di aiuto (agevolazioni
finanziarie) destinati a favorire l’innovazione dei processi e
dell’organizzazione nei Servizi, intesi tanto come attività di “servizio” relative ad attività
manifatturiere che come “settore dei servizi” non ancillare alla produzione
industriale.
Si
tratta di un risultato di notevole rilevanza al quale hanno contribuito tanto
gli studi realizzati in sede OCSE che l’evidenza dell’evoluzione in senso
terziario dell’economia ed al quale ha contribuito anche l’azione svolta da
Confcommercio in sede nazionale e comunitaria.
Dopo gli interventi normativi a
livello europeo e nazionale, le amministrazioni centrali e regionali hanno finalmente programmato
per il periodo 2007-2013, numerose misure agevolative per l’innovazione dei servizi.
Nel 2008 si sono così avviati i
primi bandi regionali che prevedono sostegni finanziari per investimenti
innovativi nell’ambito commerciale, turistico ed, in generale, per tutto il
settore terziario, che comprendono sia l’innovazione tecnologica che
organizzativa.
Sempre su queste linee di azione,
il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, con patrocinio
della Presidenza della Repubblica Italiana, riconoscendo la centralità
dell’innovazione nel terziario e il ruolo svolto da Confcommercio nello studio
e nella definizione di policy specifiche per il settore dei Servizi, inserisce
a pieno titolo il “Premio Nazionale per l’innovazione nei Servizi”, istituito
e gestito direttamente da Confcommercio ed aperto a tutte le imprese italiane
del settore, all’interno della Giornata nazionale dell’Innovazione che avrà
luogo nel prossimo mese di giugno.
In definitiva, l’innovazione nei
Servizi è passata negli ultimi anni da pura definizione empirica, a misure ed
interventi concreti programmati, finanziati e diffusi dalle istituzioni
nazionali ed europee.
[1] Il Regolamento
UE n. 1450 del 13/08/2004 prevede che la CIS, condotta sulla base di
criteri di rilevazione armonizzati a livello europeo, fornisca con cadenza
biennale un set minimo di indicatori sulle attività innovative delle imprese
con almeno dieci addetti attive nell'industria, nelle costruzioni e nei servizi.