Nessuno vuole negare
l'importanza di una Finanziaria che, per la prima volta dopo molti anni, non
aumenta la pressione fiscale e, anzi, limitatamente alle famiglie meno
abbienti, la diminuisce.
Accanto però a questo fattore positivo, ve ne sono altri
di valenza negativa che non si può, con forza, non evidenziare.
Primo, il quadro di riferimento di questa Finanziaria per
il 2000 appare sostanzialmente invariato rispetto a quello del Documento di
programmazione economica con una crescita del Pil reale che non va oltre il
2,2% per il 2000 e prevede valori solo lievemente superiori per il triennio
successivo. Il suo raggio di azione, dunque, ci sembra troppo corto e senza
strumenti adeguati per un rilancio, a breve, dell'economia e del mercato.
Il Governo, in sostanza, ha preferito scegliere una linea
attendista che definirei di galleggiamento, insufficiente per produrre nuova
occupazione e per ridare competitività, sui mercati, alle nostre imprese.
Secondo, essa non tiene conto del pericolo di un rialzo
dell'inflazione, pericolo che appare più che fondato sia per le recenti prese
di posizione della Banca europea sia per la già affiorante lievitazione dei
prezzi industriali e di molti semilavorati.
Nè essa tiene conto - e questo è un aspetto ancora più
preoccupante - delle dinamiche che stanno caratterizzando i beni e i servizi di
pubblica utilità, degli aumenti di molte tariffe e della sensibile lievitazione
di voci come benzina, assicurazioni auto e affitti che, ormai liberalizzate,
sfuggono a qualsiasi forma di controllo e di monitoraggio.
Terzo, la finanziaria sopravaluta, sopravaluta
decisamente, la crescita della domanda di consumo delle famiglie che, invece,
conti alla mano, è in via di tendenziale rallentamento.
La verità è che, da un lato, la diminuzione della
pressione fiscale sulle famiglie meno abbienti, serve a compensare, e solo in
parte, i corposi aumenti delle tariffe e dei beni che si stanno verificando in
ogni comparto - quelli della benzina, del gasolio per riscaldamento, della Rc
Auto per citare solo le voci maggiori - dall'altro, continua ad essere debole
il potere di acquisto di tutte le altre famiglie, quelle che, componendo il
segmento centrale dell'area dei consumi, possono muovere realmente il mercato.
É facile, partendo da queste oggettive premesse, giungere
ad alcune conclusioni.
La prima è che, con questa Finanziaria, il gap che, in
tema di sviluppo, continua a dividerci dai nostri partner europei, resta
pressoché inalterato: la distanza resta la stessa con margini di competitività
sui mercati che per l'Italia restano assai ridotti. Questa competitività, anzi,
del nostro sistema si sta riducendo all'interno del mercato europeo.
La seconda è che rischia di restare irrisolto, stagnante,
il problema dell'occupazione, tema sul quale si sono spese molte parole in
questi mesi ma senza riuscire a produrre poi fatti concreti e, soprattutto per
quanto riguarda il Mezzogiorno, i prodromi di una vera svolta.
La terza è che lo Stato continua ad aumentare le sue
entrate derivanti sia dall'aumento della pressione fiscale sia dalla
privatizzazione di aziende pubbliche ma non ci dice come, dove e quando intende
utilizzare queste risorse, con quali strategie, per quali finalità.
Si tratta - ma non si conoscono almeno fino ad ora le
cifre esatte - di una torta che, nel suo complesso, potrebbe superare i 40-45
mila miliardi di lire senza tener conto delle notevoli entrate che produrrà la
vendita del 20% dell'Enel.
Ma di queste entrate la Finanziaria non fa cenno, avendo
preferito il Governo "blindare" i conti reali e riservarsi ogni
potere su quella che dovrà essere, per il 2000 e gli anni successivi, la
programmazione della spesa e quindi dei possibili interventi anche di carattere
fiscale.
É una blindatura che manda a carte e quarantotto la
concertazione con le parti sociali che pure, per come a Natale fu impostata,
avrebbe dovuto essere uno dei cardini, anzi il cardine della programmazione
economica di questi anni.
Siamo di fronte quindi ad una politica sostanzialmente
dirigistica ,ad una sola via che rischia di essere l'esatto contrario di quel
che il governo, all'atto del suo insediamento, si era ripromesso di realizzare.
Sappiamo bene che il governo ha come compito primario il
rispetto del Patto di stabilità sancito dal Trattato di Maastricht e quindi, di
conseguenza, deve lavorare con assiduità ad una programmata diminuzione del nostro ingombrante debito
pubblico.
Ma ciò deve essere compensato da una politica che attivi
il mercato, restituisca fiducia alle imprese e alle famiglie, crei le basi per
nuovi investimenti e nuova occupazione, stimoli maggiormente l'export, oggi in
crisi per mancanza di competitività, faccia ripartire un mercato che appare
tuttora asfittico, stagnante, distante dai parametri europei.
Preoccupa anche la carenza di una politica che porti ad un
concreto anche se graduale decentramento della spesa a favore di Regioni e
Comuni. Sta accadendo, anzi, come, ieri hanno denunciato le massime
rappresentanze degli Enti locali, proprio il contrario e questo non può non
alimentare altre preoccupazioni.
La prima è che Regioni e Comuni, vedendo ridotte le loro
risorse finanziarie, aumentino le tasse locali. Con conseguenze sul mercato e
sul potere di acquisto delle famiglie facili da immaginare.
La seconda è che così si snaturi, si perda per strada,
divenga ibrida e scarsamente incisiva la politica di decentramento dello Stato
che pure, sulla carta, doveva rappresentare uno dei perni della riforma del
nostro sistema-Paese.
Su un piano più generale, il sostanziale stop che il
governo sembra voler dare a tutta la politica delle riforme, è fonte di
perplessità, anzi di grande preoccupazione.
Non è con una politica di puro contenimento che questo
paese può pensare di affrontare i problemi che si presenteranno, sia sotto il
profilo economico sia sul versante sociale, negli anni duemila.
Il sostanziale stop, ad esempio, dato alla riforma delle
pensioni e del sistema previdenziale, la mancanza di una politica produttiva di risultati per quanto
riguarda i tagli delle spese correnti, la ristrutturazione delle Ferrovie, lo
smantellamento di enti e strutture pubbliche assolutamente inutili e costose
sono segnali assai preoccupanti e che non si possono sottovalutare.
Aver trasformato, di fatto, la concertazione con le parti
sociali in una sorta di podio dal quale il governo si limita, di volta in
volta, a dare, quasi sempre a posteriori, comunicazione sulle cose che ha
deciso di fare e di non fare per quanto riguarda il rilancio del mercato e
le riforme ci sembra un errore
strategico di particolare rilevanza.
Da questa Finanziaria le piccole e medie imprese non
traggono sostanziali benefici.
Occorrerebbe, invece, porre mano a provvedimenti volti a:
protrarre
nel tempo le forfetizzazioni di imposta per le nuove imprese;
rimuovere
il vincolo dell'età per i soggetti che intendono usufruire delle agevolazioni;
agevolare
oltre all'apertura di nuove attività anche l'ampliamento di quelle esistenti
che intendono incrementare superfici, personale o unità;
incentivare i consumi e lo smaltimento delle giacenze,
seguendo il modello già attuato in altri comparti;
rendere permanenti le agevolazioni per il rinnovo degli
immobili e dei beni strumentali al fine di consentire un rapido adeguamento
delle mutate condizioni di concorrenzialità e normative;
ripristinare più ampi margini di deducibilità di costi per
le imprese progressivamente ristretti nel corso degli ultimi anni a causa delle
politiche di risanamento finanziario;
procedere alla riduzione delle aliquote IVA nei settori ad
alta intensità di manodopera, secondo le indicazioni e le opportunità UE,
comprendendo tra di essi anche il turismo e la ristorazione;
detassare le mensilità aggiuntive (ad esempio la c.d. tredicesima) al fine di avviare la
ripresa dei consumi dando un concreto segnale di ottimismo alle famiglie ed
alle imprese;
neutralizzare
o ritardare gli effetti delle addizionali all'IRPEF di competenza degli enti
territoriali.
Per il commercio elettronico si auspica che lo stanziamento di 330
miliardi sia destinato a due grandi linee di intervento:
- attuare il disposto
dell'art. 21 della Legge di Riforma del Commercio che prevede azioni di
formazione imprenditoriale e la realizzazione di progetti pilota in
collaborazione con le Associazioni;
- prevedere incentivi automatici a favore delle PMI che intendano avviare
attività di commercio elettronico
mediante: contributi sugli investimenti sostenuti in attrezzature informatiche,
software e servizi; crediti d'imposta sul volume del fatturato derivante dalle
transazioni effettivamente poste in essere.
Quanto al Fondo unico per gli incentivi auspichiamo che vengano
considerate le seguenti finalità:
prolungare l'operatività degli incentivi fiscali per l'acquisto di beni strumentali;
rifinanziare
la legge sui Confidi;
finanziare i Centri di
assistenza tecnica;
sanare la situazione delle domande presentate per l'acquisto di
strumentazione tecnologica e innovativa;
rifinanziare gli indennizzi per la cessazione di attività
commerciali.
Per quanto riguarda le risorse per le aree depresse, ci si attende che
la Delibera del Cipe di prossima emanazione, suddivida per settore il
rifinanziamento della legge 488/92 in considerazione della recente estensione
della stessa al commercio e al turismo, e che la quota di risorse per ciascuno
di tali settori non sia inferiore a 1.000 miliardi.
Tale ripartizione assume una particolare rilevanza anche in
considerazione del fatto che essa rappresenta lo strumento di base indicato nel
Programma Operativo Nazionale per il cofinanziamento dei Fondi
strutturali.
L'attuale formulazione del Programma Operativo Nazionale (PON)
relativo allo Sviluppo Locale esclude il commercio, destinando gli interventi a
favore del solo settore industriale.
L'assenza del commercio nel PON Sviluppo locale, laddove non sanata,
determinerebbe di fatto un considerevole minor tiraggio di risorse comunitarie
a favore del settore. Infatti a
fronte dei circa 4.000 miliardi (1.978 milioni di euro) che sono
destinati al PON, a livello regionale viene attribuita una quota pari a circa
3.000 miliardi (1.523 milioni di euro) da suddividere per 20 regioni e su tutti
i settori economici presi in considerazione nei programmi regionali.