Con
l’integrazione di mercati e il processo di globalizzazione che sta avendo ritmi
sempre più accelerati, la competizione economica non è più soltanto competizione tra imprese, ma tende
sempre più a diventare - lo è già in buona parte – competizione tra sistemi
economici.
La
competizione cioè si vince facendo
leva su un complesso di fattori sempre più intrecciati tra loro.
Da un
lato, continuano a giocare ovviamente il loro importante ruolo la qualità dei
prodotti, l’efficienza delle strutture distributive, una moderna politica di
marketing, i prezzi, dall’altro, hanno un ruolo sempre più rilevante le
infrastrutture, l’efficienza dei trasporti, i costi energetici, quelli
imposti dalle pratiche
amministrative, una adeguata politica del credito e della finanza.
La rapida
evoluzione delle tecnologie non è più riferibile in via esclusiva a particolari
segmenti di imprese manifatturiere
o di servizi cosiddetti avanzati, ma impegna direttamente anche settori
economici che fino ad ieri a questo processo erano interessati solo
marginalmente.
Si
modificano i cicli produttivi e distributivi, si accorciano le fasi del ciclo
di vita di prodotti e di servizi, cambiano le modalità di trasmissione degli
ordini, cresce il ruolo strategico della componente logistica nell’organizzazione
dei processi distributivi.
In questo contesto di rapida evoluzione,
il mondo delle imprese manifesta fabbisogni finanziari diversificati sia per
quanto riguarda la gestione corrente che il sostegno ai nuovi investimenti.
E così
arriviamo al nocciolo del problema che qui vorrei analizzare e che
riguarda le possibilità di
sviluppo, nel contesto che ho appena descritto, delle piccole e medie imprese
che operano in Italia e che oggi, per motivi congiunturali ma non solo
congiunturali, attraversano un momento di particolare crisi.
Soffrono
- e soffrono più di altre imprese –per la mancanza di un “sistema-Paese” che
abbia strutture, infrastrutture, supporti, leggi e strumenti operativi adeguati alle esigenze di una moderna economia.
Soffrono
- e soffrono certamente di più di altre imprese - a causa di un sistema
fiscale a dir poco oppressivo che toglie loro fiato e fiducia nel domani.
Ma
soffrono ancora - assai più di altre imprese - per la mancanza di supporti finanziari
che servano a farle uscire da quel “nanismo” imprenditoriale che le ha sempre contraddistinte e che
oggi, nella grande competizione dei mercati, non ha più ragione di esistere.
Cosa fare
- questo è l’interrogativo che, in questa sede, va posto in modo prioritario -
perché questo tipo di imprese dispongano finalmente dei supporti finanziari oggi diventati indispensabili per operare in questo nuovo contesto?
La
politica di concentrazione delle strutture bancarie si concilia con questa
finalità o, al contrario, rischia di renderla ancora più difficile?
Esiste o
no il rischio che, a seguito delle aggregazioni e concentrazioni che stanno
avvenendo nel sistema bancario, si indebolisca anziché rafforzarsi il rapporto
tra banche e territorio, tra grande banca e piccola impresa?
Potrebbero
esserci questi elementi di rischio e analizzarli non è proprio inutile.
-
Penso
all’irrigidimento, in primo luogo, delle procedure e alla macchinosità anche
burocratica di funzioni che potrebbero rendere più difficile la comprensione, da parte delle strutture
bancarie, delle reali esigenze delle aziende di piccole dimensioni.
-
E mi
riferisco anche ai costi
amministrativi delle singole operazioni che per le grandi banche potrebbero
diventare troppo elevati e quindi non proporzionali all’ammontare del credito
che si vorrebbe concedere alla piccola impresa.
-
E quando
non c’è convenienza, cade l’interesse
ad un certo tipo di rapporto.
-
E penso,
infine, allo sviluppo di processi di innovazione finanziaria che possono
interessare solo marginalmente le imprese di minori dimensioni proprio perché
progettate, pensate, architettate per un altro genere di imprese.
E’ vero
che, negli ultimi anni, sono state create le condizioni per un incremento dello
spessore finanziario del mercato azionario italiano e per lo sviluppo di nuovi
strumenti.
Dal 1992
il rapporto tra la capitalizzazione complessiva delle società italiane quotate
in Borsa ed il Pil è, infatti, passato dall’11,5% al 46,1% con una media giornaliera di controvalore
degli scambi che è passata da 136 ad oltre 3200 miliardi.
Però è anche vero che il numero delle
imprese quotate in Borsa, dal 1992
ad oggi, è rimasto praticamente inalterato.
E’ un
problema su cui riflettere anche perché, rispetto a quanto accaduto ai paesi ad
alto processo di industrializzazione, è un fatto atipico e, aggiungerei,
preoccupante.
Ciò sta a
significare che il mondo della piccola e media impresa italiana è stato fino ad
ora quasi completamente estraneo al processo di sviluppo del mercato azionario.
Ciò
significa che, se si procederà ad una progressiva riduzione del debito pubblico
con conseguente liberazione di
capitali,il risparmio privato, in
mancanza di appetibili forme di investimenti in Italia, si indirizzerà
verso mercati finanziari esteri.
E’ un
fenomeno, del resto, che sta già avvenendo.
Così le
piccole e medie imprese italiane rischiano di essere tagliate fuori dal
processo di modernizzazione del sistema economico e finanziario.
Rischiano
di sparire o, peggio, di vivacchiare ai margini di un sistema che va in tutt’altra direzione.
Occorre
quindi un salto di qualità, occorre capire che la grande galassia delle piccole e medie imprese italiane ha
bisogno di una politica che tenga
conto della sua particolare specificità.
Se no, il
gap che già esiste tra il nostro e gli altri mercati sarà destinato ad
allargarsi ed appesantirsi a tutto danno del prodotto italiano.
La
mancanza di una politica del credito programmata in questa direzione insieme
con altri fattori che poi citerò ha fatto sì che l’80% delle imprese con meno
di cinque dipendenti siano rimaste, nell’arco dell’ultimo decennio, nella
propria classe dimensionale, una classe “nana” e che è destinata a diventare, se permangono queste condizioni,
sempre meno competitiva.
Naturalmente
la responsabilità di tutto ciò non ce l’ha solo la finanza.
Altri
elementi quali l’eccessiva pressione fiscale, l’eccesso di pratiche
amministrative, la stagnazione dei consumi hanno contribuito, in misura altrettanto rilevante, a creare
questa situazione.
Per
svoltare e impedire che il nostro mercato divenga asfittico occorre
operare in più direzioni.
Certo, il
problema di fondo è quello di realizzare lo sviluppo di reti all’interno delle quali le imprese di una stessa
filiera produttiva possano operare
diminuendo i costi e migliorando
la loro competitività.
Ma la
costruzione di queste reti non sarà possibile se non sarà supportata da
adeguati strumenti di
incentivazione finanziaria.
E’
risaputo che la piccola e media impresa italiana è caratterizzata da un elevato
livello di indebitamento a breve
termine e da un basso grado di capitalizzazione. Troppo spesso gli investimenti
fissi sono finanziati con passività correnti.
Tutto ciò
va corretto prima che il grande mercato
sommerga queste entità imprenditoriali distruggendo così una parte
importante e significativa dell’imprenditoria italiana.
Il
problema è dunque quello di individuare i giusti strumenti per accrescere la
disponibilità di strumenti finanziari che servano al consolidamento dei debiti
a breve e diano incentivi alle
aziende per riequilibrare i propri bilanci e per creare le condizioni di base per
nuovi investimenti.
In altri
paesi tutto questo è stato realizzato da tempo. Preoccupa il ritardo con cui,
in Italia, ci si sta muovendo nella stessa direzione.
Senza
l’aiuto del sistema bancario è difficile che le piccole imprese possano guardare al domani con sufficiente fiducia.
E’ bene
rendersene conto e agire per tempo.
Si pensi,
in particolare, allo sforzo che le piccole imprese dovranno sostenere - e mi
riferisco in particolare al settore del commercio - per ristrutturarsi,
finanziare il magazzino, adottare
nuovi strumenti di pagamento, adeguarsi insomma ad una realtà di mercato che cambia alla svelta e che non aspetta più nessuno.
Gli aiuti
dello Stato non basteranno certo da soli a risolvere questo problema.
E vorrei
richiamarmi a quello che è sempre stato un problema “storico” per l’accesso al
credito delle PMI, cioè al problema della garanzia.
La banca,
in mancanza di altri elementi conoscitivi sull’attività dell’impresa, ricorre
all’acquisizione di una garanzia che di norma è patrimoniale.
In questo
quadro, per quanto riguarda il settore terziario, rappresenterà sicuramente un
passo avanti la rapida definizione dei regolamenti di attuazione delle società
finanziarie previste dall’art.24 della legge di riforma del commercio e costituite con la
partecipazione dei confidi di settore
con l’obiettivo di rafforzare le capacità operative e finanziarie del
sistema di garanzia a vantaggio delle imprese.
Io
credo che ciò non solo sia
possibile ma sia necessario.
Anche
questa riforma, del resto, si cala
nell’alveo di quelle riforme, strutturali e non, di cui l’economia
italiana ha assoluto bisogno per
guardare al domani con maggiore
ottimismo.
Deve fare
la sua parte la politica - e sappiamo quanto grande sia questa parte
se riferita all’obiettivo
delle grande riforme del sistema - ma devono fare la loro parte anche tutti gli
altri componenti di questa società.
Noi intendiamo muoversi in questa
direzione, ma non possiamo certo fare tutto da soli.