Mi
piacerebbe essere ottimista, ma offenderei questo uditorio se descrivessi una
realtà diversa da quella che purtroppo scorre sotto i nostri occhi: una realtà
grigia, densa di incognite, incerta per le imprese, stagnante per i consumi,
avara di investimenti.
Due
forbici soprattutto preoccupano ed è il caso di esaminarle distintamente.
La
prima è quella tra dollaro ed euro, una forbice che si sta allargando in modo
preoccupante e mi sembra che i segnali che arrivano dalla Banca centrale
europea non siano, per ora, affatto tranquillizzanti.
La
debolezza dell'euro sui mercati è la conferma che alla Maastricht finanziaria
non si è ancora affiancata una Maastricht politica capace di governare lo
sviluppo e comunque di mettere in piedi strategie che diano maggiori punti di
riferimento al mercato.
Il
2000 dovrebbe essere, stando alle previsioni fatte dai maggiori centri
internazionali di analisi, un anno, globalmente parlando, di ripresa
dell'economia essendo state sostanzialmente assorbite le crisi che avevano,
all'inizio del 1999, condizionato la crescita:si sta riprendendo il Giappone;
comincerà ad avere effetti la sia pure parziale apertura doganale della Cina
dopo l'accordo fatto con gli Stati Uniti; danno segnali di ripresa gli altri
paesi del Sud-est asiatico.
Il
miglioramento del contesto internazionale dovrebbe riflettersi anche sui paesi
dell'area dell'euro il cui tasso di sviluppo dovrebbe essere di poco inferiore
al 3% e comunque migliore a quello del 1999 che non ha superato, come sapete,
il 2,1%.
Ma
bisogna anche dire che l'area dell'euro non riesce ad avere i ritmi di sviluppo
dell'economia americana.Da qui la scarsa competitività dell'euro sui mercati,
problema che, quando si elaborò l'impianto di Maastricht, non si analizzò
probabilmente in modo sufficiente.
Questa
forbice tra dollaro ed euro non può non preoccupare e mi sembra che la Banca
centrale europea, messi da parte gli entusiasmi della prima ora, stia facendo
attente riflessioni su questo problema più vistoso ed importante del previsto.
Evidentemente
la Bce - e non solo questa struttura - contava su una possibile inversione
ciclica dell'economia americana, inversione, invece, che non appare nemmeno
all'orizzonte.
Perchè
la moneta europea non è stato fino ad ora apprezzata dai mercati e non viene
giudicata abbastanza interessante dagli investitori?
I
motivi di fondo sembrano essere soprattutto due.
Perchè
l'euro si muove in un mercato che, per i suoi alti costi (pressione fiscale
elevata, alto costo del lavoro, scarsa flessibilità nel mondo del lavoro), non
può offrire sostanziosi dividendi a potenziali investitori;
perchè,
come ho detto prima, non esiste ancora una struttura politica europea capace di
imporsi e di programmare, all'interno di quest'area, un vero sviluppo.
Con
un terzo elemento che riemerge oggi sotto i nostri occhi: un mercato del
greggio vincolato strettamente all'area del dollaro.
Non
si sa quando e se questa situazione potrà mutare. Comunque questo stato di
debolezza della moneta europea tiene lontani gli investitori e così raffredda
la ripresa.
Ma
parliamo ora della seconda forbice,
più preoccupante della prima.
Se
l'economia europea è debole nei confronti di quella controllata dal dollaro, è
doppiamente debole l'economia del nostro paese.
I
motivi li conoscete meglio di me. La nostra economia, infatti, anche nel
prossimo anno, continuerà ad avere un tasso di sviluppo inferiore a quello
stimato per il complesso della Uem che sempre di più - se Maastricht ha un
senso logico - dobbiamo considerare come il nostro mercato interno con gli
inevitabili problemi che ciò produce in termini di competitività.
Quindi
se l'euro non riesce ad essere competitivo con il dollaro noi non siamo oggi
competitivi con nessuno dei due.
Abbiamo
un tasso di sviluppo inferiore del 50% a quello della media degli altri paesi
europei, un debito pubblico che continua ad essere troppo vistoso, scarse
possibilità di realizzare, a breve, quelle riforme strutturali che
consentirebbero, almeno nel medio periodo, purchè avviate subito, un rilancio
anche della nostra politica economica.
Non
a caso continuiamo ad essere, nella pagella europea, relegati all'ultimo posto.
Perchè?
I motivi sono sotto gli occhi di tutti: la nostra economia continua ad essere
frenata, nel suo potenziale di crescita, dalla presenza, nel sistema, di una
serie di vincoli strutturali.
Un
debito, come ho detto, elevato ma anche l'incapacità di ridurre strutturalmente
le spese - e cito, in questo ambito, anche l'impossibilità di produrre una
riforma delle pensioni - rendono particolarmente difficile quella riduzione
della pressione fiscale che sarebbe necessaria a ridare stimolo, fiducia,
voglia di investire a tutte le nostre strutture economiche.
E'
il cane che si mangia la coda: non potendo riformare il sistema e dovendo, in
mancanza di riforme, sostenere il peso di una spesa pubblica considerata e, in
gran parte, improduttiva, lo Stato, per sopravvivere, non può fare a meno delle
attuali entrate le quali però entrano in un circolo che, in gran parte,
produttivo non è.
Anche
il permanere di un elevato differenziale di sviluppo tra le aree del paese e
l'incapacità o l'impossibilità di attuare politiche strutturali in grado di
attenuarne sia pure parzialmente l'entità creano un continuo sovraccarico di
problemi.
La
verità è che si continua a girare intorno a questi problemi senza risolverli.
Basta guardare al mezzo naufragio avuto dall'agenzia per il Sud chiamata
"Sviluppo Italia" per rendersi conto di come alle parole, in questo
paese, non seguano quasi mai i fatti.
Un
altro dato preoccupante è la scarsa competitività delle nostre merci sui
mercati internazionali. L'export perde colpi ma non mi sembra che si stia
correndo ai ripari. Mentre solo l'1,1% del Pil viene, nel nostro paese,
destinato alla ricerca e allo sviluppo con conseguenze negative sul livello di
innovazione dei prodotti.
Nel
2000, continueremo a trascinarci
altri pesi: carenza di infrastrutture, una tassa in più che le nostre imprese
sono costrette a pagare ogni giorno, un basso livello di investimenti che
certamente avrà riflessi negativi, ancora più negativi sul versante
occupazionale, l'impennata del prezzo del greggio che, insieme con l'aumento di
molte tariffe, sta accendendo di nuovo - assai più che negli altri paesi
europei - l'inflazione.
Così
è facile prevedere che il nostro tasso di crescita, per il 2000, non potrà
essere superiore a circa l'1,8%, cioè circa un punto percentuale in meno della
media europea.
E
così il reddito disponibile delle famiglie, pur in parziale recupero rispetto
agli anni precedenti, dovrebbe
crescere di circa il 3% che però, se si tiene conto di un'inflazione che, nella
media dell'anno, è stimata al 2,2%, produrrà un aumento, in termini reali,
inferiore all'1%.
Queste
dinamiche non potranno non influire sull'evoluzione della domanda delle
famiglie che, in termini reali, non crescerà più del 1,4%.
Insomma
stagnazione, ancora stagnazione, l'ultima cosa di cui ha bisogno oggi il nostro
paese.
Siccome
il processo inflazionistico in atto si aggiunge, si somma a problemi strutturali
che ci portiamo dietro da tempo il conto finale appare sempre più salato. Direi insostenibile.
Ciò
che preoccupa è che, anche in questa fase di ripresa del processo
inflazionistico, molti tendano ad indicare come unico o come possibile imputato
il settore distributivo in conseguenza di una insufficiente liberalizzazione e
modernizzazione del mercato.
Dimenticando
un dettaglio che superfluo certo non è, e cioè che il consumo di beni
rappresenta solo il 55% della spesa delle famiglie e che sono invece i servizi,
in particolare quelli di pubblica utilità, a mostrare oggi i tassi di crescita
più sostenuti.
In
questo senso appare sintomatico che, mentre si tenta di scaricare sui
distributori la responsabilità del caro benzina, niente si fa per combattere la
politica di cartello delle compagnie petrolifere come niente si fa per
combattere i veri e propri abusi tariffari che si stanno realizzando in settori
chiave quali i trasporti urbani, l'energia, l'acqua, per non parlare poi delle
inefficenze del settore assicurativo e di quello bancario che rappresentano un
costo ulteriore sia per le famiglie che per le imprese.
Questi
aspetti rischiano di creare ulteriori elementi di incertezza per le imprese
della distribuzione che già si trovano ad affrontare una fase di profonda e
difficile trasformazione.
Ad
oltre un anno, infatti, dalla cosiddetta "liberalizzazione" del
settore del commercio, le imprese si trovano ad operare in un contesto che
definire nebuloso ed incerto è dir poco.
Tra
i punti critici vi è quello dell'urbanistica commerciale. La necessità di
adeguare gli strumenti urbanistici, a seguito della riforma Bersani, non può
essere vista, infatti, come un puro e semplice adempimento tecnico.
A
questo proposito va ribadito che i Comuni, chiamati ad individuare le aree per
la localizzazione degli insediamenti commerciali, non possono prescindere
dall’individuazione di specifici standard relativi alla mobilità, al traffico,
all’accessibilità, alla salvaguardia del centro storico.
Tra gli aspetti più rilevanti e che rischiano di
essere maggiormente influenzati dal quadro congiunturale (ripresa del processo
inflazionistico), vi è sicuramente la normativa relativa al sottocosto.
La bozza di regolamento predisposta dal Ministero
in materia non ci soddisfa e lascia aperti molti problemi:
·
l’individuazione
della posizione dominante nel proprio mercato;
·
il
problema della pubblicità;
·
i criteri
di individuazione dell’intervallo temporale tra l’effettuazione di operazioni
successive di vendite sottocosto.
A questi problemi si aggiunge l’ancora poco chiara
definizione di tutti gli strumenti che attengono alle politiche attive per lo
sviluppo del settore distributivo, senza dimenticare la necessità di
reperire risorse
aggiuntive per gli indennizzi dovuti a chi restituisce le licenze,
dato che le domande presentate sono già nettamente superiori ai fondi
stanziati.
Con questo scenario diventa quanto mai difficile
programmare le linee di sviluppo delle imprese italiane, che rischiano di
perdere ulteriori posizioni rispetto ai concorrenti internazionali meglio
attrezzati per la competizione, anche in termini finanziari, e che necessitano
in molti casi di nuovi mercati di sbocco rispetto a quello domestico.
Provo
a tirare qualche conclusione.
La
prima è che, in mancanza di una politica "attiva" che miri
strutturalmente allo sviluppo del mercato e quindi anche ad un vero rilancio
dei consumi, il settore distributivo rischia di essere preso tra due fuochi: o
diventare l'ultimo anello della catena di grandi multinazionali o restare
soffocato per mancanza di ossigeno o tutte le due cose insieme.
La
seconda. Riformare questo paese, liberalizzare realmente le sue strutture,
togliere di mezzo le impalcature, anzi i veri e propri blocchi di cemento che
impediscono al mercato di diventare realmente competitivo sono ormai diventati
imperativi urgenti ed irrinunciabili.
Non
è con le liberalizzazioni fatte a metà oppure solo di facciata come, ad
esempio, quella dell'Enel, che si può pensare che questo paese possa
trovare, nell'Europa di domani,
una giusta collocazione.
Avevamo
tutto il tempo di realizzare le riforme che avrebbero potuto dare una concreta
svolta al nostro mercato, ma si è fatto fino ad oggi poco o nulla. E ora che
sta ripartendo l'inflazione e ora che con essa ricomincerà a correre anche il
debito pubblico, tutto diventa di nuovo più difficile.
Mi
auguro che chi ha la responsabilità politica di questo paese rifletta su queste
cose e sappia correre ai ripari.
Siamo
in zona Cesarini. Il tempo sta proprio scadendo e non è proprio possibile
ritornare negli spogliatoi con questo risultato.