Proviamo per un momento ad immaginare lo scenario
dell'Italia del 2000, di quel domani cioè che, in gran parte, è già oggi.
Perchè possa restare competitivo
non solo all'interno dell'area dell'Euro ma anche sui mercati mondiali il
nostro paese deve affrontare e risolvere almeno tre ordini di problemi di
massima importanza e tra i quali è addirittura difficile stabilire un reale
criterio di priorità.
Il primo è il grado di competitività che, in questo
contesto, riusciranno a mantenere le nostre imprese.
Non è certo un mistero che oggi questa competitività è
scarsa, addirittura inesistente in alcuni settori, troppo precaria in altri.
I motivi - tra i quali sottolineerei anche la mancanza di
una sostanziale riforma del sistema-Stato - li conoscete, li conosciamo da
tempo tutti, eppure la loro periodica, sempre più frequente enunciazione, i
dibattiti che su di essi si svolgono, la serie di moniti che su questo versante
vengono espressi anche da autorevoli fonti internazionali quali l'Ocse, il
Fondo monetario, le stesse strutture comunitarie non stanno producendo gli
effetti desiderati.
Che poi questa insufficiente competitività sia
strumentalizzata dal dibattito politico, fin troppo enfatizzata ed esasperata
da alcuni, mascherata fin troppo da altri, non modifica l'entità del problema
che resta reale, quotidiano, preoccupante.
Questa scarsa competitività ha anche altre cause fin
troppo note che, sempre di più intrecciandosi tra loro, fanno quello che un
elettricista chiamerebbe un corto circuito: da un lato, un insufficiente
processo di liberalizzazione del mercato e delle strutture che, in esso,
operano, dall'altro, una pressione fiscale sulle imprese troppo elevata anche
perchè non compensata, come avviene, invece, nei paesi che più direttamente
competono con noi, da supporti e infrastrutture degni di questo nome.
Ma non sono soltanto questi gli anelli deboli della
catena.
Ce ne è un terzo, assai debole anch'esso, assai
strutturale anch'esso, che complica ancor più le cose.
Parlo del problema della formazione e, per entrare ancor
più nello specifico, dell'assenza, in Italia, di rapporti strutturali tra
università e mondo delle imprese.
Recenti statistiche dicono che il 45% dei laureati che
esce oggi dalle nostre Università non riesce a trovare, in tempi ragionevolmente
brevi, sbocchi adeguati nel mondo del lavoro.
C'è di più: il 60% degli studenti, che decidono di
lasciare prima della laurea i corsi universitari, lo fanno perchè avvertono
l'impossibilità di trovare, nel mercato del lavoro, un'attività che sia per lo
meno affine agli studi che avevano deciso di intraprendere.
É come se i treni formativi procedessero su binari che
hanno uno scartamento diverso da quelli del mondo del lavoro: occorre tra gli
uni e gli altri un sempre difficile, talvolta impossibile trasbordo. E chi
scende dai treni del primo deve fare spesso interminabili soste per prendere i
treni del secondo.
Eppure la competizione ha bisogno come il pane di una
struttura professionale forte.
Eppure, senza qualificate fondamenta culturali, il mondo
delle imprese rischia di avere i piedi di argilla e quindi di essere anche per
questo scarsamente competitivo e di non poter realizzare strategie a lungo
termine.
L'impresa oggi sa bene che la qualità della risorsa umana
può essere, insieme con altri, un fattore importante, forse decisivo per il suo
successo.
In Italia - è inutile nasconderlo - lo abbiamo capito
tardi. E a farne le spese non sono solo le decine di migliaia di giovani che,
uscendo dalle università con un diploma in tasca, si sono trovati nel deserto
andando ad infoltire una già larga schiera di disoccupati, ma anche le imprese
costrette spesso a ridimensionare programmi ed investimenti non essendo
riusciti a trovare nelle strutture formative di questo paese il personale di
cui avevano assoluto bisogno.
In molti casi, per supplire a questa carenza, sono andati
a cercarsi questi giovani all'estero e questo aggiunge il danno alla beffa.
La verità è che le nostre strutture universitarie,
nonostante i progressi compiuti in questi anni, sono ancora anni luce indietro
rispetto a quelle che sono ormai diventate le insopprimibili esigenze di un
mercato globale, tecnologicamente avanzato, che richiede una preparazione e
qualità professionali ben diverse da quelle che sembravano sufficienti solo dieci,
quindici anni fa.
La consapevolezza di questa necessità rende necessaria la
presenza dell'impresa nei processi formativi.
É già accaduto in altri paesi, deve cominciare ad accadere
anche da noi.
Non si tratta di sovrapporre o di confondere i due ruoli che
restano assolutamente distinti e autonomi, ma di riconoscere che, senza una
reciproca, feconda, continua interazione tra questi due mondi, la formazione ,
in molte aree professionali, rischia di essere fine a sè stessa, anticamera di
quella disoccupazione che oggi purtroppo, in Italia, tocchiamo con mano.
E viene svilita e mortificata anche l'impresa che non
riesce a trovare nel mercato sotto casa i giovani che le servono per far fare
un salto di qualità alla sua struttura.
Ecco, in sintesi, i motivi per i quali noi oggi siamo qui.
Ecco i motivi che hanno portato alla costituzione della
Link University Association che ha già avuto il riconoscimento da parte dello
Stato italiano e intende lavorare non solo per promuovere l'immagine di
strumento innovativo nei processi di formazione accademica ma intende anche
operare come ponte, come ponte reale tra mondo delle imprese e università.
Io credo che sia un esperimento destinato ad avere
successo. I giovani non cercano altro, le imprese non cercano altro.
Il mercato, se vuol puntare allo sviluppo e alla
competizione, non può avere un obiettivo diverso da questo, cioè quello di fare
perno, per la realizzazione dei loro progetti, su quadri professionalmente più
qualificati e idonei.
Mi sembra che, con il programma che si è dato, la Link
University parta dunque con il piede giusto.
La Link si propone di sostenere un progetto universitario
internazionale volto a realizzare una più qualificata diffusione della cultura
nazionale e comunitaria ma anche e soprattutto di promuovere un tipo di
formazione che consenta ai giovani di assumere responsabilità di gestione
nell'organizzazione delle imprese, nelle sempre più complesse aree di
marketing, nel settore multimediale e dell'applicazione tecnologica, nel sempre
più variegato mondo della finanza.
Solo dando corpo a questo genere di iniziative e solo
aprendo le porte alle più ampie esperienze internazionali le nostre imprese
possono pensare di farcela conservando le loro peculiarità. E solo così, i
giovani di domani, potranno evitare il deserto dei tartari.