" FONDI STRUTTURALI E MEZZOGIORNO"
In Europa si sta affermando,
finalmente, il concetto dello sviluppo bilanciato ed integrato che riconosce a
tutti i settori produttivi ruolo e "dignità" di fattore di crescita,
soprattutto per le aree "attardate" dell'economia continentale.
In questa nuova e più coerente
impostazione, il sistema commerciale è stato "promosso" con una
pagella che gli assegnava ottimi voti in "sviluppo territoriale" e in
"creazione di lavoro".
ll Governo italiano, quindi,
sulla base di questa innovazione comunitaria ha adeguato le linee di intervento
previste dal Piano di sviluppo del Mezzogiorno e dai Programmi operativi
regionali riguardanti le aree depresse, includendo il commercio tra i settori
che vengono considerati essenziali per il rilancio economico e sociale.
E' un riaggiustamento a più alto
livello di cui Confcommercio dà atto a Governo e forze politiche che hanno
finalmente accolto una sua lunga e pressante richiesta.
Stesso discorso vale per il
turismo che ha visto riconoscere la sua "trasversalità" e, come tale,
fattore di spinta capace di diffondere sul territorio non soltanto domanda
aggiuntiva ma di rappresentare elemento trainante per la migliore qualità della
vita delle popolazioni residenti.
Il problema è però contrastare
l’atteggiamento tipicamente italiano di condividere l’obiettivo ma poi
divergere abilmente dalle decisioni prese dalla Commissione europea e Governo
nazionale, vanificando il contributo che i Fondi strutturali europei possono
dare allo sviluppo del Mezzogiorno, e in particolar modo ai “rivalutati”
settori del commercio e del turismo, per l’arco di tempo tra il 2000 e il 2006.
E quanto sta accadendo nelle
Regioni meridionali che pur proclamando un parallelismo perfetto con Bruxelles
e Roma, mettono in atto una sconcertante divergenza sul piano della
ripartizione delle risorse assegnate ai Programmi Operativi Regionali.
Infatti, le Regioni si stanno
muovendo con questa ambiguità di fondo nella distribuzione delle risorse
finanziarie, europee e pubbliche, che avrebbe dovuto rappresentare la “Carta
d'oro” privilegiata e privilegiante lo sviluppo.
Ossia,
destinano alla P.A. una buona parte delle risorse disponibili, il che significa
premiare un settore improduttivo e che spesso frena ed intralcia lo slancio,
l'innovazione, la "voglia di fare" dei settori terziari, quelli che
sono i più pronti ad afferrare le opportunità di mercato.
Parlano
sempre di turismo come essenziale leva dello sviluppo, ma fanno in modo che ad
esso vadano risorse assolutamente insufficienti a realizzare un programma di
modernizzazione di tutte le sue componenti, di promozione e di formazione delle
risorse umane.
Rassicurano il commercio che, in questa fase di attuazione
della riforma Bersani, vi saranno impegno politico e supporto finanziario del
sistema distrubutivo, soprattutto delle PMI, ma in realtà agiscono secondo la
vecchia logica di "massimizzare l'effetto-annuncio e minimizzare il volume
dei mezzi finanziari".
Proclamano
la priorità di un profondo inserimento dell'economia del Mezzogiorno nei
processi di internazionalizzazione, ma destinano fondi residuali ad
investimenti tecnologici che consentano alle imprese meridionali di affermare
la loro presenza sui mercati esteri.
Inoltre, in molte Regioni del Mezzogiorno le parti sociali
non sono state ancora sufficientemente coinvolte nel processo di concertazione
per costruire, insieme alle amministrazioni regionali, agli enti locali, e alle
province, le priorità progettuali, consentendo la loro partecipazione attiva a
tutte le fasi: preparazione, finanziamento, sorveglianza e valutazione degli
interventi.
Questo ritardo potrebbe
comportare una futura difficoltà per le imprese ad utilizzare le risorse
assegnate per tempi e scadenze troppo ravvicinate, con il rischio di veder
impiegata solo una parte dei fondi attribuiti, così come già accaduto negli
anni precedenti.