Non
si possono analizzare i risultati conseguiti dalla concertazione avviata a
dicembre con il patto di Natale al di fuori e senza tener conto del contesto
globale dei problemi che sono emersi o si sono accentuati in questi ultimi 9
mesi, problemi che si chiamano ristagno dell’economia, persistenti difficoltà
del mercato per la fase di stallo che ancora caratterizza i consumi delle
famiglie, crisi occupazionale anch’essa persistente e – non certo ultimo dei
problemi oggi sul tappeto – la verificata impossibilità, almeno nel breve
periodo, di realizzare una vera politica delle riforme.
Se
il nuovo modello di concertazione avviato a Natale ha fino ad ora dato – e poi
esamineremo il perché – risultati parziali e che giudichiamo largamente
insufficienti su tutte le questioni messe sul tappeto, esso è risultato nullo o quasi nullo quando si è cercato
il confronto sui grandi e più urgenti problemi di questo paese.
Il
fatto che il mercato, l’area dei consumi, la produzione, in questo periodo, non
abbiano potuto decollare e non abbiano, nella sostanza, mostrato segni
tangibili di risveglio e di rilancio, non consente di guardare al futuro con
ottimismo,
Le
categorie e le imprese che noi rappresentiamo e che accettarono di buon grado
di partecipare al tavolo del confronto appaiono oggi deluse, mortificate nelle
loro aspettative, poco propense a firmare altre cambiali in bianco.
Concertazione,
come modello di confronto, significava e significa tuttora per noi
programmazione dello sviluppo, aperto e costruttivo dialogo sui massimi sistemi
e sulle cose da fare, da fare ora, per rilanciare la nostra economia e mettere
mano a riforme che cambino finalmente questo sistema-paese.
E
i risultati raggiunti fino ad ora sono assai modesti, insufficienti.
Attendiamo
ovviamente di conoscere i contenuti della Finanziaria, ma abbiamo l’impressione
– saremmo lieti di sbagliarci – che essa, alla fine, non andrà molto al di là
del piccolo cabotaggio: riduzione ulteriore del debito pubblico – fatto
sicuramente positivo e di cui nessuno sottovaluta il significato e la portata –
ma poco, troppo poco di sostanziale per consentire un vero rilancio dei consumi
e un nuovo decollo del nostro mercato.
Si
è parlato a lungo della necessità di mettere mano alla leva fiscale per
rilanciare i consumi delle famiglie, ma abbiamo il fondato timore che, alla
fine, i provvedimenti che verranno adottati in questa direzione, saranno di
troppa modesta portata per riuscire ad essere davvero efficaci ed incisivi.
E
qui affiora uno dei nei, dei difetti principali di questa concertazione che
fini ad oggi non è riuscita ad affrontare con decisione e sufficiente chiarezza
i principali nodi che bloccano il nostro sistema-Paese.
Vorrei
qui citarne tre. Il primo riguarda proprio la programmazione della nostra
economia e l’utilizzazione delle risorse di cui lo Stato oggi dispone per il
rilancio del mercato. Si sono registrate maggiori entrate per più di 25 mila
miliardi. Ebbene l’utilizzazione di questa ingente entrata è stata di fatto
sottratta a qualsiasi tipo di confronto con le parti sociali.
E
che tipo di concertazione è quella nella quale non si riesce a discutere di
questo genere di problemi?
Il
secondo riguarda le privatizzazioni, anch’esse lasciate fuori da ogni tipo di
confronto. Non solo non si discute, non si fa il punto, presente e futuro, su
come lo Stato intende utilizzare queste risorse che, almeno in parte,
potrebbero essere investite per un rilancio degli investimenti e del libero
mercato, ma sfugge anche, al confronto e alla concertazione, il problema di
fondo, quello ancora più sostanziale, che riguarda il modello, non lo saprei
chiamare altrimenti, che lo Stato intende realizzare per ridurre il peso della
mano pubblica a tutto vantaggio di un libero mercato fatto di libere imprese.
L’esempio
dell’Enel che privatizza da un lato e poi utilizza i proventi di questa
privatizzazione per consolidare la presenza del potere pubblico dall’altro
entrando di prepotenza in settori come quello delle telecomunicazioni che nulla
hanno a che fare con le sue funzioni istituzionali di ente elettrico dà molto
da pensare e preoccupa.
Terzo
esempio: in questi giorni, si torna a parlare di nuovi contributi dello Stato
per l’acquisto di auto “ecologiche”, una rottamazione bis o qualcosa di simile.
A
noi sembra che questo programma di nuovi “ecoincentivi” non è lo strumento più
adatto per un riavvio significativo della domanda interna come non lo è stata
la prima rottamazione che non ha avuto ricadute positive né sulla crescita del
prodotto interno lordo né sull’occupazione. Caso mai è servita ad accentuare la
propensione degli italiani ad acquistare auto straniere cioè un risultato che
ha prodotto scarsi benefici per il nostro mercato interno.
E
poi il grosso nodo delle riforme sulle quali, in questi mesi, - parlo del
Welfare ma non solo di esso – si è discusso a lungo ma completamente al di
fuori della concertazione e, anche per questo, con risultati che alla fine sono
stati purtroppo nulli.
Nessuno
intende sottovalutare le difficoltà che il Governo ha incontrato nell’attuare
gran parte degli impegni assunti con il patto di natale e sottoscritto da tutte
le parti sociali, difficoltà insite in un modello istituzionale che pone mille
ostacoli e non conosce tempi rapidi nelle decisioni.
Parlo
di quanto, ad esempio, era stato deciso per il rilancio delle politiche attive
nel settore del lavoro autonomo: sono stati rifinanziati gli stanziamenti per
il prestito d’onore e la formazione continua ma poi il Regolamento attuativo è
stato bloccato dalla Corte dei Conti.
Con
la legge 144/99 è stato previsto il tirocinio d’impresa con un meccanismo, da
noi sollecitato, che dovrebbe servire a favorire forme agevoli di
apprendistato, mas anche su questo fronte, la mancanza del decreto attuativo,
ha di fatto impedito un rapido decollo della norma.
E
ancora è rimasto inattuato, per mancanza dell’autorizzazione della Commissione
Europea, il provvedimento che prevede lo sgravio triennale per i nuovi assunti
nel Mezzogiorno.
E
ancora risulta bloccata la riforma degli ammortizzatori sociali,
dell’apprendistato e dei contratti di formazione lavoro.
Potrei
continuare con molti altri esempi dello stesso tipo ma finirei col ripetermi.
La
verità è che la concertazione si è, in buona parte, arenata sugli scogli di un
sistema complesso che conserva il suo potere e lo usa per impedire ogni forma
di reale cambiamento.
E
così i mesi passano e i problemi – quelli del mercato e quelli delle grandi
riforme finiscono purtroppo per restare ancora senza soluzioni.