Il tema
dei rapporti tra commercio elettronico e distribuzione "tradizionale"
viene affrontato abbastanza di rado rispetto ad altre questioni ampiamente
dibattute e in genere ci si limita ad affermare che il commercio elettronico
prima o poi soppianterà larga parte della tradizionale funzione distributiva
(c.d. disintermediazione).
Questa
affermazione, calata nel contesto italiano, desta motivi di particolare
preoccupazione, presentandosi come ulteriore, forse definitivo colpo assestato
a un sistema che già da alcuni anni è sottoposto ad un processo di
ristrutturazione che nell'arco degli anni '90 ha portato alla chiusura di circa
il 25% degli esercizi commerciali presenti ad inizio decade.
In
generale, la maggiore o minore efficienza della rete distributiva non può
essere valutata in modo astratto, senza tenere conto dei modelli di consumo che
a loro volta, dipendono da una quantità di fattori quali il reddito, le
caratteristiche socio demografiche della popolazione, il grado di
urbanizzazione, la conformazione del territorio. Quindi in certi casi, il
commercio elettronico può risultare un canale adeguato ad una determinata
categoria di bisogni e in altri non è detto che ciò avvenga. In ulteriori
situazioni, è possibile che l'e-commerce possa fungere non da strumento
sostitutivo ma da supporto integrativo per attività anche di tipo
"tradizionale".
Per ciò
che riguarda l'occupazione, la possibilità che l'e-commerce abbia un impatto
negativo non appare priva di validità. D'altro canto, è anche vero che lo
sviluppo economico e la stessa occupazione difficilmente si coniugano con
sistemi di servizi inefficienti che tendono a sottrarre potere di acquisto ai
consumatori.
Non è
comunque detto che gli esiti occupazionali dell'e-commerce siano del tutto
negativi e che non si determini la creazione di nuovi servizi e nuove figure
professionali. Certo è, ed in questo esistono ampie controprove derivanti
dall'esame dell’Information Technology in altri settori, che difficilmente la
nuova occupazione interesserà le medesime categorie di lavoratori e forse anche
le stesse aree territoriali.
Il
commercio elettronico, invece, può rappresentare un importante strumento al
servizio dell'evoluzione della rete distributiva italiana e delle piccole e
medie imprese commerciali.
Gli studi
dell'Ocse rilevano che l'80% dell'e-commerce è di tipo business-to-business
e non business-to-consumer. Sempre gli stessi studi rilevano che sono
ottenibili risparmi dal 10% al 50% in termini di costi e dal 50% al 90% in
termini di tempi di processo degli ordini.
Il tema
del business-to-business è collegato ad altri due: le reti collaborative
d'impresa e l'automazione della catena logistica. I dati del Ministero
dell'Industria indicano che la situazione delle reti collaborative è, in
Italia, fortemente differenziata a seconda che si tratti del settore food o non
food e che si parli di Centro-Nord o Mezzogiorno. Il caso di maggior presenza è
rappresentato dal Nord-est nel settore food, dove siamo a livelli dei maggiori
paesi europei e quello di minor presenza è quello dei prodotti non-food del
Mezzogiorno.
Il
modello collaborativo si basa sull'aggregazione degli acquisti (maggiore potere
contrattuale nei confronti dei fornitori) e sullo scambio di servizi tra poli
di aggregazione e soci. Il tentativo è quello di sollevare l'operatore
commerciale da problemi "impropri" d'ordine amministrativo o tecnico,
per permettere di concentrarsi sulla cura del cliente e sull'innovazione delle
strategie di vendita.
Dal punto
di vista strettamente economico, la messa a rete dei punti di vendita determina
anche due importanti vantaggi già evidenziati dal sistema, ormai presente da
qualche anno anche in Italia, denominato ECR, Efficient Consumer Response: la
minimizzazione dei livelli di scorte (continuous replenishment) la drastica
riduzione degli errori e la velocizzazione degli ordinativi (fast perfect
order). Il sistema ha già dimostrato la sua validità nel campo della grande
distribuzione e dell'industria di marca, la sfida è quella di estendere i
concetti di trading community anche ad aziende commerciali di minor dimensione
ed a PMI industriali e produttori di prodotti tipici.
Confcommercio,
da circa due anni sta analizzando questi concetti classificandoli come GAV,
Gruppi d 'Acquisto Virtuali.
Prerequisiti
del sistema sono la "messa a rete" dei punti vendita e dei fornitori,
la creazione delle unità centrali di servizio, la classificazione delle
merceologie, la formazione degli imprenditori.
In tema
di gruppi di acquisto virtuali, diversi siti offrono l'opportunità ai
consumatori di "aggregarsi" per effettuare acquisti, ottenendo sconti
su prodotti o per reperire particolari categorie di beni. Si tratta, in fondo,
del concetto di Web- community, dove il fattore di aggregazione è rappresentato
dal bisogno di individuare anche produzioni rare facilmente ed a prezzi
accettabili.
Per
concludere, le opportunità che potrebbero dischiudersi sembrano superare,
almeno nel medio periodo, i rischi di disintermediazione commerciale insiti nel
nuovo strumento.
Se un
rischio esiste, esso è costituito dall'immobilismo e dal preconcetto che si
tratti di fenomeni esotici o futuribili. Per superare questo rischio è
necessaria un'azione lungimirante da parte dell'Autorità di Governo e delle
Associazioni ma, anche e soprattutto, degli operatori.
Gli
incentivi previsti dalla Finanziaria 2000 per il commercio elettronico devono
premiare progetti realmente innovativi, capaci di stimolare la crescita di
nuove figure di intermediari elettronici e concetti originali di vendita via
Web.