Che lo
sportello unico per le imprese, a sei mesi dal termine stabilito dal nuovo
regolamento, sia stato attivato, come ho letto ieri sul Sole 24 ore, solo dal
27,7% dei Comuni italiani non è certo cosa che può passare sotto silenzio.
E’
importante però che questa essenziale infrastruttura burocratica sia stata
finalmente attivata come è importante che i grandi Comuni si siano, in questo
senso, attivati prima degli altri, segno che c’è interesse per questa
innovazione della cui efficacia è stato detto già tutto.
Ma ora
altri problemi premono. Il primo è quello ovviamente di far lavorare a pieno
ritmo questi sportelli, cosa non sempre semplice perché spesso, molto spesso
cambiare le strutture della burocrazia non significa cambiare la cultura, la
mentalità di chi, nella burocrazia, opera. Il secondo è quello di aprire gli
sportelli anche dove ancora non esistono. Anche perché questo strumento serve
soprattutto a quelle imprese che operano in aree difficili come sono quelle, ad
esempio, del Mezzogiorno.
Il mio auspicio quindi è che si
vada avanti in fretta facendo leva su continui monitoraggi che evidenzino
ritardi, incongruenze, sportelli sì aperti ma, di fatto, inattivi per
l’incapacità della pubblica amministrazione di operare nella giusta direzione.
Il rapporto commissionato al FORMEZ sullo stato di attuazione dello
sportello unico contiene a nostro avviso alcuni elementi importanti.
Il primo è relativo alle metodologie di analisi ed individuazione
delle tipologie di utenti destinati ad usufruire dell’attività dello sportello
unico.
Dall’analisi del FORMEZ si evince come sia molto diffuso, da parte
delle amministrazioni comunali, il non partire dalla domanda effettiva
dell’utenza.
In sostanza si parte da una riflessione interna e non dall’analisi
dell’utenza potenziale.
Questo dato è intimamente connesso ad un altro che sembra emergere
dalla rilevazione: quello cioè relativo al basso numero delle richieste
presentate alle neonate strutture da parte delle imprese.
Infatti realizzare gli sportelli unici senza tener conto della domanda
potenziale rischia di amplificare i problemi relativi alla scarsa conoscenza da
parte degli imprenditori delle nuove strutture e delle nuove possibilità che
queste strutture offrono.
Ma c’è un
altro problema che ci sta a cuore quanto i primi due. Il fatto che questi
sportelli, dove già ci sono e dove, speriamo presto, ci saranno, siano a pieno
ritmo attivi anche per il settore del commercio e non solo limitati alle
attività industriali.
Cosa che,
come ricorderete, venne sancita nel famoso Patto di Natale per l’occupazione e
lo sviluppo stipulato tra Governo, sindacati e associazioni imprenditoriali.
Sancita
sì ma poi di nuovo messa in discussione da interpretazioni di lana caprina del
D.P.R. del 20 ottobre 1998 n. 447 che, anche a causa di una disposizione a dir
poco sibillina, hanno portato alcune Regioni a sostenere la non applicabilità
delle nuove procedure al settore del commercio.
Situazione paradossale corretta con una circolare dell’8
luglio 1999 del Dipartimento degli Affari giuridici e legislativi di Palazzo
Chigi con la quale sono state invitate le Amministrazioni ad attenersi
scrupolosamente all’accordo raggiunto nell’ambito della Conferenza unificata
Stato-Regioni-Città che ha ribadito l'inclusione del commercio nell'ambito di
applicazione della normativa sullo sportello unico per le attività produttive.
Tutto chiaro allora?
No, soltanto a metà perché, ad esempio, la Regione
Piemonte non ne ha voluto sapere di applicare questa norma per intero
sostenendo che mettere lo sportello unico anche a disposizione delle piccole e
medie imprese commerciali avrebbe potuto creare un “super affollamento” a
questo sportello con i soliti problemi di ingorgo che, quando parliamo di
burocrazia, conosciamo fin troppo bene.
Tesi opinabile che ovviamente non condividiamo perché se
c’è oggi un settore che ha estremo bisogno dello sportello unico è proprio
quello del commercio.
Non è da escludere che la Regione Piemonte abbia preso una
decisione del genere pensando che, per il commercio, fossero i CAT a svolgere
questa funzione e che quindi non c’era bisogno d’altro.
Sportello unico e CAT sono, invece, due cose diverse e
questa grossolana semplificazione non è accettabile.
La nostra posizione è chiara: sportello unico e CAT sono
strumenti che possono coesistere e vanno entrambi utilizzati dal settore della
distribuzione a pieno diritto.
Sia perché i due strumenti operano in un ambito
territoriale differente (provinciale o regionale per i CAT, prevalentemente
comunale per lo sportello unico) sia perché, come ho già detto, se c’è un
settore che ha disperato bisogno di supporti che agevolino la sua attività,
questo è proprio il settore del terziario.
La coesistenza e il coordinamento tra CAT e S.U. sono
possibili anche analizzando le funzioni degli S.U.. Esse vanno dal marketing
territoriale, all’informazione dettagliata sulle possibilità reali offerte dal
territorio a quella assistenza amministrativa e procedurale che è sempre stato
il tallone d’Achille della nostra Pubblica Amministrazione.
Sotto questo profilo ben potrebbero i CAT, costituiti su iniziativa
delle Associazioni di categoria, raccogliere, in convenzione con lo sportello
unico, le comunicazioni all’apertura degli esercizi di vicinato, avviare la
procedura autorizzatoria per le medie strutture di vendita nonché offrire una
serie di informazioni e servizi amministrativi che semplifichino gli
adempimenti per le imprese.
A queste potrebbe aggiungersi il raccordo con altre funzioni di enti
locali, autonomie funzionali o altri enti pubblici, sotto il profilo dello
svolgimento delle procedure amministrative per l’avvio o la conduzione di
un’attività commerciale (iscrizione C.d.C., apertura della P. IVA, denuncia
all’INPS).