Chi si occupa del rilancio del Mezzogiorno ha oggi il
tavolo stracolmo di carte, di ipotesi, di progetti. Alcuni, con il tempo, si
sono ricoperti di polvere, altri sono di fresco conio. I primi e i secondi
continuano ad alimentare speranze che troppo spesso, alla resa dei conti, si
trasformano in illusioni. Evitiamo di seppellire tutto questo sotto una coltre
di pessimismo, cosa che si fa, invece, anche troppo spesso.
La verità è che lo sviluppo dell'area del nostro
Mezzogiorno rientra nel pacchetto delle cose che l'Europa ha in progetto di
fare. Sta in noi creare le condizioni perché questo progetto, in termini
possibili cioè' relativamente brevi, possa diventare realtà.
Il problema è come. Il problema è quando. Il problema è
con quali mezzi.
Asprom sostiene che lo sviluppo del Mezzogiorno italiano
andrebbe inquadrato diversamente. Tenendo conto del fatto che il Mezzogiorno
rappresenta un'area economica diversa da tutte le altre aree europee perchè
polo centrale del mediterraneo, porta aperta, ponte lanciato verso i 13 paesi
dell'area mediterranea che del trattato di Maastricht non fanno parte ma che,
almeno sulla carta, rappresentano altrettante aree destinate allo sviluppo.
Tema suggestivo, attraente ma che, per una sua fattibilità, ha bisogno di tempi
assai lunghi e che presentano molte aree di rischio per tre motivi.
Il primo è che questi 13 paesi del Mediterraneo producono
non più del 16% del Pil prodotto oggi dai paesi europei mediterranei.
Il secondo è che questi paesi, ad eccezione di Turchia e
Israele, hanno oggi un valore aggiunto addirittura inferiore - è tutto dire - a
quello del nostro Sud. Il terzo è che, per aggredire questo problema e dare ad
esso una priorità, occorrerebbe una riconversione della politica che oggi i
paesi aderenti all'Europa di Maastricht si sono dati, riconversione che appare,
allo stato delle cose, difficile,
forse impossibile.
E allora, pur considerando l'ipotesi del polo mediterraneo
un progetto da realizzare sia pure a lungo termine, sarebbe opportuno tenere i
piedi per terra e sfruttare al massimo, fino in fondo e nella direzione giusta,
i programmi che sono stati fino ad ora impostati per far uscire il nostro
Mezzogiorno dal tunnel di una crisi che sembra non finire mai.
Voglio dire che altre fughe in avanti potrebbero essere
oggi un errore strategico. Meglio fare quello che è stato già deciso di fare,
meglio realizzare compiutamente le strategie che sono state già elaborate e che
portano allo sfruttamento pieno, fino a raschiare il fondo, del budget elaborato
dall'Ue per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno.
Si tratta di una torta di 80 mila miliardi che dovremmo
riuscire, dobbiamo riuscire ad utilizzare fino in fondo. Le esperienze del
passato ci devono aprire gli occhi. Dovrebbero impedirci di rifare gli errori
del passato, errori che, nel quadriennio '94-'99, ci hanno portato a spendere
solo il 57% dei fondi strutturali che erano stati messi a nostra disposizione.
I motivi del nostro mezzo fiasco sono noti a tutti:
inadeguata pianificazione dei nostri progetti di investimento, insufficiente
grado di fattibilità degli stessi, tortuosità e carenze burocratiche e
amministrative di ogni genere.
Ora il nostro compito limpido, chiaro, trasparente
dovrebbe essere quello di mettere le mani su questa torta di 80 mila miliardi e
sfruttarla al meglio, senza perderne nemmeno una briciola. Cercando anche di
allestire meccanismi che consentano un'accelerazione di investimenti che
riducano il più possibile i tempi di attuazione che, sulla carta, sono di sette
anni.
Giochiamo questa partita e cerchiamo di vincerla.
Misuriamoci su questo problema e cerchiamo di risolverlo.
Spremiamoci le meningi ed evitiamo altri sprechi. Con un
altro problema che resta poi la grande incognita, la grande sfida: come
spenderli? A quali settori dare la priorità? Come mettere a sistema
investimenti che possano produrre realmente sviluppo, occupazione, dinamica di
mercato? A mio parere, la priorità dovrebbe essere assegnata a quattro settori
che, interagendo tra di loro, possono realizzare un modello che, una volta
messe le radici, può permettere al Mezzogiorno di realizzare forme strutturali
di crescita economica e sociale.
Turismo, logistica, infrastrutture, sistema delle piccole
e medie imprese formano, a mio giudizio, i quattro lati del quadrilatero dello
sviluppo meridionale.
Il Mezzogiorno ha, da questo punto di vista, una
potenzialità enorme che lo stesso documento presentato da Asprom evidenzia in
tutte le sue caratteristiche.
Ma le incognite restano due, una importante quanto
l'altra.
La prima è legata all'incapacità fino ad ieri dimostrata
da molte regioni meridionali di mettere a sistema queste quattro voci di
sviluppo in modo da farle diventare parti della stessa macchina di sviluppo.
Sappiamo bene quanto le scelte errate o troppo approssimative e credibili di
certe regioni abbiano contribuito al mezzo fiasco realizzato dall'Italia
nell'utilizzazione dei precedenti fondi. Scelte errate perchè prese sotto la
spinta, la pressione di politiche clientelari che, in una moderna economia, non
dovrebbero più aver ragione di essere, scelte approssimative, lacunose,
insufficienti per l'incapacità anche tecnica oltre che culturale di certe
regioni di mettere insieme programmi davvero credibili.
Dovrebbero essere chiaro anche che il quadrilatero a cui
ho fatto riferimento potrà essere l'occasione di un vero decollo del
Mezzogiorno solo a condizione che esso si basi, abbia le fondamenta su quella
cultura della new economy che sicuramente sarà l'unica economia capace di
attrarre investimenti e produrre reddito e occupazione.
Ma quanto la new economy è entrata nel DNA delle nostre
regioni? Cosa si sta facendo perchè vi entri al più presto e nel modo più
idoneo?
Parliamo di infrastrutture. Treni comodi e veloci. Dove
sono oggi nel Sud? Aeroporti efficienti e in grado di assorbire il doppio se
non il triplo, il quadruplo dei viaggiatori di oggi, dove sono? Trasporti
urbani efficienti. Dove sono? Formazione che consenta ai giovani di entrare
nella new economy e strutturarla per lo sviluppo. Cosa si sta facendo per
accrescerla? Sviluppo delle piccole e medie imprese. Cosa si sta facendo per
incentivare la loro crescita, la loro messa a rete, per far sì che la qualità
dei loro prodotti o dei loro servizi divenga realmente competitiva?
Un altro errore da evitare - tanti se ne sono commessi in
passato - è quello di non realizzare programmi che aderiscano alle particolari
potenzialità offerte da ogni area. Il sistema clientelare ha costruito strade
dove non ce ne era bisogno e, viceversa, ha lasciato ciottoli ed erba dove
sarebbe stato indispensabile potenziare la rete viaria.
Dovremo quindi studiare le reali esigenze di ogni singola
area e fare per ciascuna di essa piani su misura, idonei ad un particolare tipo
di sviluppo.
Prendendo come esempio anche i casi virtuosi di questi
ultimi anni. Un porto di Gioia Tauro che sembrava morto e sepolto ed è invece
tornato a nuova vita, una città come Catania che è riuscita ad attrarre
investimenti nel campo delle tecnologie. Chi l'avrebbe mai detto? Una
Basilicata, cenerentola di tutte le statistiche economiche degli ultimi
vent'anni, che è riuscita ad investire tutti i capitali provenienti dai fondi
strutturali.
Al fondo ma anche nella cornice va messo il problema
sicurezza, problema che nessun fondo strutturale potrà mai risolvere.
E qui il discorso si fa difficile, impervio, complicato.
Non è solo il problema dei malavitosi che spaventano gli imprenditori e li
fanno fuggire al Nord, non è solo il problema dei contrabbandieri che, pur di
scaricare sigarette, ammazzano per strada i poveri pensionati. Il tema è più
grosso, ancora più di sostanza. Quale lo sapete tutti. Si tratta della
penetrazione, nel tessuto economico, finanziario e commerciale, delle grandi
organizzazioni criminali, penetrazione
profonda, intrecciata, difficile da estirpare.
Ma sarebbe un assurdo consegnare a queste organizzazioni,
alle loro società, ai loro capitali il Mezzogiorno di domani. Portare nel
Mezzogiorno i soldi dell'Europa e poi farli gestire dalla società mafiosa.
Vedo che, ad esempio, in Puglia il Governo ha deciso,
sulla spinta di atti criminali che hanno lasciato il segno e preoccupato
l'opinione pubblica, di potenziare le forze di sicurezza e di dotarle di
strumenti di contrasto più efficaci. Giusto.
Ma non è soltanto aumentando i controlli per le strade o
mettendo in fuga i contrabbandieri che possiamo pensare di sconfiggere la
criminalità economica, quella che tempo fa chiamai in doppio petto, quella che
dà lavoro a chi non ce l'ha, quella che si è impadronita di aziende, strutture
commerciali, società di distribuzione,
finanziarie.
Dobbiamo evitare che, nel Meridione, diventino loro i
beneficiari della new economy. Dobbiamo evitare che questi 80 mila miliardi,
una volta arrivati nel Sud, sempre che possano arrivare, finiscano in buona
parte, nelle loro tasche.