SERGIO
BILLE’ ALL’ASSEMBLEA ANNUALE DI CONFCOMMERCIO
ROMA, 21
GIUGNO 2000 (testo integrale)
Chi ha
etichettato il consumatore italiano come una specie di malato immaginario alla
Moliere, che vede nero dove è bianco e continua a considerare vuoto un portafoglio
che invece è da considerarsi pieno, mi sembra che abbia preso un grosso
abbaglio.
É l'Istat
a dirci che, nel 1999, l'Italia è stato l'unico paese europeo dove i consumi
delle famiglie, anziché crescere, sono diminuiti.
I malati
erano veri, non immaginari. Sono state le cure, invece, ad essere
insufficienti.
La
crescita dell'1% del prodotto interno lordo, nei primi mesi del 2000, fa però
pensare che ci siano ora spazi per uno sviluppo dell'economia.
Ma c'è da
dire che questa crescita è essenzialmente dovuta all'indebolimento dell'euro
nei confronti del dollaro che è servito a migliorare i conti delle nostre
esportazioni anche se con parametri inferiori a quelli degli altri paesi.
Permane,
invece, il dato negativo di un assai ridotto afflusso di capitali stranieri in
Italia e di un contemporaneo deflusso di capitali italiani verso aree che
consentono un più elevato rendimento.
Che i
capitali utilizzati nelle transazioni internazionali non tornino in Italia ci
viene confermato anche dalla consistenza, oltre 40.000 miliardi di lire, della
voce errori ed omissioni della bilancia dei pagamenti. Un elemento che conferma
come l'appeal dell'investimento in Italia sia in forte crisi.
Siccome
le esportazioni non riguardano, o riguardano solo marginalmente, le centinaia
di migliaia di piccole e medie imprese che vivono soprattutto di mercato
interno, il conto è negativo.
La
mancata o troppo lenta crescita del mercato interno ha cause facili da
individuare: ad un aumento generalizzato della pressione fiscale, dato anche
questo non più confutabile, si è accompagnato, infatti, un inasprimento delle
tariffe e del costo di quasi tutti i servizi di base, aumento che è andato ben
al di là del tasso di inflazione programmato.
Si è
aggiunto così il danno alla beffa, perché anche gli incentivi varati dal
Governo a sostegno delle sole famiglie meno abbienti - quelle che hanno fatto
sempre fatica a sbarcare il lunario e che certo non possono contribuire
all'aumento dei consumi - sono stati pressoché vanificati dagli aumenti trovati
sulla bolletta della luce, del gas, del riscaldamento, della benzina, della
polizza RC Auto e persino dell'acqua.
Al
contrario, i prezzi dei prodotti di consumo si sono mostrati generalmente
stabili.
Il che
vuol dire che il mercato, nei confronti del patto di stabilità, è stato più
galantuomo dello Stato.
E poi
come si fa ad alzare i prezzi quando la gente non compra?
La
stagnazione dei consumi ha indebolito le imprese, tolto loro competitività,
frenato gli investimenti, non ha prodotto nuova occupazione strutturale, ha
impedito quel rinnovamento tecnologico che, per ogni genere di impresa ma
soprattutto per quelle medie e piccole, è la "conditio sine qua non"
per non sparire dal mercato.
I dati
resi noti ieri dall'Istat segnalano una ripresa dei consumi che appare assai
poco convincente per tre motivi:
-
primo, perché è scesa, nel primo trimestre, la produzione
di beni di consumo;
-
secondo, perché, in termini reali, sono diminuite e non
aumentate le vendite al dettaglio;
-
terzo, perché gli indicatori di fiducia di imprese e
famiglie sono negativi.
E poi
l'ulteriore crescita al 2,6% dell'inflazione nel mese di giugno diventa un
altro pesante elemento di incertezza per un mercato in sofferenza.
La
crescita dell'occupazione registrata nel 1999, d'altra parte, non si può
considerare strutturale.
Quindi il
mercato interno continua a mandare segnali di crisi, dato che solo alcune sue
componenti - le automobili - appaiono in ripresa.
La classe
politica non mostra di occuparsene abbastanza.
Come se i
problemi prioritari di questo paese, oggi fanalino di coda in Europa, fossero
altri.
Come se
fosse nell'ordine naturale delle cose, in questo paese, che debbano essere
sempre e solo l'impresa e il consumatore a pagare il conto finale di un sistema
che non riesce ad essere né efficiente, né moderno, né competitivo.
Come se
Pubblica Amministrazione, politica, vecchi e nuovi oligopoli, avessero sempre
in tasca un salvacondotto.
Quel
salvacondotto che, invece, viene sempre, metodicamente negato a chi opera sul
mercato.
L'aumento
del prezzo del petrolio - che ha provocato il ritorno di fiamma dell'inflazione
che, a sua volta, aumentando il costo del denaro, sta facendo lievitare di
nuovo anche il costo degli interessi che lo Stato deve pagare sui suoi debiti -
è la cartina di tornasole di una crisi assai profonda e strutturale che investe
tutto il sistema-paese.
Una crisi
che l'ingresso dell'Italia in Europa avrebbe dovuto risolvere o almeno, in
parte, attenuare e che, invece, resta visibile, attuale, palpabile.
Vorremmo,
vogliamo tornare ad essere ottimisti ma, in una situazione del genere, con i
problemi che abbiamo di fronte, esserlo non è certo facile.
É dal
1992 che il consumatore italiano riceve cartoline precetto per il risanamento
del debito pubblico.
Sono
passati otto anni, siamo ormai di casa a Bruxelles, ma queste cartoline
precetto continuano ad arrivare.
La gente,
le imprese vorrebbero cominciare a riscuotere ma trovano uffici e sportelli
ancora chiusi. Con affisso un cartello che dice: "Ripassate più tardi. Non
è ancora ora".
Ciò sta
provocando in tutti un senso di frustrazione e forme di disaffezione che mi
sembra siano troppo sottovalutate.
La
crescente diserzione delle urne di parte dell'elettorato dovrebbe pur
significare qualcosa, ma le incombenze di un quotidiano che va avanti a
strappi, con sempre nuovi problemi che prorompono sulla scena, diventano
altrettanti pretesti per non affrontare i problemi di fondo.
Eppure il
virus della disaffezione si sta espandendo. In tutte le aree, persino - e con
segnali sempre più tangibili - in quelle sindacali.
Sta
invadendo il sistema venoso ed arterioso della società civile.
E dove
sono le terapie? Dove sono i medici curanti?
Le
componenti di questa crisi di sistema sono numerose e non può non metterle sul
tavolo chi cerca di rappresentare gli interessi di centinaia di migliaia di
piccole e medie imprese e della loro unica interfaccia, i consumatori.
La prima
nasce addirittura da un equivoco, quell'equivoco di fondo che oggi si chiama
Europa.
Non
preoccupa solo il fatto che la moneta unica, che era stata presentata come
competitiva e vincente su tutti i mercati, anche quelli dell'area del dollaro,
soffra oggi di una preoccupante forma di anoressia.
Preoccupa
altrettanto, anzi ancora di più, l'assenza di una politica economica europea
capace di promuovere lo sviluppo dei paesi membri impostando obiettivi che
siano davvero operativi.
Si
discute, addirittura si pensa ad un allargamento dell'Europa verso Est, ma
intanto su quel che si è già progettato non si va oltre i pezzi di carta.
É
sintomatico che francesi e tedeschi, preoccupati per questo vuoto di potere
politico dell'Europa, stiano pensando di riprendere loro il pallino in mano.
E
l'Italia?
La
seconda componente di questa crisi si annida, invece, all'interno del nostro
paese ma ha anch'essa una radice politica.
Essa fa
perno sull'incapacità dei partiti, del Governo e, più in generale, delle
Istituzioni - con crescente confusione di ruoli tra gli uni e le altre - di
portare a termine quei progetti di riforma di cui questo paese ha ormai bisogno
come il pane.
Si tratta
di progetti che o restano insabbiati o, come giustamente ha sottolineato
qualcuno, stanno diventando riforme di carta, cioè leggi che, pur avendo ricevuto
già l'imprimatur della Gazzetta Ufficiale, non riescono poi a diventare
operative.
La verità
va detta tutta intera: non c'è ancora traccia, in questo paese, di una
direzione politica stabile capace di fare le cose che promette e di portare a
termine gli obiettivi che ha programmato.
Ciò sta
generando nei contribuenti, nei consumatori, negli operatori che ogni giorno
assumono, in proprio, tutto il rischio di fare impresa, l'amara sensazione che
oggi la politica sia più impegnata a cercarsi una propria ciambella di
salvataggio piuttosto che a risolvere i problemi di chi non fa politica ma si
occupa invece di mercato.
Troppe
emergenze sono lasciate nel dimenticatoio o sono diventate oggetto solo di
noiosi quanto ripetitivi confronti accademici.
Emergenze
che hanno tutte un nome e un cognome:
§
la necessità di una vera, incisiva, corposa
sburocratizzazione dello Stato, tema sul quale, del resto, anche il nuovo
Presidente del Consiglio non a caso sembra ora voler insistere con forza.
Perché non è più possibile che il cittadino e l'impresa continuino a pagare
l'esoso costo di uno Stato che non solo non aiuta lo sviluppo del mercato ma
impiega per il suo mantenimento il 96% di ciò che spende;
§
la modernizzazione degli apparati pubblici per la quale si
stanno spendendo cifre ingenti ma il cui grado di efficacia resta un rebus
irrisolto;
§
una reale e capillare difesa del mercato dalla
soverchiante invadenza di vecchi e nuovi oligopoli in cui si annidano rendite
di potere che, in una moderna democrazia, non avrebbero più dovuto avere
diritto di cittadinanza;
§
l'assenza di strutture pubbliche che, al centro come sul
territorio, sappiano interagire con le realtà imprenditoriali in modo da
favorirne competitività e sviluppo;
§
le gravi carenze delle strutture scolastiche e formative,
le quali ancora oggi, nonostante le cento riforme attuate, non preparano
affatto i giovani ad operare in un contesto economico e sociale in fase di
rapida trasformazione.
°°°
L'elenco,
come vedete, è lungo, impietoso ed ingombrante, ma che cosa ci si può fare se
esso entra purtroppo ogni giorno anche nella borsa della spesa di ogni
famiglia?
Così non
si può non parlare della sicurezza, tema ancora avvolto da una spessa coltre di
precarietà non solo per quanto riguarda il problema dell'immigrazione, ma anche
sotto il profilo del coordinamento e dell'organizzazione e che sarà uno dei
banchi di prova nella costruzione del Federalismo.
Restano
in gran parte irrisolti gravi problemi quali la crescente infiltrazione nel
tessuto economico di grandi organizzazioni criminali, l'usura, il metodico,
quotidiano taglieggiamento di chi opera nella rete commerciale, il riciclaggio
del denaro sporco che sta trovando oggi ampi spazi di manovra anche nelle
attività economiche e finanziarie della new economy.
Per non
parlare poi dell'insopportabile inefficienza del sistema giudiziario,
soprattutto per quanto riguarda la tutela del patrimonio e degli interessi
delle aziende.
E sta
diventando incandescente anche il tema dell'abusivismo, un fenomeno che
distrugge la libera concorrenza, falsa le regole del mercato, impedisce la
creazione di nuovi posti di lavoro, mette a rischio il grado di vivibilità di
molti centri urbani.
E hanno
fatto bene gli operatori commerciali, ultimo dei quali il romano Battistoni, a
porre con forza questo problema.
I sindaci
di Milano e di Roma sembrano oggi decisi a reagire. Li giudicheremo in base ai
risultati che sapranno raggiungere.
Infine il
Mezzogiorno, la storia di una crisi strutturale che sta diventando una drammatica
telenovela con una disoccupazione che, essendo ormai incancrenita, rischia di
produrre metastasi all'interno dell'assetto sociale oltre che economico.
L'occupazione,
soprattutto l'occupazione, è, del resto, la scommessa, non soltanto per il Sud,
degli anni duemila.
Per non
parlare della rigidità del mercato del lavoro che ha leggi e regole che
stentano a scorrere sui binari dei nuovi assetti imposti dal crescente processo
di globalizzazione dell'economia.
Ma trovo
ingiusto scaricare sempre e solo sul sindacato le responsabilità di un
problema, quello dell'eccessiva rigidità nei rapporti di lavoro, che, invece,
ha cause molteplici e molti altri oscuri padrini.
Si
restituisca competitività alle aziende, si mettano in atto terapie d'urto che
accelerino la dinamica degli investimenti, si creino le condizioni di fondo,
prima di tutto quelle di carattere fiscale e previdenziale, per diminuire il
costo del lavoro, oggi tra i più alti in Europa, e poi si intavoli la
trattativa in modo che chi dà possa ricevere qualcosa di concreto in cambio.
Rovesciare,
invece, la questione e pretendere che sia per primo il sindacato ad abbassare
la guardia mi sembra la strada più difficile da percorrere.
Così come
credo sia urgente una diversa regolamentazione del sistema delle rappresentanze
perché quella attuale, dopo i profondi mutamenti intervenuti in tutto l'assetto
economico, non ha più ragione d'essere.
Noi
proponiamo:
-
l'estensione erga omnes dei contratti per favorire la
trasparenza e contrastare le distorsioni del mercato ed i fenomeni di
concorrenza sleale;
-
la certificazione della rappresentanza sulla base del
numero delle aziende associate e degli occupati in esse presenti. L'uso di
altri parametri contrasta, infatti, con il principio della libertà di associazione;
-
il riconoscimento della specificità delle imprese con meno
di 15 dipendenti che non ammette, come del resto ha riconosciuto la stessa
Corte Costituzionale, la presenza di rappresentanze sindacali unitarie.
Anche il
sindacato ha pesanti responsabilità nei ritardi del nostro sviluppo economico.
Basta
guardare l'indifendibile posizione da esso assunta nei confronti della riforma
delle pensioni, riforma che - a nostro giudizio - per evitare il peggio che ci
aspetta, andava già fatta ieri o l'altro ieri.
Non è
però colpa dei sindacati se l'Italia non riesce ad avere un Governo abbastanza
forte, abbastanza coeso, abbastanza determinato, abbastanza solido da imporre
il varo di riforme e di una linea economica che produca sviluppo.
La verità
è che le forze sindacali possono talvolta imporre i loro diktat perché hanno di
fronte un Governo troppo debole e per questo non in grado di assumersi fino in
fondo le sue responsabilità.
°°°
I
problemi della rappresentanza e della guida politica del paese sembrano essersi
ulteriormente complicati dopo la decisione, per noi più che legittima, di far
eleggere direttamente dai cittadini anche i presidenti delle Regioni come già
si era fatto per i sindaci.
Solo i
miopi o i distratti potevano pensare che una riforma del genere, una volta
attuata, non avrebbe avuto anche conseguenze di segno politico.
É chiaro,
infatti, che essa aumenta il peso politico delle Regioni, le quali oggi non
vogliono solo contare di più ma tendono anche a riempire i vuoti lasciati da
uno Stato centralista che, in questi anni, non ha saputo assolvere ai suoi
compiti.
Così
oggi, in pieno guado federalista, c'è il rischio di una confusione o di una
sovrapposizione di ruoli che può provocare nuove tensioni e accendere
addirittura forme di vera e propria guerriglia tra poteri.
Tutto ciò
può essere anche salutare, sempre che questa guerriglia non diventi un'arma
puntata contro il mercato e contro chi tenta di operare, dalla sponda
dell'iniziativa privata, per lo sviluppo del paese.
La verità
è che, in questo paese, di Stato ce ne è fin troppo e l'obiettivo di ogni
riforma, anche di quella federalista, deve essere quello di ridurlo, non certo
di aumentarlo.
Come è
indispensabile che le Regioni, una volta afferrato il testimone, sappiano fare
meglio di quanto ha fatto lo Stato centralista.
É più che
giusto che le Regioni del Nord, volàno della nostra economia, abbiano al più
presto più poteri anche per quanto riguarda la gestione delle entrate, entrate
che lo Stato ha fino ad ora tenuto sotto chiave per far fronte soprattutto allo
spaventoso costo della macchina burocratica centrale.
Ma è
importante che Regioni e Comuni si diano strutture meno costose e più idonee a
soddisfare le esigenze del mercato.
Perché se
la burocrazia federalista si dovesse rivelare alla fine una specie di calco di
quella centralista, allora saremmo da capo a venti. Quante sono, appunto, le
Regioni.
Un
terreno sul quale potrà misurarsi la reale capacità delle Regioni di fare
meglio dello Stato è sicuramente quello dell'elaborazione delle leggi
finanziarie regionali.
Esse
rappresentano un'occasione importante, forse unica per far fare finalmente un
salto di qualità ai rapporti tra Pubblica Amministrazione e mondo produttivo.
Sarebbe
davvero paradossale se, attraverso il federalismo, la politica immaginasse di
riprendersi, a livello regionale, ciò che ha dovuto cedere a livello centrale;
se il regionalismo aprisse le porte a una nuova politicizzazione della società,
ad una nuova pubblicizzazione dell'economia.
Il primo
appuntamento sarà quello delle leggi finanziarie con cui le Regioni
individueranno obiettivi e allocheranno risorse.
Sapranno
in questa sede elaborare, per la sanità, per la formazione, nelle politiche per
le imprese, per l'artigianato, per i servizi pubblici, modelli di rapporto che
valorizzino il contributo della società e delle sue componenti economiche?
Ci sono
Regioni che stanno dando buona prova di sé e bisogna dargliene atto, ma sarebbe
ipocrita fingere che, anche su questo versante, non esistano problemi.
Prendiamo
il caso del nodo stradale di Mestre, dieci chilometri di strozzatura, nel quale
ogni giorno restano imbottigliati non meno di 170 mila veicoli e che
rappresenta l'unico valico possibile tra Milano e Budapest, tra Bologna e Praga.
Ebbene
sono molti anni che Regioni e Comuni interessati disputano tra loro senza
riuscire a trovare una soluzione.
C'è chi
ha osservato che questa kafkiana vicenda è la tomba del federalismo perché
dimostra l'incapacità di autogoverno degli enti territoriali.
Non sarei
così pessimista. Però nodi come quelli di Mestre vanno sciolti.
E che
dire, guardando al Sud, di quell'enorme gettata di cemento abusivo che ha
ricoperto coste e periferie delle città senza che Regioni e Comuni sollevassero
per anni nemmeno un dito?
E cosa
dire della Salerno - Reggio Calabria, altra telenovela che si prolunga con un
palleggiamento di compiti e di responsabilità che non ha mai fine?
Il vero
dramma è che, in Italia, non c'è una chiara divisione di compiti e di poteri
tra Stato, Regioni e Comuni.
Per
questo, i continui conflitti di competenze invece di creare strade creano torri
di Babele.
°°°
Ho
parlato della crisi dell'assetto istituzionale, ma non posso certo tacere sulle
storture del nostro mercato al quale cartelli e monopoli sottraggono
quotidianamente ossigeno.
Talvolta
si ha l'impressione che il nostro sia un mercato "sui generis",
somigliante a quei campetti di calcio di periferia dove i giocatori,
approfittando della mancanza di un arbitro, giocano pesante e scorretto
violando tutte le regole del gioco.
Si ha
l'impressione che le regole che dovrebbero governare il libero mercato
appartengano più all'immaginario collettivo che alla realtà quotidiana.
Scrutando
dentro il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche, ci si accorge
che, mentre si continuano a caricare sull'utente prezzi e canoni che non hanno
più ragione di essere, permangono posizioni dominanti anche in settori dove lo
sviluppo del libero mercato richiederebbe immediati interventi dell'Autorità
Antitrust.
Dai guai
prodotti dai colossi pubblici ancora presenti, sia pur sotto mentite spoglie,
sul mercato, ai cartelli privati il passo è breve.
Ha fatto
bene l'Antitrust a puntare il dito sul settore petrolifero. Ci si chiede, però,
se l'intervento dell'Antitrust si esaurirà nell'applicazione di una pur salata
penale o sarà il preludio, invece, come è augurabile, di interventi che abbiano
l'obiettivo di riforme ben più strutturali.
La forte
protesta di questi giorni dei trasportatori, costretti, loro malgrado, ad
effettuare su gomma più del 90% del trasporto merci a condizioni che non sono
più compatibili con le esigenze del mercato, non va, in nessun modo,
sottovalutata.
Dare a
questa protesta un significato puramente corporativo sarebbe un grosso errore.
La verità
è che il bubbone petrolifero sta esplodendo, creando seri danni - come dimostra
l'ultima impennata dell'inflazione - a tutta la nostra economia.
La
mancanza di strategie in questo settore e la nostra totale dipendenza dalle
importazioni di petrolio rischiano, difatti, di diventare, stanno già
diventando, un altro cappio al collo per le imprese e per milioni di
consumatori.
Sprechiamo
risorse senza riuscire a costruire niente di nuovo.
Giorni fa
il Presidente Amato ha detto che la riconversione della centrale di Montalto di
Castro, nata come centrale atomica ma subito smantellata dopo Chernobyl, è
costata una cifra mastodontica, assurda, assolutamente ingiustificata.
E quanti
di questi madornali errori continuano a pesare sulle nostre bollette?
°°°
Il
Governo si appresta a varare il nuovo documento di programmazione economica e
finanziaria, un passaggio che tutti noi attendiamo con ansia.
E tocca
anche a me da questa tribuna trasmettere al Governo le richieste che il settore
del terziario di mercato e della distribuzione, quello che oggi, in Italia,
contribuisce con la maggiore quota alla formazione del prodotto interno lordo,
considera davvero prioritarie.
In primo
luogo, una congrua e generalizzata riduzione della pressione fiscale, unico
antidoto per un mercato stagnante, demotivato, che non ha più voglia né di
produrre, né di rischiare, né di investire.
É provato
che le iniziative prese fino ad ora su questo versante sono state solo
pannicelli caldi, antistaminici per l'infanzia.
Se non
peggio: vere e proprie prese in giro per il contribuente e per l'impresa.
É
ampiamente dimostrato - i dati provenienti da tutta Europa ce lo confermano -
che la riduzione fiscale è oggi certamente l'unico propellente che possa
rimandare subito in orbita il mercato, rilanciare la domanda, ricaricare di
ottimismo le imprese, ricreare condizioni certe per far ripartire gli
investimenti.
So bene
che i conti, allo Stato, non tornano mai anche perché, dopo le buone notizie -
il forte aumento delle entrate dovuto alle privatizzazioni e al recupero di una
parte di evasione fiscale - ne
sono
arrivate altre, invece, di cattive, come l'aumento del costo degli interessi
che lo Stato dovrà pagare sui debiti e l'apertura di altre, forse impreviste,
falle nella spesa pubblica corrente.
Ma il
Governo deve rendersi conto che, senza un colpo di reni in questa direzione, il
paese oggi rischia grosso.
Rischia
un dimagrimento rapido che può avere effetti devastanti su tutto il metabolismo
della nostra economia.
Eppure
dovrebbe essere chiaro a tutti che i soldi che lo Stato decidesse di dare al
contribuente riducendogli le tasse gli verrebbero, in breve tempo, restituiti.
E
restituiti con gli interessi.
Questi
sgravi, infatti, verrebbero certamente compensati da un maggior gettito
dell'Iva e delle altre imposte indirette, da nuovi posti di lavoro, da maggiore
fiducia e ottimismo da parte di famiglie ed imprese.
Ma
ridurre le tasse non basta, bisogna ridurre anche le spese della Pubblica Amministrazione,
altro segnale che chi opera nel mercato attende da tempo.
Ridurre
ma forse è meglio dire tagliare con l'accetta, perché troppe continuano ad
essere, all'interno dell'impresa statale, le inutili rendite di potere, i
binari morti che, per la semplice manutenzione, costano più di quelli in
attività.
E se lo
Stato e gli enti locali non sanno gestire, in modo redditizio e con moderne
strutture, le imprese di servizio, ad esempio, le Municipalizzate, abbiano il
coraggio di liberarsene.
Ridurre
le spese, sburocratizzare veramente il sistema statale significa anche poter
destinare maggiori risorse - oggi sono solo il 4% della spesa - agli
investimenti, a cominciare dalle infrastrutture.
Quando
parlo della carenza di infrastrutture mi riferisco, in particolare, alle
esigenze di un mercato turistico che vive oggi una doppia emergenza: doversi
confrontare con paesi concorrenti che hanno indubbi vantaggi fiscali e
contributivi e avere accumulato pesanti ritardi nell'organizzazione e
nell'ammodernamento tecnologico del sistema.
E
cerchiamo di risolvere anche problemi più elementari come quello di fare
arrivare l'acqua dove ancora non c'è, un vero e proprio scandalo per un paese
che si vanta di essere tra i più avanzati del mondo.
Anche
sull'information technology spero che il documento di programmazione economica
ci dica finalmente qualcosa di nuovo, ma soprattutto di risolutivo.
Vi sembra
possibile che l'unica, importante, innovazione tecnologica di questi anni sia
stata, in questo paese, l'introduzione dei telefonini cellulari, quelli che
servono ai ragazzini per chiamare a casa mamma?
Le
aziende del terziario hanno bisogno come il pane di reti telematiche ad ampio
raggio che riducano le loro spese di esercizio, migliorino la loro
competitività, espandano il loro mercato, stabiliscano anche con i consumatori
nuove forme di rapporto.
L'impreparazione
delle strutture scolastiche ad affrontare quella che è la rivoluzione degli
anni 2000 è un altro problema che si tocca con mano e fa tremare i polsi.
Abbiamo,
nelle scuole, più insegnanti che studenti. Con il risultato che i primi, mal
pagati, ripetono programmi che, nell'era della new economy, non servono più a
nulla e i secondi rischiano di diventare i disoccupati di domani lavorando in
strutture che, a malapena, dispongono di qualche vecchio computer da
esercitazione.
Anche
sulla spesa sanitaria bisogna intervenire con il bisturi.
Non si
tratta di tagliarla ma di fare in modo che essa serva soprattutto a curare
meglio chi è malato e non a creare altre sovrastrutture burocratiche che
servono a molte cose ma non a migliorare l'efficienza degli ospedali.
Un
esempio per tutti: alle società di mutuo soccorso viene concesso di poter
detrarre, a fini fiscali, sia le quote associative sia le spese sanitarie sostenute
dai loro soci.
E non si
comprende perché le mutue debbano godere di vantaggi che invece vengono negati
ad altri. La spesa sanitaria lievita oltre misura anche per situazioni come
queste.
Parlare
di riduzione della spesa pubblica senza parlare contestualmente anche di
riforma delle pensioni significa parlare a vuoto.
Motivi di
opportunità politica, che non è nemmeno il caso qui di ricordare perché, per
mesi, ne sono state zeppe le cronache, hanno trasformato questo urgente
problema in una specie di triste e defatigante tormentone.
È chiaro
o dovrebbe essere chiaro a tutti che i conti, per le pensioni, non tornano
davvero più.
Così si
sta arrivando a quel che i sindacati hanno sempre voluto cioè ad una verifica
al 2001 che è ormai già quasi domani.
C'è quasi
il sospetto che l'attuale maggioranza faccia melina preferendo passare ad altre
maggioranze, quelle che potrebbero sorgere dopo le elezioni politiche, questa
patata bollente.
È il
gioco del cerino.
Ma
intanto questa patata rischia di diventare da bollente a immangiabile.
Con il
risultato che il conto, tra un anno, per lo Stato, per i pensionati e per i
futuri pensionandi potrà essere ancora più salato di quanto sia oggi.
Noi, tre
anni fa, e non certo per spirito corporativo, abbiamo fatto delle proposte
concrete su una serie di punti qualificanti per un nuovo Welfare italiano.
Proposte
cadute, purtroppo, nel vuoto.
°°°
Siamo ancora in piena fase
transitoria nell'attuazione della riforma della legislazione sul commercio. Ad
oltre un anno e
mezzo dalla sua entrata in
vigore, la pianificazione comunale è appena iniziata in meno della metà delle
Regioni.
L’unico effetto certo avuto
dalla legge - e che non ci può certo esaltare - è stato quello di avere un
saldo negativo di 30 mila imprese.
E probabilmente le chiusure
sarebbero state di più se, in un sol giorno, non fossero andati esauriti i 100
miliardi stanziati per la rottamazione dei negozi.
In realtà, vi è un pesante clima
di incertezza che grava sulle decisioni di investimento delle imprese e quindi
gli effetti della riforma non sono ancora valutabili.
Si è passati dalla “frenesia”
riformatrice ad una pragmatica constatazione di impotenza di fronte all’avvio
di meccanismi ben più complessi delle aspettative.
In realtà la riforma del
commercio resta, a tre anni dall’approvazione della prima legge Bassanini, un
esempio quasi isolato di riforma organica che abbia investito la disciplina
delle attività economiche.
Inoltre è provato che non basta
imporre una tempistica “a tavolino” perché la macchina amministrativa muti i
tempi e i modi del suo agire ordinario.
Ed era necessario “stressare” un
settore così importante per avere l’ennesima riprova di questa sfasatura e in
un momento di caduta dei consumi?
L’attuazione della riforma del
commercio dimostra che i tempi di risposta delle autonomie locali sono ancora
drammaticamente “impermeabili” rispetto ai tempi imposti alle imprese dai
cambiamenti del mercato.
Le prime regole poi emanate sul
sottocosto sembrano andare nella direzione giusta, ma certo non tagliano alla
radice un problema che, non solo continua ad avere effetti negativi sulla
libera concorrenza tra le imprese, ma è penalizzante per il consumatore.
Vorrei
toccare un ultimo tasto.
É il tema
delle rappresentanze cioè di chi rappresenta che cosa nel nostro assetto
economico.
Anni fa,
proprio in questa sala, parlai della necessità di far scendere dal loggione le
imprese del terziario che ormai, in termini di Pil, contavano già allora assai
più, nel paese, di quanto contasse la grande industria e di tutto ciò che le si
muoveva intorno.
E, per la
verità, già con il Governo D'Alema, qualche passo avanti in questa direzione
era stato fatto perché ci si era resi finalmente conto che continuare con il
vecchio minuetto delle rappresentanze canoniche, da anni ottanta, stava
diventando un fatto anacronistico.
E così fu
dato il via ad un tipo di concertazione che vedeva per la prima volta tutti
seduti intorno allo stesso tavolo, con eguali diritti ed eguali doveri.
Ma poi
questo tipo di concertazione sembra essere abortito di nuovo a causa di potenti
intercettori che non avevano e non hanno alcun interesse a cambiare le regole
del gioco e il tipo di confronto.
Parlo
dell'interesse di chi, tanto per parlar chiaro, non ha mai voluto avere, nella
stanza dei bottoni, altri fastidiosi ed ingombranti coinquilini.
Mi auguro
che ci possa essere a breve, in proposito, un'attenta riflessione.
Perché,
se concertazione dovrà esserci, essa non potrà più avere solisti, da un lato, e
coristi dall'altro.
É l'unico
modo per far fare alla nostra economia un vero salto di qualità.
É l'unico
modo per restituire al libero mercato quelle funzioni ma anche quei poteri che
gli possano consentire di creare nuovi posti di lavoro, vero benessere.
É l'unico
modo per far diventare stabile, significativa, importante la nostra presenza
nel contesto europeo.