Mi
piacerebbe fare un ragionamento compiuto. Ma il poco tempo a disposizione mi
induce a rispondere in modo diretto alla domanda che il titolo della sezione
contiene: chi fa gli interessi di Milano. Articolerò la risposta in quattro
punti.
1. Fa anzitutto gli interessi di Milano chi coglie e
valorizza la nuova frontiera dello sviluppo.
Per molti anni ci siamo sentiti ripetere che il cuore della economia
era rappresentato dalla produzione di cose, oggetti, meglio se sofisticati,
tecnologicamente avanzati, ma pur sempre merci. La cultura, i servizi, la
proposta di stili di vita, di modelli di socialità diversi, l'area dei servizi
destinati al benessere individuale, ci hanno ripetuto, appartenevano
all'effimero, si potevano ammettere, ma come forma residuale di un sistema
produttivo.
Ecco, una lezione che viene dallo straordinario sviluppo
dell'economia americana è il ribaltamento della gerarchia tradizionale. Non più
il primato del produrre, ma del fruire: di valori, servizi, qualità, modelli di
comportamento, accedendo ai
circuiti che li veicolano e rendono disponibili.
Questa non è, si badi bene, una caratterizzazione
americana della new economy. E' invece un dato di fondo di questa nuova fase,
che le interconnessioni di internet rendono universale. Basti pensare a quanta
parte della qualità della vita quotidiana di ciascuno di noi sempre più dipende dalla possibilità di
acquisire divertimento, assistenza, cura. Non a caso alcune tra le operazioni
societarie più rilevanti, in Europa e non solo in America, hanno avuto protagoniste imprese che
dispongono di contenuti culturali e imprese che mettono a disposizione le reti
di accesso ai clienti.
Nella ricerca che fa da corredo alla documentazione che ci
è stata consegnata, vi sono due risposte - tra le altre - che mi hanno colpito.
Quella con cui gli intervistati individuano, a stragrande maggioranza, nella moda il comparto-modello
dell'economia milanese; e l'ultima, in cui il campione interpellato
caratterizza la Milano del prossimo futuro come città "di negozi e di
consumo".
Milano e il suo futuro visti in una logica di capitalismo
culturale, più che di capitalismo industriale; di fruizione, più che di
produzione; di qualità, più che di quantità.
Ne deriva che se l'asse dello sviluppo si sposta, anche le
politiche, gli investimenti pubblici, le priorità vanno riordinati: investire
in infrastrutture, reti, servizi, tutte quelle piattaforme, cioè, che servono a
sostenere le possibilità di accesso di cittadini e imprese, ovunque si trovino,
a Milano, ma non solo.
2. Fa gli interessi di Milano, è la seconda provocazione, chi
non vuol che Milano si rinchiuda nella reggia dorata del suo sviluppo.
Questa è
certamente una delle aree a più alto sviluppo d'Europa e del mondo, una delle metropoli più ricche, uno dei
cinque motori d'Europa. Ma Milano può svolgere un ruolo più importante, che non
quello di far crescere il suo benessere all'infinito. Può svolgere una funzione
di traino, se accetta di fare un gioco di squadra con quelle componenti della
società e dell'imprenditoria italiana che oggi, più che nel passato, sono
disponibili a riconoscere a Milano e alla Lombardia, più in generale, un ruolo
protagonistico.
Il decentramento sta dotando le istituzioni locali di
quote più alte di capacità decisionali e di poteri. Ai lavori di questi giorni,
organizzati da una Camera di commercio democratizzata e rafforzata dalla nuova
legge, sono intervenuti il Sindaco e il presidente della Regione legittimati
direttamente dagli elettori e dotati di poteri sensibilmente più ampi di quelli
del passato.
Milano e la Lombardia nel passato hanno spesso preferito
concentrarsi sull'economia e la buona amministrazione, lasciando ad altri di
svolgere ruoli politici. Ora che sono meno legati dai vincoli dello Stato
nazionale, con istituzioni territoriali più forti, si trovano di fronte ad un
bivio cruciale.
Possono chiudersi e autogovernare in solitudine, anche se
splendida, la propria crescita.
Oppure possono provarsi nel costruire la trama di un raccordo nazionale fondato
sulle autonomie delle imprese, della società e delle istituzioni del
territorio.
La prima via è il modello svizzero, ma porta con sé il
rischio di un incistamento. La seconda ha il rischio dell' inedito: quello di
partecipare alla costruzione in tutto il Paese delle condizioni sufficienti
perché ciascuna area possa
giocarsi la partita del mercato nel modo migliore.
Servono dei presupposti, ne sono consapevole. Per questo
insistiamo da tempo con forza perché si cambino le regole della previdenza, che
drena e brucia risorse sottraendole allo sviluppo. Serve un regime fiscale
compatibile con la competizione globale. Serve una politica economica più
attenta ai settori che, come il commercio, il turismo, i servizi, continuano a
produrre occupazione. Serve una pubblica amministrazione capace di interloquire
anche con la piccola impresa, i lavoratori autonomi, gli artigiani.
Milano è abituata a svolgere questo ruolo nazionale già in
tanti settori: cultura, formazione, media. Leggevo tempo fa che nelle cinque
università milanesi più del 40% degli studenti non è lombardo. E' sicuramente
polo di attrazione, il più importante del Paese, in tante attività economiche,
della new come della old economy. Serve forse che metta in gioco un po’ più di
consapevolezza e eserciti ruolo e responsabilità connessi.
3. In questo contesto, fa gli interessi di Milano, ed è il
terzo passaggio, chi nel Paese incarna e esprime gli interessi della
modernizzazione, con cui Milano non può non fare alleanze.
I settori più innovativi, quelli legati allo sviluppo delle reti, il turismo,
le piccole e medie imprese, l'area di chi è abituato a rischiare senza
paracaduti statali, di chi vuol rendere le nostre città più vivibili e
attrattive sono coloro che si ritrovano in un impegno per modernizzare il
Paese.
E' nell'interesse di tutti questi avere in Milano
un portale di accesso ai flussi e alle reti europee - pensiamo ad esempio
all'importanza che la linea
orizzontale di collegamento europeo passi al di sotto delle Alpi, un asse
mediterraneo, rispetto a quello carolingio. Milano e, ripeto, la Lombardia,
come le altre aree del Nord, possono facilitare la saldatura di esigenze e
interessi territorialmente
diversificati solo se fanno proprio un disegno di integrazione ampio e
condiviso.
E ci sono segnali positivi da cogliere.
E' di oggi la notizia che la Lombardia è la
locomotiva dell'azienda Italia - contribuendo col 21% alla crescita del PIL-.
Ma anche alcune regioni del mezzogiorno vedono crescere in misura rilevante il
loro contributo: la Sicilia è terza e sesta la Campania.
4.
Il quarto tema è quello europeo. Ma non
aggiungo altri cenni ai pochi che ho già fatto, perché mi preme di più mettere
in luce due incognite che gravano sullo scenario che ho delineato.
La prima è sul processo di decentramento.
C'è il rischio che resti a metà, che a poteri non
corrispondano risorse, che si risolva in un'autonomia formale ma non di meno
fortemente impegnativa e
vincolante per i responsabili
delle istituzioni nei confronti dei territori. Anche la tempistica non è indifferente in questo processo:
il 2003, data entro la quale il Governo si è impegnato a realizzare la
connessione delle reti informatiche delle amministrazioni pubbliche, dista da
noi nell'epoca di internet, tanto da poter vedere in mezzo due o tre complete
rivoluzioni tecnologiche.
La seconda incognita è più di fondo: un decentramento
senza vera autonomia politica, senza una sostanziale devolution di carattere
costituzionale sarebbe monco. Per questo ritengo urgente riprendere il
tracciato, che in qualche modo il Parlamento con la Bicamerale aveva voluto
anch'essa percorrere. Ma, questa volta,
portarlo a termine.