SERGIO BILLE' AL CONVEGNO NIAF
Trovo di grande interesse il tema posto in
discussione - in questa convention che ho l'onore di co-presiedere - dagli
amici della NIAF.
Sulle due sponde dell'Atlantico, infatti,
riflettere sull'
"impatto di internet sulle relazioni commerciali" significa interrogarsi sui modi ed i
percorsi di quella globalizzazione, di cui il commercio resta appunto il sentiero privilegiato. Non
casualmente il commercio internazionale
è aumentato, nello scorso decennio, con tassi più che doppi della
produzione: contro un tasso annuo medio di crescita del prodotto mondiale pari
al 3%, il commercio è lievitato in volume del 6,7% l'anno, una tendenza che non
sembra dover mutare a breve. In termini nominali si è trattato di un incremento del 55%, da 4.300 a 6.700 miliardi di dollari. Nel rapporto
in valore con il Pil mondiale, il commercio è passato dal 19% del 1990 al 23%
del 1998.
A sospingere i processi di globalizzazione sta, da
qualche tempo, il progresso tecnologico e
in particolare l'espandersi delle reti interconnesse e della rete delle
reti, Internet.
Il dialogo tra reti interconnesse interviene
pesantemente nella cultura e nelle modalità attraverso cui fenomeni come quelli
accennati (commercio, investimenti, passaggio di strumenti finanziari), trovano oggi
realizzazione. Internet rende irrilevanti le distanze e deterritoralizza
l'economia, esaltando innovazione
e creatività, offrendo nuove e ampie opportunità all'attività economica. Le
dimensioni aziendali, ad esempio, come le tradizionali economie di scala,
trovano nuova definizione.
Nel 1999 il canale online è diventato parte
integrante della vita di molti. Le transazioni in rete sono certo ancora a un
livello infimo, solo circa 150 miliardi di dollari. E peraltro il fenomeno tocca
quasi esclusivamente il cosiddetto
business-to-business, cui spetta circa l'80% del totale.
Tutte le previsioni dicono, però, di un impetuoso
sviluppo futuro. E mai come in questo caso il futuro è già cominciato.
Benché accusi un certo ritardo rispetto agli Stati
Uniti, l'Europa ha le carte in regola per essere protagonista anche nel mondo
di Internet. Sembra essersene
accorta l'Unione europea, che ha mostrato segnali interessanti, anche se non
del tutto convincenti, in questa direzione durante il recente Consiglio europeo
di Lisbona.
Il numero degli europei che hanno effettuato
acquisti online cresce di continuo: 8,3 milioni di persone nel 1999 a fronte
dei 5,2 milioni dell'anno precedente. Gli investimenti nell'alta tecnologia
aumentano ovunque: nel 1999 l'Europa ha investito complessivamente 18.930 miliardi di lire, con un
aumento dell'8,1% rispetto al
1998, si prevede che nel 2002 la cifra salirà a 23.100 miliardi.
La diffusione del commercio elettronico e della
cosiddetta economy non cancellano la old economy, l'economia tradizionale (il
modo tradizionale di produrre e scambiare) ma contribuiscono a razionalizzarla
ulteriormente, ad accrescerne l'efficienza. Si pensi a tutte le nuove
professioni che girano intorno ai siti Internet. Si pensi alle modalità con cui
settori tradizionalissimi dell'economia (i trasporti ad esempio), o della
cultura (l'insegnamento, ad esempio), si avvantaggiano delle opportunità
offerte dall'e-conomy.
Il commercio elettronico, l'aspetto probabilmente
più palpabile di questa vicenda, è l'esemplificazione più convincente di come
tali processi abbiano luogo. Vi è
innanzitutto da constatare come l'e-commerce tenda a diluire il confine tra
industria e servizi, con le funzioni di logistica, magazzino, pagamenti
elettronici, servizi finanziari, telecomunicazioni, telefonia, ecc. che
innesca. Vi è poi da apprezzare come esso esalti i prodotti a forte
intensità di servizio
che implicano l'assistenza post-vendita, cui i consumatori assegnano una
crescente importanza. In ultimo, non certo per importanza, l'impatto sociale
che questa tipologia di commercio
comporta, sia in termini occupazionali, che di nuove professioni e diffusione
di modelli culturali.
Ridurre, sino all'azzeramento, le distanze cambia
il rapporto produttore-consumatore, così come il rapporto produttore-produttore
. La transazione tra venditore elettronico e acquirente fisico
(l'intermediazione quindi, la comunicazione, perché no?, le tecniche di
consegna e di assistenza al cliente, le tipiche attività del commerciante di strada) diventa nella new economy
l'anello imprescindibile della nuova qualità della relazione tra offerta e
domanda.
Per questo la distribuzione sta aggiornando i
propri meccanismi di funzionamento alle esigenze del nuovo contesto. E non è
detto che dei vantaggi offerti dall'abbattimento delle frontiere e dal
commercio elettronico possano e debbano godere solo i grandi gruppi. In un mercato globale c'è posto anche per il
piccolo negozio specializzato che, con un investimento non eccessivo, può
entrare nella rete e raggiungere i consumatori nazionali e stranieri.
I grandi retailers per parte loro, si sono già
organizzati investendo somme considerevoli per migliorare le reti informative.
Nel 1999 gli investimenti italiani nell'information
techonology finalizzati al miglioramento delle procedure nella logistica, nella
gestione dei punti vendita, nelle politiche di marketing e di fidelizzazione dei consumatori hanno
complessivamente raggiunto circa 3.500 miliardi.
Globalizzazione non può significare
omogeneizzazione, convergenza ed appiattimento su di un unico modello. Essa può
anzi esaltare le specificità di economie locali capaci di offrire contenuti
originali alla diffusione in rete.
Se in un'ottica nazionale il "locale" è
rappresentato dalla singola provincia o regione, nell'ottica mondiale il
concetto di "locale" si estende a ricomprendere nazioni, gruppi di
paesi e aree del mondo, che, con le proprie specificità, si affacciano al
circuito globale, che ha spazio per tutti.
Nel futuro prossimo è certamente necessario
migliorare il tono dei rapporti tra dimensione globale (quasi sempre quella del
paese o del prodotto dominante) e dimensione locale in una sorta di "glocalismo",
che permetta di cogliere i vantaggi offerti dalla globalizzazione ma, allo
stesso tempo, difenda e valorizzi quanto di buono esiste e resta a livello locale. Il vecchio
adagio "Think global, Act local", qui trova una rivisitazione
interessante. Ad esempio, pensando a come vendere in rete un prodotto a
denominazione di qualità locale, sconosciuto ai più fuori della provincia
d'origine.
La promozione al livello del mercato mondo serve,
in tale modello, non a cancellare, ma anzi a sostenere ciò che di locale merita
venga salvaguardato. Guardando al mercato italiano, è quanto probabilmente va
fatto per raccordare i tanti mercati dei prodotti locali al mercato globale che
si offre alla sua disponibilità.
La promozione del sistema Italia, la distribuzione
dei suoi prodotti diviene, in questo ambito, promozione di una rete integrata inserita
nella rete più vasta, e viene a proporsi, di fatto, come un giusto luogo,
virtuale o fisico poco importa, da dove iniziare l'esplorazione del mercato
mondo.