“Gli
esseri umani potrebbero alla fine rivelarsi come le cavie di quell’esperimento,
davvero singolare, che vorrebbe ripopolare la terra con i frutti di una nuova
genesi di laboratorio. L’introduzione di nuovi organismi geneticamente
manipolati, inoltre, solleva seri problemi per la salute dell’uomo”.
Così, nel
suo libro sulla biotecnologia, si esprime Jeremy Rifkin, uno studioso americano
che, per le cose che sostiene - ricordate le previsioni che fece, e che si
rivelarono in gran parte esatte, sul crollo a Wall Street dei titoli
tecnologici - va valutato con molto rispetto.
Io sono
meno categorico e meno catastrofico di Rifkin nel trarre le conseguenze da quella che è senza dubbio, oggi
negli Stati Uniti domani nel resto del mondo, una vera e propria rivoluzione
alimentare, ma non c’è dubbio che questo problema vada valutato con la massima
attenzione e affrontato anche elaborando strategie adeguate, strategie che oggi
non ci sono o sono strutturate in modo poco convincente.
Noi siamo
stati tra i primi, in un convegno tenuto a Saint Vincent nel lontano 1995, ad
affrontare in modo concreto questa questione facendo venire da Washington
esperti di primo piano del dipartimento che da tempo lavora nell’area del
Biotech.
E già
allora si capì quale tracciato avrebbero seguito le biotecnologie, quali
interessi avrebbero sollecitato, quale impatto esse avrebbero avuto nella
produzione alimentare.
Da allora
sono passati sei anni, ma non si può dire che l’Europa e l’Italia abbiano utilizzato tutto questo tempo
per mettere a punto programmi che servissero a fronteggiare questo
fenomeno e strutture idonee a
verificarne, dal punto di vista
alimentare, il grado di sicurezza e di compatibilità con la salute
dell’uomo.
Un
silenzio di molti anni che ora si cerca frettolosamente di colmare.
Io, nel
poco tempo che ho a disposizione, vorrei affrontare soprattutto tre questioni.
Biotech è stata organizzata negli Stati
Uniti con un impianto assai simile
a quello che realizzò Hollywood negli anni 50 per produrre film che potessero
essere venduti in tutto il mondo, una grande operazione commerciale che riuscì
quasi perfettamente.
Ma film
western e prodotti alimentari non sono la stessa cosa.
E , sia
pure prendendola con le molle perché tutti, anche in questo grande gioco, fanno
politica, vorrei citare un’affermazione di Wan Ho, biologa e biochimica
portavoce del movimento di Seattle: ”la scienza, dice, non è di per sé cattiva
ma c’è in giro molta cattiva scienza. Quella cattiva scienza che attecchisce
soprattutto nei giardini delle grandi multinazionali così attente a seguire i
richiami del guadagno facile e che potrebbe avere conseguenze spiacevoli e
assolutamente inaspettate: peggio delle armi nucleari e delle scorie
radioattive, perché i geni possono replicarsi indefinitamente, diffondersi e
ricombinarsi tra loro”.
Noi non
apparteniamo al popolo di Seattle, ma siamo abituati ad ascoltare tutte le
campane e questa ha un suono sordo e preoccupante.
Così vengo alla seconda questione.
L’Unione Europea - meglio tardi che mai - ha definito, nei confronti del
Biotech, una specie di codice di comportamento che ha come principale
obbiettivo la sicurezza alimentare e con essa la salvaguardia della salute dei
consumatori. Da qui una serie di regole di comportamento che le aziende produttrici o importatrici
di prodotti Biotech dovranno d’ora in poi seguire. E’ certamente un buon inizio
ma che, per essere suffragato da buoni risultati, ha bisogno di strategie operative di sicura efficacia.
Mi sembra
che da questo punto di vista molto, troppo sia ancora da fare perché è chiaro
che, in un campo minato come quello alimentare, non bastano le enunciazioni, ci
vogliono strutture capaci di gestire con intelligenza e prontezza le emergenze,
di fare adeguate forme di comunicazione, di coordinare, ma coordinare veramente
le iniziative, a vari livelli, dei tanti e diversi soggetti nazionali che operano in questo settore.
E, da
questo punto di vista, siamo indietro, terribilmente indietro perché questo
coordinamento per ora esiste solo sulla carta o si traduce in vertici nei quali
la consultazione non può che restare episodica, frammentaria con riflessi operativi che si concretizzano solo nei
casi di emergenza come è stato per la mucca pazza e per l’afta epizootica.
Ma la
biotecnologia procede, anzi corre sottotraccia e ha bisogno di ben altri
controlli, di ben altre verifiche, di ben altre strategie.
Anche
perché ogni governo, in mancanza di una vera autorità politica europea, è
portato a tirare acqua al proprio mulino difendendo soprattutto i propri interessi
che possono essere assai diversi l’uno dall’altro.
Ad
esempio, in base alle direttive che sono state approvate dal governo di
Bruxelles, spetterà all'autorità alimentare europea decidere quali siano le
filiere di prodotti maggiormente a rischio e fissare la soglia quantitativa per
gli ingredienti che possono essere utilizzati.
Ma
l’interrogativo che tutti ci poniamo oggi è: saranno in grado le strutture
europee di assolvere a questo compito? Per come sono oggi ne dubito, ma mi
auguro che, con il tempo, le cose potranno migliorare. Ma quanto tempo ci vorrà
perché migliorino? E - ultima domanda - cosa accadrà nel frattempo? Non c’è il
rischio di chiudere la stalla quando i buoi sono già tutti scappati? Perché è
ovvio che, in questa lotta con il tempo, le grandi multinazionali avranno buon
gioco. Stanno avendo buon gioco.
Terza e
ultima questione che è poi la più delicata di tutte.
Il nostro
mercato alimentare è giusto che non abbia più porte e finestre perché non
avrebbe senso, in piena globalizzazione, tornare a forme di autarchia o peggio di boicottaggio di
prodotti che provengono da altri
paesi.
Ma ciò
non deve voler dire affossare tradizioni, tipicità, qualità del prodotto
alimentare italiano le cui caratteristiche ci vengono invidiate da mezzo mondo.
Deve
essere una difesa strategica, strutturata nel giusto modo, finalizzata allo
sviluppo e non al regresso della nostra agricoltura e della nostra industria
alimentare.
E, da
questo punto di vista, devo dire che non ci siamo, non ci siamo proprio. La
difesa del prodotto italiano non si realizza semplicemente sventolando una
bandiera o battendo i pugni sul tavolo in qualche vertice.
Si tratta
di creare, invece, strutture che funzionino; che abbiano sufficienti poteri di
intervento. Bisogna elaborare strumenti legislativi e regolamentari che operino su un doppio fronte: da un
lato, garantiscano che tutti i prodotti che vengono messi in commercio in
Italia rispondano a precisi requisiti di sicurezza e di qualità, dall’altro,
consentano alla produzione alimentare italiana di svilupparsi in modo da consolidare le proprie posizioni sui mercati e non solo sul mercato interno.
E poi ,
ultima questione-bis, va fatto un grande lavoro di informazione e di
sensibilizzazione dei consumatori che, fino ad oggi, sentono parlare di
alimentazione solo quando esplode il caso della mucca pazza o quello dell’afta.
Come se solo quando c’è il mostro
da mettere in prima pagina un problema come quello della sicurezza alimentare
possa fare notizia.
Non è
così e mi sembra grave la carenza
delle Istituzioni da questo punto di vista.