ASSEMBLEA GENERALE DI CONFCOMMERCIO
Sergio Billè
C’è un Governo,
dotato di una ampia maggioranza parlamentare, che intende cambiare, ma cambiare
veramente il modello di questo sistema-paese.
Se è proprio
vero, allora per noi è un invito a nozze, perché è quello che, inascoltati,
chiediamo da tempo.
Signor
Presidente, Confcommercio è e resterà sempre un soggetto politico fortemente
autonomo, ma è probabile che, in questa sala, siano idealmente rappresentati
alcuni di quei milioni di voti che le hanno consentito di vincere le elezioni.
Bene, ora è
arrivato il momento di far vincere anche loro.
E, perché siano
loro a vincere, tre cose, chiare come il sole, devono essere fatte:
Primo, far
crescere il mercato liberandolo dalle forche caudine dei monopoli che fino ad
oggi ne hanno bloccato lo sviluppo.
Il che
significa, in primo luogo, porre fine a quelle rendite di potere che ancora
esistono e che, invece, non dovrebbero avere più ragione di esistere.
Secondo,
demolire, usando, se occorre, anche il piccone, quelle strutture dello Stato e
del parastato che, per tutelare meglio i propri interessi, hanno remato contro
tutti coloro che hanno cercato di creare forme moderne di mercato e di
concorrenza.
Infine,
dobbiamo riuscire a creare un sistema economico che abbia regole di garanzia,
ma anche strutture, capitali, professionalità che gli consentano di sfruttare
al meglio quel che oggi offre la globalizzazione.
Sono tutte cose
che si possono fare perché le idee ci sono, le capacità pure.
Solo che
dobbiamo schiodarci - e schiodarci è proprio il termine giusto - da un sistema
arrugginito e culturalmente impreparato ad affrontare il futuro.
Compresi i
tanti rischi che questo salto nel futuro potrà comportare.
Proprio in
queste ore, ai piani alti del potere economico, avvengono operazioni che
puntano a modificare di nuovo il quadro di comando e di controllo del nostro
sistema industriale e finanziario.
Anche questo è
un segnale di quel processo di assestamento e di cambiamento che la sempre più
accelerata competizione tra imprese, sistemi economici e paesi ormai comporta e
con la quale tutti - anche chi si propone di realizzare una politica nuova e
che copra l'intero arco di questa legislatura - dovranno fare i conti.
Anche le
imprese - e sono centinaia di migliaia - che operano nella grande area del
terziario di mercato e che hanno prodotto, da sole, nel 2000, il 54% del
prodotto interno lordo di questo paese, sono pronte a fare questo salto nel
futuro.
Ma, per poterlo
fare, hanno bisogno di avere alle spalle uno Stato che sappia fissare regole
che garantiscano un vero processo democratico di sviluppo.
Accettano
questa sfida, sempre che il cambiamento vada nella direzione giusta, sempre
che, per realizzare il processo di trasformazione di questa società - che sotto
il vestito ha oggi molto di vecchio e poco di nuovo - si cambino davvero tutte
le cose che devono essere cambiate.
Il documento di
programmazione economica e finanziaria e la legge finanziaria che ad esso
seguirà rappresentano le piattaforme di lancio di questo programma che, a
nostro giudizio, deve cominciare a dare i suoi primi risultati già a partire
dal 2002.
Mettere fretta
ad un Presidente del Consiglio che è abituato a correre non è certo facile, ma
noi cercheremo lo stesso di farlo.
Con uno Stato
più moderno e con regole nuove il terziario di mercato potrebbe essere in grado
di produrre, in quattro anni, secondo i nostri calcoli, almeno 1.250.000 nuovi
posti di lavoro sempre che venga potenziata tutta l'area dei servizi e sempre
che l'offerta turistica venga supportata, in tutta Italia, da un'efficiente
rete di infrastrutture.
1.250.000 mila
posti non sono pochi ma è un risultato che è possibile realizzare.
E’ un grande
progetto, speriamo che non resti solo un grande sogno.
E ora parliamo
pure delle cose che il Governo si propone di fare nelle sue prime settimane di
attività.
Ci sembrano
positive le misure proposte per la semplificazione delle pratiche amministrative,
per la tenuta dei libri IVA e per la ristrutturazione degli interni degli
immobili, anche quelli a destinazione commerciale, liberata finalmente da
inutili vincoli.
Ed è anche
positivo aver tolto la tassa sulla successione, una misura che favorisce la
trasmissione delle imprese da padre a figlio e che permette di non sottrarre
risorse che possono essere più utilmente impegnate per nuovi investimenti.
Ma per favorire
il rientro in Italia di capitali che, soprattutto per motivi fiscali, sono da
tempo tenuti all'estero e che sono stimati in 500 mila miliardi, occorrono
misure ben più articolate ed efficaci che azzerino quella che è diventata una
purtroppo diffusissima abitudine - meglio direi vizio - di molte delle imprese
di media e grande dimensione che hanno i centri di costo in Italia e i centri
di profitto all'estero.
Se il Governo
riuscisse in questa non facile, anzi sicuramente ardua impresa, l'economia
italiana riceverebbe una nuova e importante boccata di ossigeno perché
tornerebbe a riempirsi un serbatoio che oggi è mezzo vuoto.
Ma è opportuno
parlare anche del resto.
Se il problema
era quello di iniettare subito in vena al mondo dell’industria una buona dose
di fiducia, devo dire che il Presidente del Consiglio ha agito con la rapidità
e la destrezza di un allenato medico di pronto soccorso.
Parlo
ovviamente del rilancio della legge Tremonti.
L’estensione
dei benefici di questa legge anche alle piccole e medie imprese che operano
nell’area del terziario e che, a differenza di altre imprese, hanno soprattutto
la necessità di fare investimenti di tipo tecnologico e formativo, è una
positiva - ma bisogna vedere se sufficiente - correzione di rotta.
E dobbiamo dire
che - ma forse non c’è stato il tempo - meglio sarebbe stato rivedere dalle
fondamenta questa legge che è stata congegnata e strutturata per altri
obiettivi.
Del resto, era
da tempo che certi settori non mostravano così tanta euforia per un
provvedimento preso da un Governo.
Vorrei però
ricordare al Presidente del Consiglio che, per rilanciare sul serio tutto il
sistema economico, non basta un’endovena. Ce ne vogliono due e la seconda
andrebbe fatta al mercato che, di questo sistema, è uno degli assi portanti.
Perché non
basta che le imprese abbiano più risorse e più capitali a disposizione per i
loro investimenti e le loro ristrutturazioni.
Occorre anche
rafforzare il fronte della domanda che, per essere rilanciato, ha bisogno prima
di tutto che si ricostituisca quel potere di acquisto delle famiglie medie
italiane che, in questi anni, si è andato pericolosamente erodendo come i dati
sul rallentamento dei consumi chiaramente dimostrano.
Ed è di questa
seconda, indispensabile endovena, signor Presidente, che bisognerà parlare al
più presto perché anche il rilancio della domanda è una cambiale in scadenza da
ormai molto tempo.
Staccarsi
subito dalla riva della sfiducia e della stagnazione è stata sicuramente
insomma una buona cosa ma ora bisogna portare la nave sull’altra sponda, quella
dei consumi, perché, altrimenti, c’è il rischio di un viaggio fatto a vuoto.
Con una
riflessione aggiuntiva.
Sarebbe
paradossale che le nuove risorse messe ora a disposizione dell’industria
venissero, anche a causa dell’anoressia che ha colpito il mercato interno dei
consumi, stornate verso quelle aree del pianeta dove la regola è solo quella
del profitto finanziario.
Ricordate la
vicenda della rottamazione delle auto?
Le aziende del
settore fecero il pieno di vendite ma, in Italia, non crearono nemmeno un posto
di lavoro in più.
Ha ragione
Eugenio Scalfari quando sostiene che c'è il grosso rischio che queste risorse
vengano utilizzate dalle imprese più per modernizzare i loro impianti e
consolidare i loro capitali che per produrre nuovi investimenti e nuova forza
lavoro per rilanciare mercato e consumi.
Non ha tutti i
torti. Ma mi domando: come mai Scalfari, nonostante questo sia un problema che
ci carichiamo sulle spalle da anni, ha deciso di parlare soltanto ora?
Dovrebbe essere
chiaro a tutti che è arrivato il momento di investire e di produrre proprio nel
nostro Paese anche perché questo diverso atteggiamento imprenditoriale potrebbe
essere la calamita per attirare in Italia quei capitali stranieri che da tempo
non considerano più appetibile, per gli investimenti, il nostro mercato.
Naturalmente
perché tutto ciò accada è necessario ridare competitività al sistema diminuendo
i costi di produzione e rendendo assai più flessibile il mercato del lavoro.
Ma tutti, su
questo versante, devono anche cominciare a rischiare qualcosa.
E' giusto
insomma che le imprese pensino prima di tutto a ridurre i costi ma come potrà
essere rilanciata l'economia se non si cominceranno a realizzare prodotti più
competitivi?
Qualche
riflessione anche sulla legge che punta a riportare in superficie l’economia
sommersa.
E’ senz’altro
possibile - se no, non ci sarebbe chi ha tanto insistito per il varo di questa
legge - che vi siano oggi imprese che, volendo anche esportare, vogliano
tentare la riemersione dato che l'Unione Europea combatte duramente l’export
clandestino.
Qualcosa di
importante potrebbe muoversi al Sud dove dilaga da tempo l'economia sommersa ma
anche in certe aree industriali del Nord dove operano anche aziende che, come i
sommergibili, non amano troppo navigare in superficie.
E’ assai più
difficile, invece, che abbocchi un altro genere di aziende.
Mi riferisco a
quelle imprese del sommerso - più del 35% del totale con un fatturato annuo che
si aggira sui 60-70 mila miliardi di lire - ai quali si aggiungono i proventi
derivanti da molte altre attività, quello immobiliare in primo luogo - che
appartengono a società direttamente finanziate e controllate dalle grandi
organizzazioni criminali italiane e straniere le quali utilizzano queste
attività non solo per allargare l'area dei loro profitti ma anche come
strutture di copertura per il riciclaggio del denaro sporco, la produzione di
prodotti falsificati - ce ne è una marea - e di altre attività che di legale
non hanno quasi nulla.
Una riemersione
di queste aziende potrebbe presentare per le cosche più rischi che vantaggi
dato che verrebbero intercettati assetti societari per lo meno strani.
Temo, insomma,
che la politica della carota, su questo versante, serva a poco.
Qualcosa
potrebbe venir fuori, invece, dal settore - un oceano anch’esso -
dell’abusivismo di mercato dove operano decine di migliaia di circoli privati,
di falsi agriturismo, di strutture di intrattenimento, che godono di larghe
sacche di agevolazioni che consentono loro di operare nella più sleale forma di
concorrenza.
E va
intensificata anche la lotta alla criminalità economica che, in Italia, ha
raggiunto latitudini molto preoccupanti.
Ci sono,
infatti, in Italia almeno 250 mila miliardi di beni illegali che restano chiusi
nei portafogli delle cosche e che invece dovrebbero essere sequestrati e
confiscati.
Ci attendiamo
che questo Governo faccia, in questa direzione, più di quanto non siano
riusciti a fare i precedenti governi.
Perché non ha
proprio senso lavorare per la modernizzazione di un sistema economico e poi
consentire che una così grande fetta delle risorse del Paese continui ad essere
gestita dalle organizzazioni criminali .
Il confronto
sul documento di programmazione economica e finanziaria sarà la prima seria
occasione per verificare con quali tempi, modi e priorità il Governo intenda
dare l’avvio al suo programma di cambiamento del sistema.
Il nuovo buco
che sembra essere stato riscontrato nei conti pubblici, regalo inatteso e non
certo gradito del precedente Governo, ci preoccupa, ma non più di tanto perché,
in questi anni, è accaduto anche di peggio.
Una cosa deve
essere certa: il buco però non dovrà essere rammendato ricorrendo ad altre
manovre fiscali, manovre verso le quali ormai, famiglie ed imprese, sono del
tutto allergiche.
Sarebbe insomma
un guaio se prevalessero ancora una volta le logiche della vecchia burocrazia
di Stato da sempre abituata a scaricare sui contribuenti le conseguenze dei
propri errori e di una dispendiosa e disordinata gestione della cosa pubblica.
Il Dpef
dovrebbe mettere a fuoco alcuni obiettivi che a noi sembrano più urgenti di
altri.
Le
privatizzazioni, sulle quali si dovrebbe marciare a tavoletta individuando
anche metodi di dismissione che assicurino la massima trasparenza possibile.
Fino ad oggi
non è stato così e le conseguenze purtroppo si vedono ad occhio nudo.
Gli introiti
infatti derivanti dalle privatizzazioni concluse nel corso del 2000 ammontano a
circa 14.500 miliardi e a circa 23.000 miliardi quelli derivanti dalle licenze
UMTS, mentre si prevedeva un incasso, sotto questa voce, entro la fine del
2000, di almeno 65.000 miliardi.
E' evidente che
qualcosa è andato storto e c'è quindi la necessità di accelerare questo
processo sia per non minare la credibilità del nostro Paese in sede comunitaria
sia soprattutto per accrescere la concorrenza dei mercati.
Non bisogna
dimenticare che, specie per alcuni settori come quelli dell'energia elettrica e
del gas, si punta alla privatizzazione perché solo essa potrà portare ad una
riduzione delle tariffe e alla realizzazione e gestione di nuove infrastrutture
come quelle del project financing.
La verità è che
il programma delle privatizzazioni è stato gestito favorendo interessi ed
aspettative che non erano certo quelle del libero mercato.
E qualcuno
dovrà pur fare un giorno la cronistoria - e forse ci vorrà anche qualcos'altro
- su tutto quel che, su questo versante, è accaduto in questi anni.
Rimane troppo
alto il divario tra i costi di produzione di energia elettrica in Italia e
quello degli altri paesi UE, divario che si riverbera inevitabilmente sulla
"bolletta energetica".
Difatti, si può
dire tutto oggi del mercato dell'energia meno che sia un mercato libero nel
quale tutti possono comperare al prezzo giusto e dal migliore offerente.
La legge
attuale prevede, infatti, profonde disparità di trattamento tra categorie di
utenti e le più svantaggiate di tutte, nell'acquisto di energia elettrica, sono
oggi le piccole imprese e, in particolare, quelle del terziario.
L'unico modo
per eliminare questa assurda, plateale discriminazione è quello di ridurre il
periodo transitorio, vendere al più presto le tre centrali di Genco e ampliare
la fascia delle imprese e dei loro consorzi che possono comprare energia sul
mercato libero.
Ma andiamo
oltre.
Anche
l’inefficienza dei trasporti urbani in molte aree metropolitane ha fatto sì che
il costo medio che oggi famiglia deve sopportare - potendo usare, per gli
spostamenti, solo il mezzo privato - sia aumentato, negli ultimi cinque anni,
del 37%.
Volete un altro
parametro? Nell'ultimo decennio, fino al '97 sono stati costruiti, in tutta
Italia, appena 15 chilometri di rete metropolitana.
Come le
strutture commerciali - per parlare proprio di cose di "casa nostra"
- continuano ad essere costrette a pagare imposte esose per una serie di
servizi che o funzionano in modo discontinuo o non funzionano affatto.
Se il
Presidente Berlusconi ha pensato di chiamare il suo movimento politico
"casa delle libertà" è evidentemente perché crede che la
liberalizzazione sia un fondamentale obiettivo.
E allora ci si
sbrighi, per favore, a togliere i coperchi ad un impianto pubblico in cui
ancora regnano rendite di monopoli che non dovrebbero più avere ragione di
esistere.
C’è anche il
problema delle infrastrutture.
Mi sembra che,
in proposito, il Governo abbia chiari obiettivi.
Giusto partire
dalle grandi infrastrutture - lo svincolo di Mestre, il valico Firenze-Bologna,
l’autostrada Salerno-Reggio Calabria i cui cantieri, aperti da tempo infinito,
hanno messo, in qualche punto, le ragnatele.
Ma mettere mano
alle infrastrutture significa anche volare più basso, anzi in modo radente
perché è fuori di ogni logica lasciare che migliaia e migliaia di piccoli
comuni restino tagliati fuori dal progresso per l’assenza di qualsiasi tipo di
infrastrutture, anche quelle - si pensi all'utilizzo delle fibre ottiche - che
oggi offre l'informatica.
Il turismo - un
settore in cui operano 300 mila imprese e che oggi conta, in termini di valore
aggiunto, 120 mila miliardi - ha bisogno per esprimere tutte le sue
potenzialità, di un vero modello di sviluppo che fino ad ora nessun Governo è
stato in grado né di disegnare né di programmare.
E' una grave
lacuna a cui bisogna cercare di porre rimedio al più presto dando, in primo
luogo, alla grande rete delle piccole imprese che, del turismo, sono cuore e
polmoni, la possibilità di migliorare la qualità di tutta la vasta gamma di
servizi che esse oggi sono in grado di offrire.
E' in questo
modo, e non riprogettando modelli adatti a paesi turisticamente emergenti, che
il turismo italiano può diventare un grande business.
Ma anche il
settore dei trasporti ha bisogno di interventi radicali.
Sappiamo che
entro il 2010 la domanda di servizi di trasporto aumenterà del 40% e che la
parte più rilevante riguarderà il trasporto su gomma.
Se è vero che
bisogna puntare su una programmazione più diversificata dei mezzi di trasporto,
è anche vero che l'autotrasporto su strada rimarrà ancora per molti anni una
componente strategica del nostro sviluppo economico.
Come resta
strategica e da qualificare maggiormente tutta la rete del nostro trasporto
marittimo.
Occorre anche
rendere omogenee, in sede europea, le normative in modo che il nostro sistema
di trasporto non debba essere penalizzato rispetto a quelli di altri paesi.
Infrastrutture
e sicurezza sono oggi questioni che, intrecciate tra loro, sono della massima
importanza.
Ci sono gravi
carenze che non solo rendono ormai inaccettabile il grado di vivibilità in
molte aree metropolitane ma impediscono anche alle strutture commerciali di
esprimere al meglio tutte le loro potenzialità: è enorme la carenza di parcheggi,
inesistente la vigilanza in molti quartieri periferici nei quali l'incolumità
di cittadini e commercianti è sempre più a rischio.
Ma ormai gli
stessi rischi li corre ogni città, anche la più piccola. Ovunque.
E tutti
sappiamo quanti morti abbia prodotto, in questi ultimi anni, la cosiddetta
criminalità metropolitana.
Anche il
funzionamento dell'apparato giudiziario conserva oggi carenze e disfunzioni
gravissime.
Non è
possibile, ad esempio, che il processo civile abbia tempi di attesa che, in media,
superano i tre anni.
La giustizia è
un ombrello bucato che non protegge, in Italia, chi, in condizioni già di per
sé difficili, cerca di operare sul mercato e fare impresa.
Come è
indispensabile una nuova politica del lavoro.
Il primo
obiettivo è quello di ridurre la forbice oggi esistente tra costo del lavoro,
retribuzione lorda e retribuzione netta dei lavoratori.
All’aumento del
costo del lavoro dovuto ai rinnovi contrattuali ai vari livelli - proprio in
questi giorni è stato rinnovato il contratto del settore del terziario, anche
grazie al senso di responsabilità delle imprese che intendono investire nello
sviluppo di questa grande area di mercato - non corrisponde un equivalente
beneficio in termini di potere d’acquisto delle retribuzioni reali e ciò si
riflette negativamente sulle stesse aziende e sulla contrattazione.
Le nostre
imprese possono puntare allo sviluppo solo se all’offerta corrisponde
un’adeguata domanda. Ma questa continuerà ad essere sempre carente se i redditi
delle famiglie continueranno ad essere falcidiati, da tasse, oneri, tariffe.
Il mercato del
lavoro va sostenuto anche con politiche formative che consentano qualificazione
e aggiornamento del fattore umano.
Bisogna
agganciare il mondo del lavoro a quello dell'istruzione.
E non posso non
parlare di quali oneri non più sostenibili siano gravate le imprese del
terziario.
Il pacchetto
delle nostre proposte, già sul tavolo del Governo, comprende, tra l'altro, il
ricalcolo e la rivalutazione automatica della detrazione IRPEF sui redditi di
impresa, una drastica riduzione dell'IRAP, dalla quale andrebbe prima di tutto
escluso il costo del lavoro, e ancora l'esclusione della stessa tassa per tutte
le imprese a cui si applicano gli studi di settore.
E deve sparire
anche la scandalosa imposta sulle insegne, un retaggio che disonora un paese
civile.
Come è giunto il momento di procedere ad una profonda revisione della riforma Bersani per correggerne storture e inadeguatezze.
E' importante
che imprese e sindacati si confrontino per cercare soluzioni che siano idonee
ad un sistema economico che è assai diverso ormai, per regole, latitudini,
programmi e obiettivi, da quello di dieci anni fa.
Basti pensare a
quel che è successo, in questi anni, in materia di part-time, apprendistato e
lavoro a tempo determinato.
Certi rigidi
condizionamenti imposti dal vecchio statuto dei lavoratori e da altre
altrettanto logore normative non hanno più ragione di esistere.
Il che non
significa affatto togliere ai lavoratori diritti e garanzie, ma adottare regole
nuove che permettano di accrescere la competitività facendo in modo che tutti
ne possano avere un giusto tornaconto.
A questo
proposito non posso non fare qualche considerazione sul problema dei contratti
a tempo determinato e sulle direttive europee che si vogliono applicare per
regolamentarlo.
Sulla sostanza
di questa direttiva europea non ho nulla da obiettare e mi sembra di averlo
detto fin dall’inizio.
Per lo sviluppo
del mercato, infatti, lo strumento della flessibilità è ormai essenziale e più
varchi si aprono in questa direzione più occupazione e sviluppo si riusciranno
a produrre.
Ma continuo a
ribadire che l’aver escluso o aver fatto in modo che si autoescludesse - che è
poi la stessa cosa - da questo confronto il maggiore sindacato italiano mi è sembrato
un errore di percorso, un fuori pista che sarebbe stato meglio evitare.
Perché, se
l’aria che tira è quella del vero cambiamento e se è vero che tutti, anche i
sindacati, vogliono questo cambiamento, una politica del muro contro muro su
questioni di dettaglio, come è certamente questa, è un errore strategico che
potrebbe provocare ritardi ed incomprensioni.
Il mio vuol
essere un duplice appello. A Cofferati, prima di tutto, perché si decida a
scendere dall'Aventino, ma anche al Governo che ha tutti gli strumenti, i
poteri e, credo, anche la sensibilità per poter riaprire in fretta i microfoni
del dialogo.
Perché, con i
microfoni spenti, non si va da nessuna parte.
Siamo ormai
alla vigilia dell’introduzione della moneta unica, un avvenimento epocale di
cui mi sembra che si parli troppo poco e l’Europa continua ad essere un cavallo
che beve poco, mangia male e soprattutto non sembra avere le energie per
vincere il derby con il grande dollaro.
Tra poco
pagheremo anche il caffè con l’euro, ma non abbiamo ancora le idee chiare su
quel che significherà per noi domani essere europei.
Il filosofo
tedesco, Jurgen Habermas sostiene che questa strana forma di labirintite che ci
assale ogni volta che pensiamo al futuro dell’Europa, sparirà d’incanto quando
all’Europa dei trattati e delle monete si aggiungerà finalmente l’Europa della
politica e dei comuni valori.
E quando e come
questo potrà avvenire?
L'adesione al
trattato di Maastricht ha portato indubbi benefici alla nostra economia ma è
come se, dopo aver raggiunto questo traguardo, il treno dell'Europa avesse
rallentato la velocità.
E questo ha
provocato una serie di contraccolpi negativi.
Primo perché
l’euro non ci ha per nulla aiutato a rendere più sopportabile la bolletta
petrolifera da sempre agganciata al dollaro come l’edera. Mentre le prospettive
iniziali erano tutte diverse.
Abbiamo solo
sognato.
Secondo, perché
la crisi che ha colpito anche i paesi europei, in primo luogo la Germania, ha
dato un colpo di maglio alle nostre esportazioni che sono orientate, per il
60%, proprio verso quest’area.
Terzo, perché
le multinazionali continuano a fare quello che vogliono.
Quarto, perché
la cronica debolezza dell’euro sta allontanando dall’Europa capitali che
continuano a rifugiarsi in altri lidi.
Quinto, perché
quella specie di sistema immunitario che avrebbe dovuto essere la struttura
europea non è servito né ad arginare il fenomeno del riciclaggio del denaro
sporco, né ad impedire la penetrazione nel nostro tessuto economico e
commerciale delle grandi organizzazioni criminali dell’est europeo, né a
frenare il flusso dell’immigrazione clandestina.
Credo che il
nostro Governo dovrebbe avere il coraggio di costringere i nostri partner ad un
vero e proprio show down su alcune questioni di fondo.
Innanzitutto un
rafforzamento dell’esecutivo. Perché solo così l’Europa delle monete può
diventare l'Europa della politica e dei comuni valori.
Secondo, dai
recenti sondaggi realizzati a Bruxelles risulterebbe che circa il 25% degli
italiani (il 38%, se ci può consolare, dei tedeschi) ha ancora, nei confronti
della moneta unica, un atteggiamento di accentuata diffidenza.
E sarà meglio
fare qualcosa prima che ci piovano in testa le nuove monete.
Una terza
questione è anche la grande globalizzazione che incombe e che sarà il tema
centrale del vertice dei G8 che si aprirà tra qualche giorno a Genova.
Riguarda anche
noi? Certo che riguarda anche noi perché il nostro sistema, se non riesce ad
attrezzarsi in tempo, rischia davvero di restare tagliato fuori da questo
"grande slam" dell’economia nel quale gioca solo chi riesce a restare
in serie A. Gli altri, tutti fuori, colonizzati o quasi.
Noi, dentro al
G8, per fortuna, ci siamo e questo ci darà modo di giocare le nostre carte ma
bisogna anche dire che i piani, gli obiettivi, i disegni di questa
globalizzazione restano ancora un grosso rebus. Per tutti.
Michael
Gorbaciov, una persona che merita la nostra gratitudine per quel che ha cercato
di fare per rendere almeno un po’ più libera una parte di questo pianeta, ha
paragonato questa globalizzazione ad una di quelle locomotive che, lanciate in
una folle corsa, rischiano, ad ogni curva , di uscire dai binari.
Il paragone è
senza dubbio forzato, appesantito dal pessimismo di un uomo che sperava che
proprio la globalizzazione avrebbe potuto aiutare il suo paese sulla via dello
sviluppo e della democrazia.
Ma quel che non
ha fatto in Russia, la globalizzazione non è riuscita, per ora, a farlo nemmeno
altrove.
Perché se la
globalizzazione avesse davvero applicato, come era nei suoi disegni iniziali,
il principio dei vasi comunicanti, con una ricchezza che man mano veniva
trasferita da un’ampolla alle altre creando un equilibrato benessere nel mondo,
allora sì che avremmo trovato il farmaco giusto.
Ma qualcosa
deve essere andato storto se, a quasi vent’anni dal suo esordio, ancora
esistono, sul pianeta, un miliardo e mezzo di persone costrette a vivere con
meno di un dollaro al giorno e se i paesi ricchi, con il 15% della popolazione,
continuano ad avere un reddito pro capite 63 volte più alto di quello dei paesi
poveri dove vive il 40% della popolazione mondiale.
Qualcosa deve
essere andato storto se il 56% dei paesi in via di sviluppo è ancora privo di
qualsiasi forma di assistenza sanitaria di base e 2 miliardi di persone sono
costrette a vivere senza energia elettrica.
Andrzej
Szostek, professore di teologia morale all’università di Dublino, sostiene che,
quando verrà completato il ciclo della globalizzazione, il mondo finirà nelle
mani di una ristretta cerchia di ricchi investitori i quali terranno a libro
paga mezzo mondo.
Evidentemente
questo teologo ha visto troppi film di James Bond e della Spectre ma forse un
pizzico di ragione ce l'ha.
E non deve
sembrare per nulla strano che in un’assemblea di Confcommercio si parli, oltre
che della globalizzazione, anche di quel protocollo di Kyoto rimasto fino ad
ora lettera morta per l’opposizione di paesi, come gli Stati Uniti, che
ritengono che lo sviluppo industriale sia più importante di un problema
chiamato clima.
Perché con
Kyoto le nostre imprese c’entrano. Eccome.
Perché se non
ci decideremo a ridurre in fretta, entro pochi anni, le emissioni di gas serra
(anidride carbonica, gas metano, protossido di azoto, esafloruro di zolfo,
idrofluorocarburi e perfluorocarburi) il surriscaldamento della terra sarà un
fatto ineluttabile.
E quando la
temperatura della terra salirà a 55 gradi - perché queste sono appunto le
previsioni degli scienziati - che ne sarà del nostro commercio e del nostro
turismo?
Chi avrà ancora
il coraggio di venire in Italia per visitare i nostri musei?
Anche il
ministro degli esteri, Ruggiero sostiene che gli obiettivi del popolo di
Seattle non sono poi così diversi da quelli a cui sta lavorando il G8.
Per questo mi è
venuta quasi voglia di andare a Genova e di manifestare anch'io.
Non è detto che
non lo faccia. Ci sto pensando.
E vorrei che
chi è in questa sala, faccia la stessa riflessione.