IL LAVORO CHE SARA'
Conferenza Nazionale del Lavoro
Roma, 1 febbraio 2001
Non
vorrei entrare in polemica con
nessuno ma l’affermazione fatta, proprio nel corso di questo
interessante convegno, dal sottosegretario al lavoro, Morese secondo il quale il nostro sistema pensionistico va bene
così com’è, necessitando, al massimo, di una buona e continua manutenzione, mi
ha colpito.
Colpito ma non sorpreso perché è
sulla linea di chi ritiene che il nostro sistema, compreso quello delle
pensioni e della previdenza
sociale, regge bene all’urto di quel che di nuovo ha prodotto e sempre di più
produrrà la globalizzazione dell’economia e tutti i suoi effetti derivati.
Io , da tempo, sostengo il
contrario: al motore del nostro sistema, per andare avanti e tornare ad essere
realmente competitivo, non basta
qualche tagliando in più di manutenzione. E’ lo stesso motore che va
cambiato perché quello attuale, per come è strutturato, non è più compatibile
né con le esigenze della nostra società né con quelle espresse dal mondo
dell’economia.
Prendo,
comunque, a prestito il termine di “manutenzione” usato dal sottosegretario
Morese perché mi serve anche ad un altro scopo,
quello di definire cosa è stata , in gran parte, la politica di concertazione
in questi ultimi anni, politica che talvolta ha prodotto positivi risultati ma
che, in generale, non è servita ad avviare, in un confronto-dialogo anche con
le parti sociali, un processo di vera innovazione del sistema-paese.
Si è
appunto cercato di fare, fin dove era possibile, buona manutenzione, ma niente
di più.
Non solo
essa, infatti, ha proceduto a corrente alternata, ora in funzione ora del tutto
bloccata, a secondo del clima politico, ma ha cercato per lo più di mettere qualche nuovo paletto di sostegno al vecchio sistema:
ritocchi qua e là, piccole aperture ma anche salti di ostacolo ogni volta che
tornava ad essere predominante – e lo è stato quasi sempre- il gioco dei veti
incrociati.
Infatti,
per quelli che avrebbero dovuto essere i suoi obbiettivi primari, la concertazione
ha fatto ben poco:
-non è
riuscita a condurre a buon fine e nemmeno ad accelerare il processo di privatizzazione
dell’impresa pubblica, eternamente nel guado
-non è
riuscita a fissare una linea chiara, strategica, definitiva per quanto riguarda
il processo di liberalizzazione e di democratizzazione del mercato dove,
difatti, continuano ad operare cartelli e poteri forti che fanno il buono e il
cattivo tempo
-non è
stata di nessun aiuto per l’accelerazione di quella politica delle riforme- e
metterei quella delle pensioni ai primi posti - che pure , a detta di molti
esperti e di tutti gli organismi internazionali che contano qualcosa,
sembravano e sono tuttora indispensabili per portare il nostro paese ad un
grado di soddisfacente competitività
-né la
concertazione è servita ad approfondire, fino a portarlo all’osso, il problema
delle infrastrutture , della mobilità .
Non mi
soffermo sulle infrastrutture
sulla cui carenza è stato già, in tutte le sedi, detto tutto, ma sul
problema della mobilità.
Vi sembra
che tale questione, vitale ormai
per una moderna economia, sia
stata affrontata seriamente in sede di concertazione?
Non è
forse vero che si è preferito prendere atto delle difficoltà che si
frapponevano ad una sua attuazione piuttosto che fare qualcosa di serio e di
nuovo per cercare di rimuoverle?
Qualcosa
si è fatto, invece, obtorto collo, perché non c’erano altre soluzioni
possibili, per quanto riguarda la flessibilità.
Difatti,
tra il ’96 e il 2000, il 57% dell’aumento dell’occupazione dipendente è
imputabile a contratti di occupazione temporanea soprattutto nell’area dei
servizi. Ma è un dato che va
esaminato contro luce : primo, perché
esso si accompagna ad un sostanziale ristagno , anzi ad una graduale
flessione dell’occupazione in tutto il settore industriale, secondo, perché la
quota degli occupati a termine ha colpito prevalentemente il Sud dove
l’occupazione imputabile a lavori temporanei era già elevata, circa il 74%.
E’ molto
spesso, quasi sempre l’occupazione
temporanea, in quest’area, è stato un obbligo non una libera scelta perché il
mercato, come ben sapete, non offriva proprio altro.
Ma affrontare e risolvere, in chiave
moderna, il problema della flessibilità non significa offrire solo lavori a
strozzo, o questo o niente, ma fare in modo che la domanda e l’offerta di
lavoro si incrocino in un’economia proiettata verso gli investimenti e lo
sviluppo, cosa che, nel nostro Sud invece, non accade.
E c’è
un dato aggiuntivo che preoccupa:
l’aumento della flessibilità non ha portato, in particolare nel Mezzogiorno, ad
una riduzione sensibile del lavoro sommerso, a conferma di politiche non
adeguate ed efficaci in quanto non si è agito in termini di riduzione
sostanziale tra costo del lavoro per l’impresa e salario realmente percepito dal
lavoratore.
La
cultura della “manutenzione” ha colpito un po’ dovunque:
- è rimasto un “ibrido” il
federalismo con poteri e competenze delle Regioni che non si sa ancora quali
potranno essere e soprattutto come potranno essere esercitati
- è
rimasto quasi “integro” il potere di aziende di Stato che, invece di marciare
rapidamente verso la privatizzazione, investono, spendono e aumentano le
tariffe.
Anche sul
problema tariffario la
concertazione ha potuto fare ben poco. Non solo, in questa sede, non è stato
mai affrontato il problema alla radice, ma si è fatto in modo che il fiume
degli aumenti tariffari- acqua, gas, nettezza urbana, servizi di trasporto,
ecc- riprendesse a scorrere quando la concertazione aveva esaurito – non si sa
perché - una sua fase di confronto.
Ed è
grave che ciò sia accaduto perché sicuramente le tariffe hanno avuto un peso
rilevante nella nuova impennata dell’inflazione, cosa che non è avvenuta negli
altri paesi europei dove lo shock petrolifero e la svalutazione sono stati riassorbiti
più celermente e senza un impatto diretto sui prezzi al consumo.
Come
rendere competitivo un sistema che
ha perso e continua a perdere colpi. Questo dovrebbe essere il piatto
centrale di una concertazione con
le parti sociali che ubbidisca al suo vero ruolo.
Ma poco o
niente si è fatto su questo versante.
E vale la
pena di porsi una domanda: come mai gli indici di competitività delle merci
italiane sui mercati internazionali, misurati sulla base dei prezzi di
produzione, continuano a registrare un aumento inferiore a quello registrato
dai prodotti tedeschi e francesi?
Eppure la
dinamica del costo del lavoro italiano, in termini nominali, calcolata
dall’Eurostat, è stata tra le più contenute della zona dell’euro. E lo shock
petrolifero ha colpito tutti.
Allora?
Allora è evidente, fin troppo evidente, che esistono, nel nostro sistema,
elementi diversi dal costo del lavoro che determinano aggravi consistenti per
le imprese impedendo loro di essere competitive.
E
ritorniamo all’assunto iniziale. Altro che manutenzione! Pesano e pesano sempre
di più sul nostro sistema le mancate riforme per quanto riguarda
l’approvvigionamento energetico-problema su cui non si è fatto nulla mentre ,
come sapete, diventa sempre più attendibile l’ipotesi di un nuovo rialzo dei
prezzi -l’ammodernamento del sistema dei trasporti, l’eccessivo peso della
burocrazia, la riforma del Welfare e della attuazione della previdenza
integrativa, le privatizzazioni, ecc.
La
concertazione è servita a mettere a fuoco questi problemi? Certo che no.
Mi si
dirà che il processo di integrazione europea sottrarrà, nel futuro, un numero crescente di competenze ai
governi nazionali togliendo quindi valore anche a questo tipo di concertazione.
Non sono
d’accordo per due motivi. Primo, perché , da questo punto di vista, siamo
ancora nel futuribile in quanto veri organi politici europei che prendano decisioni in materia, ad
esempio, in tema di mercato del lavoro, ancora non sono stati creati e chissà
quando e come potranno essere operativi.
Secondo,
perché l’Italia deve arrivare a questo traguardo europeo avendo prima superato
il “gap” che, come sistema, ancora lo divide dai patners amici ma anche
concorrenti.
Insomma
il nostro sistema, se vogliamo entrare a testa alta nel mercato globale, ce lo
dobbiamo rifare - e insisto sul rifare - da soli, in casa nostra, perché
nessuno ci darà, su questo, una mano. Anzi.
Pensate
all’ipotesi - qualcosa di più ormai che una semplice ipotesi -
dell’allargamento dell’Ue ai paesi dell’est europeo. La Germania si sta
attrezzando mettendo mano ad una serie di riforme. E noi?
Quale
sarà il nostro grado di competitività in quest’area?
O
pensiamo seriamente che l’Europa ci voglia e ci possa aiutare a rilanciare il
nostro mercato interno che continua ad avere consumi asfittici, consumi che, dopo la fiammata del bonus di fine
d’anno, sono ritornati a soglia
zero?
Permettetemi
di toccare, prima di concludere, un altro tema che, nella concertazione, è
stato fino ad ora solo un invitato fantasma.
Parlo del problema della formazione,
anch’esso vitale per il futuro del nostro paese.
Credo che
abbia ragione Bill Gates quando sostiene che la cosiddetta “new economy” è solo
un etichetta di facciata o, in certi casi, addirittura un falso problema.
Quello
reale, rivoluzionario è la messa in rete di tutto il sistema economico, vecchio
e nuovo, sistema che porterà a cambiamenti tecnologici di eccezionale portata e quindi ad una profonda revisione di
tutte le strutture imprenditoriali, di ogni tipo e di ogni grandezza.
E noi cosa stiamo programmando nel
settore della formazione? Cosa sta cambiando veramente nelle nostre strutture
formative per rispondere alle esigenze di
un sistema economico che, entro pochi anni, sarà completamente rivoluzionato?
E’ un
tema tutt’altro che marginale, eppure continua ad esserlo.
La nuova
concertazione, se mai ci sarà, dovrebbe metterlo, nella sua agenda , al primo
posto. Con assoluta priorità. O
pensiamo che l’information tecnology sia soddisfatta dotando tutti i ragazzi maggiori di 14 anni
di semplici cellulari?