Onorevoli Presidenti, onorevoli
parlamentari,
l’obiettivo
predominante di questa finanziaria è quello di individuare misure che
consentano un sostanziale correttivo del disavanzo pubblico ed è giusto che a
questo problema sia stata data la necessaria priorità. Essa, invece, ci appare
carente su un altro versante, quello delle misure che avrebbero dovuto essere
adottate e che - a nostro giudizio - vanno adottate, nello stesso contesto, per
il rilancio della domanda, un rilancio che consenta ai consumi di uscire dalla
attuale, preoccupante fase di stagnazione. Proprio perché si vuole avviare e
con determinazione una politica di riforme strutturali, riforme che noi tutti
riteniamo che non possano più essere eluse o ulteriormente rinviate, occorre
che, in parallelo, si prendano iniziative che consentano il rilancio del
mercato e la ricostituzione, nel paese, di un clima di maggiore fiducia. E ciò
non sarà possibile se, in primo luogo, non si rafforzerà il potere d’acquisto
delle famiglie.
Solo così, infatti, una politica
di riforme potrà essere realizzata seguendo un percorso virtuoso nel quale
prevalgano la collaborazione e il consenso di tutte le parti sociali.
Che il paese viva una fase di
stagnazione mi sembra un dato inconfutabile. Per il 2001 era stata ipotizzata,
all’inizio dell’anno, una crescita del prodotto interno lordo del 3% che poi
via via si è ridimensionata scendendo a valori più vicini all’1 anziché al 2%.
La produzione di ricchezza cioè ha
subito una parabola discendente: se, infatti, nel primo trimestre di
quest’anno, si attestava ancora sulla soglia di un aumento del 2,4-2,3%, quindi
già dello 0,6-0,7% inferiore alle previsioni fatte in precedenza, nel secondo
come nel terzo trimestre questa crescita si è sostanzialmente azzerata e le
aspettative per il quarto ed ultimo trimestre, anche a causa delle conseguenze
prodotte sulla congiuntura anche dal conflitto in atto, non appaiono certo
positive.
Se vogliamo, quindi, evitare che
il 2002 parta con una base di crescita molto bassa, bisogna immettere benzina
nel serbatoio dell’economia, anzi direttamente nel serbatoio delle famiglie i
cui consumi, come sapete, incidono per il 70% nella formazione del nostro
prodotto interno lordo.
Non nego l’efficacia delle misure
assunte, a sostegno delle imprese, dalla Tremonti bis come il valore di quelle
prese a favore di pensionati e di famiglie di più basso reddito. Ma non ritengo
che questi interventi, pure necessari, siano sufficienti a fronteggiare una
crisi che, se era preoccupante già prima dell’11 settembre, ora rischia di
diventare drammatica a causa anche dei contraccolpi che la nuova congiuntura
internazionale, sulla cui durata nessuno oggi è in grado di fare previsioni,
potrà avere sulla produttività delle imprese come sul versante occupazionale.
Stiamo parlando, del resto, un
problema non soltanto italiano dato che molti nostri partners europei si
trovano o rischiano di trovarsi presto in condizioni simili alla nostra.
Gli stessi Stati Uniti, coinvolti
nel dramma di una guerra di cui ancora non si riescono a definire né i contorni
né le prospettive, non solo hanno per prima cosa adottato una politica
espansiva dei consumi ma hanno invitato i loro alleati occidentali a fare
subito altrettanto.
E, difatti, le autorità europee
hanno iniziato una riflessione a tutto campo che potrà anche portare presto,
già se ne intravedono i sintomi, ad una revisione dei parametri del Patto di
stabilità
E se il problema di rivedere
assetti e politiche economiche diventa urgente per l'Europa, lo diventa ancor
più per un paese come l’Italia che ha, nel serbatoio, meno benzina di altri,
redditi più bassi, minore elasticità di impianto, normative, anche nell’area
economica, in buona parte obsolete, divari maggiori tra aree di sviluppo e di
sottosviluppo.
Tutto questo per dire che se non
si sostiene oggi il potere di acquisto della famiglia media italiana, è
impossibile, con i conti di oggi, reimmettere l’economia in quel circolo
virtuoso che produce sviluppo.
Si entrerebbe in un circolo non
virtuoso ma vizioso. E, per spiegarlo, credo che basti un esempio: la minore
crescita del Pil nel 2001, secondo nostre stime, avrebbe già sottratto
ricchezza per un valore di circa 28 mila miliardi di lire. E siccome metà di
questa ricchezza ritorna allo Stato sotto forma di tasse e imposte, l’erario
rischia di trovarsi di fronte ad un minor gettito di circa 14 mila miliardi.
E' il cane che si mangia la coda.
Se cede il pilastro della
ricchezza perdono tutti: le imprese perché venderanno meno prodotti (è
significativa, al riguardo, la denuncia già fatta dalla Fiat di una minor
vendita di 100 mila auto), lo Stato che dispone di minore risorse nel momento
in cui, invece, gliene servono molte di più (basti pensare alle ingenti spese
che dovranno essere affrontate, nel breve periodo, per potenziare tutte le
strutture di sicurezza), le famiglie costrette a sopportare una pressione
fiscale maggiore di quella già gravosa che sopportano e, infine, la stessa
politica delle riforme più difficile da attuare in un contesto in cui, come ho
detto, consenso e fiducia sono in fase discendente.
Vorrei richiamare l’attenzione sul
problema della pressione fiscale perché non è una questione di poco conto. Se
la crescita, infatti, invece di attestarsi al 2,4%, scende, come dicono
purtroppo oggi i numeri, all’1,8 o addirittura all’1,5% il carico tributario
sulle famiglie è destinato a crescere dello 0,4 o dello 0,6%.
Potranno scendere, infatti, le
imposte indirette perché si spende di meno, ma sono destinate a crescere,
invece, automaticamente le imposte dirette perché legate al reddito dell’anno
precedente.
Se l’attuazione di una riforma
fiscale era, quindi, ieri urgente, oggi, allo stato dei fatti, diventa
indispensabile. Manovrare sull’Irpef, raggiungere accordi europei per una
sostanziale riduzione dell’Iva, studiare forme di contenimento per l’Irap sono
tutte iniziative che potrebbero dare concreti e immediati vantaggi: farebbero
uscire i consumi dalla stagnazione, rimetterebbero in circolo un po’ di fiducia
nelle famiglie che potrebbero essere incoraggiate anche a forme di
indebitamento, ad esempio, con un maggio ricorso alle vendite rateali e, fatto
non secondario, rilancerebbero le imprese che oggi, a causa della crisi
dell’export, hanno bisogno come non mai di prendere ossigeno dal mercato
interno.
E ci potrebbero essere altri,
significativi effetti indotti perché una ripresa del mercato favorirebbe senza
dubbio anche il rientro dei capitali, la riemersione delle imprese, il rilancio
dell’occupazione.
Per quanto riguarda le imprese e
le famiglie la legge finanziaria contiene alcune misure senza dubbio efficaci
quali la soppressione dell’imposta sulla pubblicità e dell’Invim e la proroga
delle detrazioni per le ristrutturazioni edilizie e della possibilità di
rivalutare i beni di impresa.
Misure certamente utili ma circoscritte
che non affrontano la complessità dei problemi che, ad esempio, ha oggi il
settore turistico posto di fronte ad un crollo della domanda che va al di là
delle più pessimistiche previsioni. A questo settore quindi andrebbero estese
agevolazioni come crediti di imposta anche per i contratti di lavoro a tempo
determinato, detraibilità dell'Iva per il turismo congressuale. Come dovrebbero
essere studiati interventi che incentivino la diffusione di sistemi di
videosorveglianza nelle imprese attraverso la possibilità per esse di
ammortizzarne anticipatamente i costi di acquisto e di installazione.
E misure dovrebbero essere
concretizzate anche – l’elenco dettagliato delle nostre proposte è nel
documento che oggi qui presentiamo - per l’introduzione della moneta unica per
la quale si dovrebbe prevedere la possibilità di ammortamento anticipato, con
la contabilizzazione in un’unica soluzione nell’anno di acquisto e non in quote
fisse nei cinque anni, per l’acquisto e il rinnovo dei necessari beni strumentali
quali i registratori di cassa, gli apparecchi per il controllo della valuta,
ecc.
E ancora, per tutta l’area delle
piccole e medie imprese, è urgente provvedere ad una riduzione dell’Irap,
attraverso la non imponibilità del costo del lavoro, all’abolizione dell’Ici
sulle concessioni demaniali, ad una riforma complessiva della tassazione sui
rifiuti, al ripristino delle normali condizioni di deducibilità dei costi nella
determinazione del reddito d’impresa le quali sono state più volte violate, a
seguito di contingenti esigenze di gettito, con l’introduzione di soglie,
limiti e tetti che alimentano la confusione tributaria ma soprattutto
vincolano, in modo pesante, il grado di operatività delle imprese. Come è
necessario che il rifinanziamento del Fondo unico per gli incentivi alle
imprese abbia una portata almeno pari all'importo dello scorso anno che
prevedeva, per il 2001, 700 miliardi.
Ma torno, avviandomi alla
conclusione, al problema generale, quello del rilancio dei consumi. Riscontro
che, su questo versante, il governo ha mostrato, in queste ultime ore, maggiori
aperture e disponibilità. Mi auguro che esse si concretizzino e che non restino
un’appendice solo virtuale alla discussione di questa legge finanziaria.
L’Italia è un paese che, in tutte
le sue componenti, vuole cambiare. Ma perché quest’operazione di cambiamento,
di vero e proprio salto, in alcuni casi, di sistema, vada in porto, occorre
dare all’economia e a chi contribuisce maggiormente alla sua crescita migliori
aspettative, più sicure basi di lancio, una vera iniezione di fiducia.