Con l’entrata in vigore, ormai tra pochi giorni, della moneta unica, la parola Europa assumerà, nell’immaginario collettivo, un significato e una valenza assai maggiori, atto concreto e tangibile dell’irreversibilità di un processo politico ed economico al quale il nostro paese ha aderito con convinzione.
Ma il fatto che
l’Euro esca dalla sfera dei simbolismi propri dell’alta politica per diventare,
per centinaia di migliaia di imprese e di milioni di famiglie, punto di
riferimento reale, concreto, insostituibile del vivere quotidiano, modifica
sostanzialmente tutto l’arco delle prospettive, ma anche delle aspettative.
Perché ora
anche gli italiani prendono coscienza del loro diritto di diventare europei a
tutti gli effetti, europei a 360 gradi, europei nella sostanza.
Il che, per chi
vive ed opera in questo paese, significa anche poter ora contare su leggi e
strutture e far leva su un sistema di garanzie che gli consentano di competere,
ad armi pari, sul terreno economico come su quello sociale, con gli altri
cittadini europei siano essi francesi, tedeschi o olandesi.
Perché se,
invece, si dovesse riproporre, per carenza di interventi nel processo di
modernizzazione del nostro sistema, quell’Europa delle diversità a cui, nostro
malgrado, siamo stati abituati fino ad oggi, allora tutto diventerebbe più
difficile, più ostico, più indigesto per la stragrande maggioranza dei nostri
operatori e delle nostre famiglie.
Le imprese
devono essere messe, dunque, in grado di aumentare il loro grado di
competitività adeguandosi a modelli europei fino ad ora evocati ma poi, di
fatto, mai messi in pratica. Anche le famiglie, per poter accrescere e
consolidare il loro potere di acquisto, hanno bisogno di un’amministrazione
pubblica, di leggi e di un sistema fiscale meno oppressivi.
Per le piccole
e medie imprese italiane, core business del nostro prodotto interno lordo,
adeguarsi finalmente ai modelli più avanzati d’Europa significa tante cose e
non solo quelle che fino ad ora ho ritenuto di dover citare.
Significa anche
poter avere con il sistema finanziario un rapporto più costruttivo, più
flessibile e soprattutto più in linea con quelle che sono le loro peculiari
esigenze.
Non dico che,
in questo contesto, non si siano fatti, in questi ultimi anni, passi avanti, ma
è certo che essi non solo non possono considerarsi soddisfacenti, ma sono
ancora lontani da quei "modelli" di rapporto tra sistema finanziario
e piccole e medie imprese già sperimentati, e con successo, in molti altri
paesi.
La verità è che
tra banca e piccola e media impresa continua ad esserci, nel nostro paese, un
rapporto distonico, di reciproco sospetto, niente che somigli a quella che si
intende come una relazione fiduciaria.
Continua ad
esserci, insomma, uno scostamento notevole fra il modello proposto dalla banca
e le esigenze di quelle imprese che, pur operando in modo credibile e fattuale
sul mercato, non possono fornire, per quanto riguarda gli aspetti patrimoniali,
quelle garanzie reali o personali che la struttura finanziaria ritiene
indispensabili per la sua esposizione creditizia.
E così accade
spesso, direi molto di frequente, che le banche offrano modalità di
progettazione e di erogazione del credito che non soddisfano le esigenze delle
imprese.
C’è di più: le
banche guardano al segmento delle PMI come distinto da quello delle grandi
imprese, ma pur sempre omogeneo ad esso per quanto riguarda procedure e
finalità. In realtà, l’universo, il grande universo delle PMI, ha bisogno di
interlocutori assai più elastici che soddisfino modalità di approccio al
mercato che sono sempre più differenziate tra loro.
Mentre cioè la
politica del credito resta assai spesso ancorata a vecchi parametri, cresce
addirittura in modo esponenziale la domanda di prodotti finanziari
personalizzati e sempre più orientati verso la componente "servizi".
Ma siccome
l’individuazione e l’analisi di questi nuovi prodotti rende necessaria, a
monte, una "cultura" del credito diversa da quella attuale, molte
banche preferiscono, per motivi di costi o per assenza di una moderna progettualità,
occuparsi d’altro.
In altri paesi
europei il sistema bancario non si comporta in questo modo. Ed è giunta l’ora,
mi sembra, che il sistema italiano si adegui.
La nuova
domanda di prodotti finanziari personalizzati comporta un nuovo ruolo per
l’intermediario finanziario che viene progressivamente visto come un fornitore
strategico e partner di un’azienda che ha ormai fabbisogni complessi, non solo
nell’ambito ordinario, ma anche in quello straordinario come, ad esempio, in
materia di ristrutturazioni e riassetti aziendali.
E’
indispensabile, insomma, che il progetto di finanziamento tenga conto della
redditività futura dell’azienda e della validità del progetto imprenditoriale
nel suo insieme. Il che vuol dire spostare l’analisi sui progetti di
investimento, sulle prospettive di gestione e sulla conseguente dinamica del
fabbisogno finanziario dell’impresa.
Ciò significa
abbandonare la logica del puro e semplice finanziamento su garanzia ed entrare,
invece, nella logica del finanziamento sul "cash flow" il che vuol
dire fare affidamento sui flussi di cassa generati dalla gestione ordinaria per
sostenere il servizio e il rimborso del debito.
Stare in Europa
con tutti e due i piedi significa proprio questo.
Io mi auguro
che qualcosa, in questa direzione, maturi al più presto: l’economia, il
mercato, le imprese stanno facendo passi da gigante per quanto riguarda la
modernizzazione delle strutture.
Il sistema
bancario, interfaccia di quello economico, deve saper fare altrettanto e il più
in fretta possibile.
In attesa che
questi nuovi, auspicabili orientamenti si realizzino e si consolidino, il
rapporto tra banche e PMI potrebbe seguire due linee di pratica e positiva
sperimentazione: una più marcata segmentazione, in primo luogo, dell’offerta delle
banche che tenga in maggior conto - oggi non è così - della specificità di
nicchie e segmenti di mercato che caratterizzano l’universo delle PMI.
E, accanto a
questo, una valorizzazione dell’associazionismo di garanzia rappresentato dai
confidi.
Oltre
all’offerta di garanzie, questi soggetti, in quanto diretta emanazione
dell’associazionismo d’impresa, sono in grado, infatti, di consentire il
superamento di quelle asimmetrie e di quei divari informativi che spesso ancora
sussistono tra banca e impresa.
Ma ciò sarà
possibile se si realizzerà, in tempi brevi, una normativa quadro di settore che
ne riconosca la funzione.
L’importante è
uscire dalla fase di stallo nella quale oggi, purtroppo, ci troviamo.
Non ci sono più
alibi, ora che abbiamo l’euro in tasca, per restare fermi, legati ancora ad un
sistema che, con l’Europa, ha poco a che fare.