24
settembre 2001
Quando
abbiamo impostato questo convegno sulla nuova moneta europea, gli atti
terroristici che hanno colpito l’America erano, nella coscienza di noi tutti,
inimmaginabili, fuori della portata anche della nostra fantasia.
Quello che fino a ieri apparteneva solo alla sfera dell’inimmaginabile oggi è divenuta una realtà con la quale tutto e tutti si devono confrontare.
E
così non si possono affrontare tutti i problemi che può presentare l’ormai
imminente adozione della moneta unica al di fuori di un contesto che, nel mondo
ed anche in Europa, è, in questi ultimi giorni, drammaticamente mutato:
l’Euroday e lo spettro delle Twin Towers in fiamme diventano così componenti
essenziali dello stesso scenario, della stessa fotografia.
E
ciò induce ad alcuni riflessioni di fondo che mi auguro che il confronto di
oggi possa approfondire.
1-
Se prima dei tragici eventi americani, la moneta unica veniva considerata come
un valido strumento per meglio compattare e rafforzare l’economia dell’Europa,
ora – come confermano anche i risultati del sondaggio che qui presentiamo e che
è stato realizzato, in gran parte, dopo quel tragico 11 settembre – essa assume
un significato e una valenza ancora maggiori. Questo perché la pubblica
opinione, traumatizzata, fortemente traumatizzata da questi tragici eventi e da
quel che ne potrà conseguire, spera che un maggiore compattamento dell’Europa,
oggi sulla moneta, domani, almeno così si spera, anche sulla politica
economica, possa diventare una specie di scudo che consenta di difendere meglio
imprese, potere d’acquisto delle famiglie, risparmi, consumi, quella stessa
qualità della vita, insomma, che i venti di guerra che soffiano in questi
giorni potrebbero mettere seriamente a rischio.
Alla
scarsa informazione - sottolineata dal sondaggio - sull’uso della nuova moneta
(pochi, ad esempio, sanno come si fanno gli arrotondamenti) si aggiungono
incognite ben più grosse e che vanno ben oltre il puro fattore tecnico.
2-
Ora, infatti, tutti si chiedono, e giustamente, cosa ci sarà sotto il vestito
nuovo dell’euro, quali misure, quali iniziative verranno assunte, anche in sede
europea, per fronteggiare una situazione che, rispetto all’11 settembre, appare
sostanzialmente mutata e nella quale i venti della recessione, che già prima
degli eventi americani, avevano cominciato a soffiare, potrebbero
drammaticamente rafforzarsi. Proprio perché è accaduto, sta accadendo nel
mondo, qualcosa che fino ad ieri non era nemmeno ipotizzabile, le autorità
europee devono cambiare i loro piani, fronteggiare non solo l’emergenza ma
anche una situazione che molto probabilmente non sarà, in ogni caso, più quella
di prima. Il commissario europeo agli affari economici e monetari, Pedro
Solbes, ha apertamente ammesso qualche giorno fa che, proprio a causa degli
eventi americani, la crescita europea quest’anno sarà nettamente inferiore al
2%.Il che significa che appare più che fondato, per Solbes, il pericolo di una
recessione. E’ chiaro, quindi, che l’Europa si trova a fronteggiare una situazione
di pericolo assai maggiore di quella che si poteva prevedere e, per farlo, non
ha altra possibilità, credo, che quella di rivedere tutti i propri parametri,
anche quelli, se sarà necessario - e tutto fa presupporre che lo sia - dello
stesso patto di stabilità. A meno che - ma oggi nessuno è in grado di
prevederlo anche se tutti se lo augurano - la guerra di cui si parla sia
fulminea, tale da riportare insomma, in tempi brevi, l’economia globale, quella
americana come quella europea, alla normalità. Le autorità europee sono per il
momento caute ed è forse giusto che lo siano dato che nessuno ancora sa cosa
potrà accadere domani. Ma, ripeto, non c’è da farsi troppe illusioni perché
sembra difficile che questa guerra possa avere tempi di svolgimento e modalità
simili, ad esempio, a quelli della guerra nel Golfo. La guerra scatenata dai
grandi potentati del terrorismo sembra avere, infatti, ben altre latitudini e
ben altre strategie. La straordinarietà degli eventi implica, insomma, una
straordinarietà di interventi a cui bisogna subito porre mano.
3-
Se la situazione, in Europa, si profila difficile, ancor più difficile e
preoccupante rischia di diventare quella dell’Italia, paese che, rispetto ai
suoi partners europei - è inutile nasconderlo - ha una marcia in meno, forse
addirittura due: sistema più debole, strutture imprenditoriali scarsamente
competitive e che rischiano di esserlo ancor meno nella situazione che si va
profilando a causa della probabile caduta delle esportazioni, un mercato
interno che era già stagnante prima dell’11 settembre e che ora rischia
addirittura di sprofondare, come certi palazzi costruiti sull’argilla. I rischi
di cedimento sono, del resto, già sotto i nostri occhi se è vero, come
purtroppo è vero, che la frenata dell’inflazione registrata nel mese di
settembre è da interpretare non come un segnale di più virtuoso andamento della
nostra economia ma, invece, come un’ulteriore contrazione dei consumi.
E
ancora - le rilevazioni Istat sono state fatte prima dell’11 settembre - non era
accaduto il peggio.
Anche
sul fronte dei risparmi la situazione si sta facendo oltremodo difficile perché
prima il cattivo andamento del mercato finanziario durante quasi tutto l’anno e
poi il vero e proprio crollo che, dopo l’11 settembre, si è verificato in Borsa
ha messo letteralmente in ginocchio - e non è un eufemismo - milioni di piccoli
risparmiatori i quali davvero non sanno più a che santo votarsi.
E’
indispensabile, quindi, fornire ai cittadini tutte le informazioni necessarie
perché la conversione della moneta avvenga senza traumi e anche la nostra
confederazione si adopererà per questo, ma è altrettanto indispensabile
intervenire perché, con l’euro in tasca, tutti - le imprese come le famiglie -
riacquistino fiducia. Come far questo?
E’
evidente che i piani finanziari del governo messi a punto prima degli
avvenimenti americani devono essere riveduti, corretti, anzi, forse, in gran
parte, reimpostati.
Se
il governo farà la sua parte, anche le parti sociali dovranno certamente fare
anche la loro. Per questo, nel corso di un incontro di alcuni giorni fa, ho
proposto al Presidente del Consiglio un’ipotesi di “patto di solidarietà per
l’emergenza”.
Con
un obbiettivo: adottare misure che consentano di contrastare il crollo della
domanda estera ma anche di restituire fiducia – oggi l’hanno persa - alle
famiglie.
Ciò
non significa abbandonare il programma di riforme di tipo strutturale che
questo governo ha deciso giustamente di portare avanti ma di cadenzarlo in modo
che si affrontino anche e con la giusta priorità i problemi di una congiuntura
che sta dando segnali sempre più preoccupanti.
Tutti
noi speriamo che, per fronteggiare e superare questa assai difficile
congiuntura, le strutture europee ci diano una mano. Ricordiamoci però di due
cose. La prima è che l’Europa non possiede ancora forme di governo capaci di
iniziative davvero efficaci e che possano avere effetto in tutta la sua area:
l’introduzione della moneta unica è, difatti, solo un primo passo in questa
direzione e c’è ancora molta strada da fare prima di poter parlare di una vera
politica europea. La seconda è che, nei momenti di grave crisi, ogni paese, sia
pure firmatario di patti unitari, è portato a dare la precedenza ai propri
problemi. E quelli dell’Italia - strutturali (riforme) e di mercato - sono
diversi da quelli di tutti gli altri paesi.
L’obiettivo
fondamentale di questo Patto che noi proponiamo e che domani illustreremo nel
corso dell’incontro che ci sarà a palazzo Chigi tra governo e patti sociali è
l’individuazione di obiettivi strategici condivisibili e fondamentali per la
difesa e la crescita della nostra economia anche in questa particolare
congiuntura. E non potrà esserci né difesa né crescita economica se, in primo
luogo, non si penserà al rilancio della domanda interna e alla ricostituzione
del potere di acquisto delle famiglie.
Quindi
il governo deve rivedere i suoi schemi. O pensiamo davvero che, in questa
situazione, possa avere qualche efficacia il provvedimento adottato dal governo
per il rientro in Italia dei capitali? E chi può pensare di far rientrare i
propri capitali in un paese che è sull’orlo della recessione? Lo stesso vale
per le misure adottate per far riemergere il sommerso. Ma quale impresa può
essere davvero interessata a rientrare nella legalità in un momento del genere?
E poi le riforme. Sono anni che le chiediamo e continuiamo a chiederle ma a che
serve fare una cucina nuova se poi non c’è cibo da mettere sui fornelli?