La mappa italiana del disagio insediativo si arricchisce,
con la seconda indagine di Legambiente/Confcommercio, di nuovi parametri di
analisi e di valutazioni sui punti di forza e sui punti di debolezza della
vasta realtà dei piccoli comuni diffusi nel nostro Paese, in particolare dei
centri con meno di 2.000 abitanti.
Si tratta di una realtà che apparentemente non sembra molto
significativa in quanto vi si concentra appena il 6,2% della popolazione
italiana e il 4,5% dell'occupazione totale.
Ma le indagini di approfondimento realizzate ci stanno
facendo scoprire situazioni con specifiche caratteristiche socio-demografiche
ed economiche tutte accomunate dalla necessità di non essere lasciate
abbandonate a se stesse, ma di valorizzare, più di quanto è stato fatto finora,
il patrimonio culturale e turistico presente in queste aree.
Emerge soprattutto una situazione di disagio da ricondurre a
diversi aspetti:
1.
crisi del sistema produttivo locale che porta alla chiusura
di numerose imprese;
2.
carenza infrastrutturale e di servizi con incidenza sui
costi della logistica e delle merci;
3.
spopolamento delle aree con varie conseguenze quali la
riduzione dell’area di consumo e dell’attività economica; l'invecchiamento
della popolazione; la modifica della qualità dei servizi richiesti.
Inoltre non sono pochi i centri che dispongono di
insufficienti servizi alle persone e, in special modo, di servizi commerciali
che, dipendenti più di altri dalle trasformazioni sociali e dei consumi, si
sentono fortemente minacciati nel proseguire la propria attività e nel rimanere
punto di riferimento della vita della comunità locale stessa.
Il problema è che riguardo alla questione dei comuni
montani, come anche delle aree rurali o di altre zone disagiate, non si è
registrato in questi anni alcun salto di qualità, ma il sostegno dei governi
regionali nel campo della promozione allo sviluppo si è fatto spesso
evanescente.
Lo spopolamento e l'emigrazione dovute al ristagno delle
attività economiche non hanno conosciuto arresti, ma non possiamo pensare che
il danno all'economia sia un problema circoscritto ai soli piccoli comuni e non
costituisca invece una opportunità in meno per tutta l'economia del Paese.
Dal lato degli interventi promossi, quasi sempre abbiamo
assistito a una forte omogeneizzazione dei tipi di interventi senza tener
sufficientemente conto delle diverse tipologie di aree svantaggiate: si è
trattato di molte agevolazioni a pioggia che quasi sempre hanno funzionato da
cerotto sui mali locali senza però fungere da propulsori dello sviluppo.
In questo modo c'è il rischio di vedere premiare quei
territori in cui, se pure svantaggiati, sono già iniziati processi di
pianificazione e riqualificazione del tessuto economico, ma può allargarsi,
all'interno delle stesse aree depresse, il divario tra quelle in crescita e
altre più marginalizzate.
Puntare allo sviluppo significa ottimizzare l'esistente e
progettare sul nuovo.
Lavorare sull'esistente si traduce soprattutto
nell'assicurare le precondizioni per arginare lo spopolamento, salvaguardando
innanzitutto quei comuni che si caratterizzano per la molteplicità delle
funzioni che esercitano (abitative, culturali, turistiche): in altre parole
quelli che hanno caratteristiche tali da non poter essere abbandonati.
Vuol dire anche garantire le infrastrutture di servizio
minime e sostenere le piccole imprese, non soltanto del mondo rurale e
dell'artigianato, ma anche del piccolo commercio di zona.
La realizzazione di servizi sia pubblici che privati deve
nascere in funzione di due criteri:
¨ i servizi non possono
essere dimensionati solo sul parametro della popolazione residente, ma devono
tener conto soprattutto della funzione urbana che il comune interessato svolge
all'interno dell'area sovracomunale o provinciale;
¨ i servizi vanno promossi
favorendo forme di collegamento tra comuni alla ricerca di soluzioni che
spezzino l'isolamento, razionalizzino le risposte in termini di servizi ai
cittadini secondo le necessità dell'area.
Non bisogna appesantire la situazione di queste aree con una
dose maggiore di burocrazia, ma allo steso tempo non bisogna far saltare la
spesa locale favorendo una molteplicità di interventi senza un piano
programmatorio di riferimento.
La capacità progettuale, ad esempio, delle comunità montane
e il loro inserimento nei piani di sviluppo regionali e nei programmi europei è
sempre stata di difficile attuabilità e di scarsa efficacia per le aree più
marginali sia a causa della densità abitativa che per la scarsa resa in termini
economici degli interventi.
Se l'obiettivo deve essere quello di far rivivere questi
comuni, la risposta non può essere data solo in termini di maggiori servizi
pubblici, salvaguardando quelli essenziali, ma anche favorendo l'inserimento o
il rafforzamento delle attività produttive, in particolare quelle del
terziario, dando la prospettiva per nuovi investimenti e per nuova occupazione.
Si è molto riflettuto, anche in occasione dell'approvazione
della nuova normativa sul commercio, del ruolo del negozio che in queste aree è
punto d'incontro e sbocco spontaneo della produzione artigianale e agricola
locale.
Ma i problemi di base sono purtroppo ancora evidenti:
collegamenti stradali non adeguati, tempi lunghi per il trasporto delle persone
e delle merci, costi di gestione elevati che le piccole imprese devono
sopportare per la particolarità delle aree di appartenenza, basso livello di
ammodernamento delle aziende.
La salvaguardia del servizio commerciale così come la sua
valorizzazione in questi centri è un percorso obbligato.
Una risposta di un certo interesse è già prevista nel
decreto Bersani di riforma del commercio dove si affida alle regioni compiti di
programmazione della rete distributiva locale per la salvaguardia e la
valorizzazione della rete distributiva nelle zone montane, rurali e insulari e
si prevede con gli esercizi polifunzionali la possibilità di svolgere
nell’esercizio commerciale oltre l’attività di vendita altri servizi di
pubblico interesse, eventualmente in convenzione con soggetti pubblici.
Come le regioni stanno traducendo queste possibilità in
azioni concrete?
La rinascita e la valorizzazione dei piccoli comuni
disagiati passa anche attraverso una maggiore promozione delle attività
turistiche.
Oggi sono mille i modi di fare turismo: dalla ricerca di
paesaggi ai percorsi salutisti o gastronomici, culturali, escursionistici, alla
scoperta del patrimonio culturale e dei siti artistici, alla percorribilità del
territorio.
Si diffonde un turismo sempre più orientato ai soggiorni,
anche brevi, con spostamenti sul territorio e organizzati su una o più
variabili rispetto alle possibilità di attrazione e di fruizione delle risorse
locali.
In tal senso è importante favorire l'aggregazione di
operatori che vada a coprire ogni fase della domanda e dell'offerta di servizi,
dall'accoglienza e assistenza, all'interno di un sistema più alla portata delle
aziende piccole e specializzate.
In sintonia con le risorse naturali e le vocazioni culturali
del territorio di appartenenza, l'unione di territori contigui può facilitare
la fornitura comune di servizi diversi ma collegati in rete.
E' chiaro che il contributo pubblico non può continuare a
mancare e le Regioni hanno un ruolo fondamentale da rispettare sia per quanto
riguarda la pianificazione sul territorio che la rapidità nella erogazione
delle risorse statali che devono essere trasferite per essere spese.
In questo contesto è quanto mai importante avviare e dare
adeguato finanziamento, ad esempio, ai sistemi turistici locali previsti dalla
legge 135/2001 in materia di riforma della legislazione turistica.
Questi costituiscono uno strumento innovativo per il
rilancio turistico in ambito locale anche prevedendo forme di collaborazione
tra comuni e realtà imprenditoriali private.
In tema di proposte legislative a favore dei piccoli comuni
ci sono delle questioni da chiarire soprattutto in riferimento alla proposta di
legge presentata da Realacci che contiene misure a sostegno sia dei piccoli
comuni nelle aree a disagio insediativo, sia delle attività economiche
presenti.
I punti che alimentano qualche perplessità sulla efficacia
delle misure proposte sono:
¨ i comuni destinatari
delle misure (tutti i comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti, ovvero
il 72% del totale nazionale) sono individuati solo in base al parametro della
popolazione residente, prescindendo che il comune si trovi in aree "a
disagio" o sia classificabile come tale. Si rischia in questo modo di
essere abbastanza generici nell'individuare il campo di intervento.
¨ Si introduce un nuovo
concetto di centro "multifunzionale" che si aggiungerebbe, senza
alcun coordinamento, al centro polifunzionale previsto dal decreto di riforma
del commercio. La proposta prevede di concentrare in questi centri servizi
scolastici, postali, di comunicazione, commerciali e di sicurezza.
¨ Si eleva a 5.000
abitanti la soglia dei comuni per i quali dovrebbe essere salvaguardata e
riqualificata la rete distributiva ed introdotti gli esercizi polifunzionali,
senza una reale ricognizione dei reali fabbisogni e dello stato di disagio di tali
centri; nel decreto di riforma del commercio tale soglia è inferiore a 3.000
abitanti.
¨ Dal punto di vista
fiscale le agevolazioni proposte (regime agevolativo per tutte le imprese con
giro d'affari inferiore a 120 milioni e credito d'imposta per nuovi
investimenti) non appaiono coordinate con le normative in vigore e quindi c'è
il rischio di aumentare la complicazione del sistema tributario, peraltro alla
vigilia della presentazione di una riforma fiscale che inciderà in modo
profondo proprio sui tributi che riguardano la tassazione delle imprese minori.
¨ Appare molto onerosa
la scelta di concedere, senza alcuna differenziazione dei comuni se non la
soglia dimensionale, incentivi a coloro che trasferiscono la propria residenza
e/o la propria attività economica nei piccoli comuni, prescindendo dalla
collocazione del comune in aree effettivamente svantaggiate.