Per motivi di
chiarezza vorrei dividere il mio intervento in tre parti distinte che però,
come potrete vedere, hanno tra loro non solo punti di contatto, anzi di
incrocio ma sono da considerarsi anelli della stessa catena: basta che uno di
questi anelli sia debole perché anche gli altri lo divengano.
Quindi partirò
da un’analisi dello scenario macroeconomico per poi parlare dell’evoluzione dei
consumi e arrivare, infine, al problema che più vi tocca da vicino e cioè le
prospettive di sviluppo del parco automobilistico.
Lo scenario,
purtroppo, è quello che è: i fenomeni recessivi maturati negli Stati Uniti e
che avevano assunto una certa consistenza, anche a causa del crollo
dell’economia giapponese, già prima dei tragici fatti dell’11 settembre, stanno
provocando anche in Europa fenomeni analoghi chiaramente percepibili
soprattutto in Germania ma anche, sia pure per ora in minor misura, negli altri
paesi dell’Ue, Italia compresa.
Le incertezze
sulla durata della guerra in Afghanistan e di un suo possibile allargamento o
dislocamento in altre aree accentuano le preoccupazioni degli analisti.
Tutto ciò, in
Italia, si sta traducendo, da un lato, in un sensibile rallentamento
dell’attività economica - brusca frenata produttiva delle aziende
manifatturiere a causa del calo degli ordini sia interni che esteri e di quelle
che operano nel settore dei servizi - e, dall’altro, un peggioramento del clima
di fiducia dei consumatori i quali, in attesa di un domani che si spera possa
essere migliore, sono portati a tirare i remi in barca.
Bastano alcuni
dati per esemplificare questa situazione che, se non è ancora di vera e propria
crisi, poco ci manca. Primo, la caduta del Pil che, dal +2,9% del 2000, è
scivolato, nel 2001, ad un +1,8% che corre il rischio di essere ulteriormente
ridimensionato se i dati dell’ultimo trimestre confermeranno lo stesso trend
negativo. E il 2002, a meno di fatti che portino ad una sostanziale revisione
dei parametri attuali (fine della guerra, ridecollo dell’economia americana in
tempi assai brevi), appare ancora più grigio con un +1,5- 1,3 di Pil cioè un
aumento fatto solo di briciole con le conseguenze che potete immaginare. Nel
2003 la risalita – che dovrebbe aggirarsi da un +2,3 ad un più ottimistico
+2,7%- dovrebbe essere un dato certo, ma ci sono pur sempre, di mezzo, 12 mesi
di autentico stress per i mercati che non vanno sottovalutati. Anche perché un
Pil confinato all’1,3 significherà minori risorse anche per lo Stato che quindi
vedrebbe ridotte o addirittura negate le sue capacità di intervento sul fronte
fiscale per un recupero del potere di acquisto delle famiglie e per una
maggiore competitività delle nostre imprese sui mercati.
Con prospettive
di crescita del Pil così ridotte anche le previsioni, per il 2002, dei consumi
e delle spese delle famiglie si riducono purtroppo a "sottilette": un
risicato +1,1% che parla da solo.
Per gli
investimenti il quadro appare lievemente meno negativo in quanto questa
componente, nonostante in contesto di riferimento presenti molti elementi di criticità,
potrebbe beneficiare sia del basso costo del denaro sia degli sgravi fiscali
previsti dalla Tremonti bis.
Ovviamente
tutti sperano che accada qualcosa che consenta all’economia di riprendere il
suo ciclo virtuoso prima del tempo ma questo "qualcosa" è, per il
momento, difficile da ipotizzare: un recupero "a salti" dell’economia
americana? Una revisione del patto di stabilità che consenta ai paesi dell’Ue
di operare con maggiore elasticità sul fronte degli investimenti? Diverse strategie
finanziarie da parte del fondo monetario internazionale e della BCE che
consentano veri e propri salti di corsia dell’economia globale?
Ce lo auguriamo
tutti ma i numeri sono una cosa, i semplici auspici un’altra. Tutta diversa.
E’ impensabile
però- questo già lo si può dire- che le strutture dell’Ue non facciano qualcosa
per supportare, in modo significativo, una moneta unica che, proprio perché in
fase di decollo, ha bisogno, per raggiungere la sua giusta orbita, del
propellente necessario. E speriamo che questo "propellente" venga
trovato al più presto e sia quello giusto.
Ma vi avevo
promesso anche qualche dato sull’evoluzione dei consumi e anche sui mutamenti
che stanno intervenendo nelle abitudini dei consumatori.
Perché
l’analisi sia corretta bisogna partire da un dato: oggi il 25% dei nuclei
familiari risulta composto, in Italia, da ultrasessantacinquenni. Nel 2025
questa quota salirà al 31% per raggiungere, nel 2050, il 34,5%. Il tutto a
natalità costante perché se improvvisamente gli italiani ricominciassero a fare
bambini a schiera, il quadro ovviamente cambierebbe.
E quanto spende
la famiglia italiana? La media mensile si aggira, in media, sui 4 milioni e 200
mila lire destinata per il 20% ai prodotti alimentari e per il restante 80% ai
prodotti non alimentari.
Ma c’è anche da
notare che per una famiglia composta da persone di oltre 65 anni, la spesa
media mensile è, invece, di 2 milioni e 667 mila lire cioè- ed è un dato su cui
riflettere- quasi il 37% in meno di quanto spenda la famiglia media.
Ma questi dati,
per essere maggiormente comprensibili, vanno disaggregati ancora di più. Primo,
non bisogna dimenticare che da molti decenni l’Italia detiene il non brillante
primato del più basso indice di natalità dei paesi industriali: ogni famiglia
si articola su 2,7 componenti, cioè minifamiglie. Secondo, le famiglie composte
da over 65 sono poco meno di 5 milioni e 300 mila, il 56% delle quali
costituito da famiglie per modo di dire perché hanno un solo componente. Il
restante 44% è composto, invece, da coppie senza figli. Questi nuclei familiari
insomma hanno un numero di componenti largamente inferiore alla media
nazionale.
Tutto ciò si
riflette anche sul livelli dei consumi. Difatti la spesa media mensile
familiare degli anziani è inferiore alla media nazionale del 58% per
l’abbigliamento, del 70% per gli elettrodomestici bruni, l’Hi-Fi ed altri beni
di elevato contenuto tecnologico (personal computer e cellulari), dell’80% per
i servizi ricreativi, del 67% per alberghi e viaggi, per il 76% per la spesa di
pasti e consumazioni fuori casa.
Gli
ultrasessantacinquenni, inoltre, usano meno l’auto tanto è vero che il consumo
di benzina risulta inferiore di circa il 70% alla media nazionale. Ma questo va
considerato come un dato provvisorio e probabilmente rivedibile nel tempo per
due motivi. Primo, per l’allungamento dell’età media. Oggi i parametri stanno
rapidamente cambiando e non si può certo dire che chi ha superato i 65 anni ma
vive in buona salute debba considerarsi "anziano" a tutti gli effetti.
Quindi anche la sua "mobilità" è destinata a crescere. Secondo,
perché le più moderne tecnologie hanno, da un lato, aumentato il livello di
sicurezza delle auto e, dall’altro, la loro manovrabilità e il loro possibile
utilizzo.
E affronto,
infine, il problema che tocca più da vicino chi oggi mi sta ascoltando e cioè
l’uso dell’auto privata. Alla fine del 2001 il parco autovetture italiane
dovrebbe aver superato i 34 milioni di unità e, difatti, il nostro paese, fra
tutte le economie del G7 e all’interno dell’Unione Europea, mantiene saldamente
il primato del più elevato numero di autovetture circolanti in rapporto alla
popolazione. Sono dati che probabilmente conoscete ma che forse vale la pena di
ricordare: in Italia circolano quasi 580 auto private per mille abitanti,
contro le 520 degli Stati Uniti, le 500 della Germania, le 480 della Francia e
le 360 del Giappone.
Al di là degli
aspetti che potrebbero essere spiegati in termini di "sociologica dei
consumi", identificando l’auto come una sorta di "status symbol",
esistono motivazioni strettamente connesse alla vita pratica e alle esigenze di
mobilità. Difatti, ogni giorno oltre il 70% dei 21 milioni di persone che
devono raggiungere il luogo di lavoro lo fanno utilizzando la propria auto.
Nelle maggiori aree metropolitane, dotate di maggiori trasporti pubblici,
questa percentuale scende al 61%.
Ciò, in termini
macroeconomici, ha naturalmente un enorme impatto. Non mi riferisco soltanto
alle variazioni dei prezzi dei prodotti petroliferi, fenomeni che spesso hanno
provocato, nei bilanci familiari, veri e propri choc, ma anche ai problemi di
adeguamento alle normative europee per quanto riguarda l’eliminazione,
nell’arco dei prossimi due anni, della benzina super.
Stante il fatto
che l’Italia è tra i paesi che hanno un’età media dei veicoli circolanti tra le
più elevate, è evidente che il rinnovo di buona parte del parco automobilistico
diverrà un elemento di stimolo e di sviluppo del mercato.
Secondo stime
di settore, con l’abolizione dell’Imposta provinciale di Trascrizione (Ipt) e
la relativa addizionale sui passaggi di proprietà delle vetture usate, potrebbe
mettersi in moto un circolo virtuoso capace di accelerare la sostituzione delle
auto non catalizzate, senza costi per lo Stato e con vantaggi concreti sia per
il consumatore che per il mercato. In un arco di cinque anni, dal 2002 al 2006,
si accelererebbe la sostituzione dei circa 10 milioni di veicoli più inquinanti
e meno sicuri con altrettanti veicoli di seconda mano ma catalizzati e muniti
delle dotazioni di sicurezza come airbag e spesso anche Abs. In parallelo, si
creerebbe un’ulteriore domanda di 200 mila vetture nuove l’anno che non solo
andrebbe a sostenere un mercato che si prevede in flessione ma garantirebbe
anche allo Stato un maggiore gettito.
Basta farsi un
po’ di conti. Se, da un lato, l’abolizione dell’Ipt sui passaggi di proprietà
dell’usato toglierebbe allo Stato, nell’arco del periodo indicato, risorse -
secondo stime di settore - per 5.163 miliardi di lire, i maggiori introiti
dell’Iva e dell’Ipt su 200 mila immatricolazioni aggiuntive gli restituirebbero
5.350. Insomma un’operazione che, negli Stati Uniti, verrebbe definita
"win-win-win": vincerebbe lo Stato che, a costo zero, realizzerebbe
risultati certi contro l’inquinamento, vincerebbe il mercato che, in questo
modo, sarebbe in grado di mantenere la tonicità di questi ultimi due anni con
almeno 2,4 milioni di vetture immatricolate, vincerebbe, infine, il consumatore
che non dovrebbe più sostenere spese che, nel loro insieme, sono già al di là
della soglia di sopportabilità.
Ma lo Stato ha
anche altre, ormai indifferibili responsabilità. Non può, infatti, continuare
ad incassare, fra tasse dirette ed indirette, qualcosa come 134 mila miliardi
di lire, il 6% del Pil e destinare agli investimenti per infrastrutture solo lo
0,2% del prodotto interno lordo. Questa è una politica da terzo mondo che va
assolutamente cambiata. Se il traffico passeggeri, dal ’70 ad oggi, è aumentato
del 300% e quello del trasporto merci su gomma del 350%, non si possono
continuare ad investire nell’ammodernamento del sistema viario e nelle sue
infrastrutture soltanto delle briciole.
Un’annotazione,
infine, sul famoso sportello unico che avrebbe dovuto - ma mi pare che siamo
ancora assai lontani da questo risultato - snellire la nostra burocrazia.
Certamente lo sportello unico, per questo settore di così largo impiego,
avrebbe avuto una maggiore efficacia se fosse stata prevista anche la
partecipazione dei concessionari.
Ma, sportello a
parte, è ora che lo Stato la smetta di considerare l’auto una mucca da mungere
in ogni modo, da qualsiasi parte. Questo problema va riconsiderato perché non è
giusto che l’automobilista debba dare così tanto allo Stato e ricevere così
poco in cambio.
Un’ultima
chiosa sulla ridotta deducibilità dei costi relativi alle auto aziendali. Il
limite dei 35 milioni ai fini dell’ammortamento è nettamente inferiore a quanto
applicato in altri paesi dell’Ue dove, invece, la deducibilità è praticamente
illimitata, dove non vi è la riduzione al 50% di tale limite come costo di
utilizzo del bene e dove non vi à l’indetraibilità dell’Iva.
Non è possibile
essere europei solo quando al nostro Stato fa comodo che essi lo siano. Lo
devono diventare a tutti gli effetti. E al più presto possibile.