Il modo di “fare commercio” continua a registrare in Italia
profonde modifiche sulla spinta dell'evoluzione del mercato e delle esigenze
della domanda di consumo, ma anche perché si sperimentano nuove tecniche per la
vendita dei beni e dei servizi, si amplia la gamma dei prodotti a disposizione
dei consumatori, si mettono alla prova tecniche sempre più sofisticate di
fidelizzazione dei clienti.
E’ indubbio, comunque, che il cambiamento stia assumendo
ritmi ancora più sostenuti, soprattutto in Italia, dove il sistema della
distribuzione commerciale vive tuttora una fase di ristrutturazione,
condizionata anche dagli effetti della globalizzazione dei mercati,
dall’andamento incerto della domanda di consumo e dagli effetti del nuovo
quadro normativo.
Si tratta di un
processo che prosegue ciò che è avvenuto nel corso degli anni '90,
contrassegnati dalla profonda trasformazione dell'apparato distributivo
italiano. Il numero degli esercizi al dettaglio si è praticamente dimezzato nel
corso del decennio, con un parallelo fenomeno di espansione delle medie e
grandi superfici e l'affermarsi di nuove formule commerciali quali il
franchising.
La riforma Bersani,
è una sorta di "presa d'atto" di questa evoluzione, oltre a
costituirne un ulteriore elemento di accelerazione.
Se si esamina più da
vicino tale processo, si evidenziano alcuni aspetti attorno ai quali viene ad
incardinarsi la razionalizzazione della rete. A titolo esemplificativo si
citano:
-
la modifica dei modelli di
consumo degli italiani, determinata dalla stessa evoluzione del tessuto
sociale, dal rapporto tra tempo occupato e quello libero, dal tasso di presenza
delle donne nel mondo del lavoro, dal processo di invecchiamento della
popolazione, dal cambiamento dei gusti ed altro ancora;
-
la progressiva finanziarizzazione
del sistema, determinata dal livello degli investimenti richiesti dalle
attività commerciali di media e grande dimensione e dalla contestuale entrata
in scena di soggetti internazionali e/o provenienti da altri comparti
economici;
-
l'evoluzione organizzativa
innescata dalle nuove tecnologie ICT e da quelle di telecomunicazione in
particolare, che ha consentito più elevati livelli di efficienza nei processi
ed un approccio al cliente più mirato e puntuale (supply chain integrata);
-
la specializzazione delle diverse
componenti distributive e l'applicazione sempre più diffusa di modelli
organizzativi di impresa-rete, con l'esternalizzazione della maggior parte dei
processi.
In questo contesto il rallentamento nella spesa delle
famiglie per l’acquisto di beni offerti dal sistema distributivo ha accelerato
il processo di ristrutturazione della rete di vendita al dettaglio, costituita
nel suo complesso da circa 700 mila esercizi in sede fissa (dato 2000), che
svolgono in prevalenza attività commerciale, compresa la vendita di carburante,
tabacco e altri generi di monopolio e le farmacie.
In pratica 125 esercizi ogni 10 mila abitanti nella media
italiana, valore che nel Sud e nelle Isole è pari a 139 esercizi ogni 10 mila
abitanti, mentre si abbassa a 111 nel Nord-Ovest.
La ricomposizione delle quote di mercato dei diversi canali
distributivi ha avuto come conseguenza l’abbandono del mercato da parte delle
imprese marginali del dettaglio tradizionale e la concentrazione di una quota
via via crescente del fatturato nelle imprese di grande distribuzione,
essenzialmente nel segmento dei beni di largo consumo (grocery).
Questa evoluzione sta comportando la costituzione di pochi
poli distributivi per un controllo di una quota rilevante nei mercati di riferimento,
alla ricerca di una dimensione adeguata per competere in Europa, in forza del
fatto che la competitività ormai supera i confini nazionali e presuppone
fatturati di un certo rilievo.
Mentre in Italia questo processo è ancora in corso, negli
altri principali paesi europei le prospettive di concentrazione tendono a
diminuire, avendo a che fare con mercati ormai saturi, così che da parte dei
distributori europei aumenta il confronto e le prospettive di crescita verso
nuovi mercati, esportando formule di vendita di successo, come per esempio
l’ipermercato.
All'interno di questo quadro occorre non perdere di vista
che il problema centrale per l'Italia nei prossimi anni sarà costituito dalla
"qualità" del modello di sistema commerciale che si intenderà promuovere
nel nostro Paese.
E' interesse comune, innanzitutto, che il sistema
distributivo nel suo complesso trovi un assetto equilibrato dove non prevalgano
potenti monopoli, ma si caratterizzi per una diffusione equilibrata di imprese
di diverso spessore e contenuto quanto a formule di vendita, localizzazione e
servizi ai consumatori.
Costituisce un interesse altrettanto comune l’aumento degli
standard di efficienza e di qualità delle imprese, per le evidenti economie che
si possono produrre a vantaggio di tutti.
L’obiettivo è mantenere e sviluppare la competitività delle
imprese, senza sacrificare l’imprenditorialità diffusa nel settore che
costituisce non solo un valore economico, ma anche culturale.
Il commercio si troverà, quindi, ad affrontare nuove sfide
che interessano aspetti diversi, ma fondamentali per determinare o meno la sua
vitalità:
¨ a breve i problemi
legati all’introduzione dell’euro;
¨ a breve-medio periodo
le conseguenze della diffusione del commercio elettronico;
¨ a medio-lungo periodo
la modificazione delle struttura demografica della popolazione e,
conseguentemente, della clientela che va a condizionare le modalità di consumo;
¨ il governo dello
sviluppo delle attività commerciali, nelle diverse forme, all’interno delle
città, nelle periferie e nelle zone rurali;
¨ il governo dello
sviluppo delle attività commerciali in rapporto all’ambiente e ai problemi
delle sicurezza alimentare.
Non meno importanti sono le risposte che si riuscirà a dare
al problema di come consentire alle piccole e medie imprese di operare senza
soccombere ai competitori più forti, come anche di come sviluppare nuove
modalità di vendita diverse dalle forme tradizionali, ma capaci di venire
incontro al consumatore.
L’attenzione alle piccole imprese non può essere secondaria
perché la loro presenza nel tessuto economico europeo è significativa.
Si tenga conto che le piccolissime imprese (meno di 10
addetti secondo la classificazione europea) rappresentano il 40%
dell’occupazione del commercio in Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Regno
Unito, mentre in Italia, Spagna e Portogallo questo valore supera il 60%.
Occorre tener conto che le PMI possiedono ancora difese
molto fragili che non consentono una capacità competitiva duratura e rischiano
di trasformare questo asse portante della nostra economia nell'anello debole
della catena di distribuzione di beni e servizi ai consumatori.
Diversi sono i punti deboli e vanno ricercati non solo e non
tanto nella struttura dimensionale, ma nel tipo di assetto proprietario ancora
molto legato ad una gestione familiare dell'impresa, nella
sottocapitalizzazione strutturale, nella difficoltà a mettersi in rete, nello
scarso potere contrattuale nei confronti dei fornitori, a cui si aggiungono
l'elevato costo del denaro ed una pressione fiscale che ha raggiunto livelli
insopportabili.
Con riferimento al contesto italiano, le azioni da
intraprendere vanno in più direzioni:
¨ la modernizzazione
del sistema distributivo deve passare favorendo l’integrazione tra formule di
diverso spessore e contenuto ed un aumento degli standard di efficienza delle
imprese. Lo sviluppo deve essere incentrato su un mix di “prodotti commerciali”
assai più equilibrato di quello esistente negli altri paesi europei. La
funzione di prossimità e di specializzazione del piccolo esercizio oggi è un
valore che va difeso.
¨ vanno attivati strumenti adatti a favorire gli investimenti innovativi in
grado di sostenere il piccolo dettaglio e rafforzare le imprese italiane nel
confronto con le multinazionali estere;
¨ vi è la
necessità di ridurre i livelli di arretratezza del sistema distributivo in
molte aree del Paese ed in particolar modo nelle regioni del Mezzogiorno.
¨ è necessario favorire
lo sviluppo di una maggiore cooperazione tra imprese (unione volontaria, gruppi
di acquisto, franchising, centri commerciali, associazioni di via o di
quartiere, sviluppo del commercio elettronico). Questo consente non solo di
rompere l'isolamento di aziende poco competitive, ma anche di perseguire
economie di scala organizzative e gestionali e di acquisire maggiore potere
contrattuale con l'industria.
Come Confcommercio
non potevamo non porci la questione del definire politiche attive di intervento
a favore del le piccole e medie imprese commerciali, rafforzandone la posizione
di mercato.
Lo abbiamo fatto
attraverso la ricerca di strumenti finanziari (le leggi di agevolazione, i
consorzi fidi), l'assistenza tecnica, l'azione politica volta a dar voce anche
a questa categoria di aziende che per retaggio di certa cultura degli anni '70
ed '80 sono state spesso poste all'indice come le autentiche produttrici di
ogni sorta di male economico, a cominciare dall'inflazione.
Indegne dello stesso
appellativo di "impresa" e, difatti, quando si parla di imprese a
tutto si fa riferimento tranne che a quelle distributive.
Quasi che
l'imprenditore commerciale non rischi di suo, non organizzi mezzi e uomini, non
crei ricchezza. A poco valgono le stesse statistiche che ci dicono che PIL e
occupazione italiani sono in maggioranza dipendenti dal terziario.
Proprio lottando
contro questo genere di pregiudizi siamo andati nel merito dei problemi,
ricercando la strada del rafforzamento dei piccoli e medi imprenditori
attraverso meccanismi di riqualificazione della loro offerta, di miglioramento
dei loro processi, rifuggendo da logiche assistenziali o, peggio, puramente
corporative.
Come si vede non si
tratta di posizioni meramente e velleitariamente contrarie alla Grande
Distribuzione nei confronti della quale abbiamo, credo, dato prova di grande equilibrio
e comprensione delle specifiche problematiche.
Credo si debba dar
atto di questa posizione moderna e responsabile ed a vantaggio dell'intero
comparto commerciale.
Se questa posizione
non è stata compresa appieno, se le nostre proposte hanno incontrato difficoltà
e pregiudizi, ciò è successo
principalmente per i motivi culturali che accennavo in precedenza ed i loro
riflessi in parte della classe politica.
Nell'interrogarci
sulle possibili azioni di supporto al dettaglio tradizionale abbiamo più volte
affrontato, specie nell'ultimo scorcio del decennio appena trascorso, il tema
delle nuove tecnologie e sul come fosse possibile diffonderne l'uso da parte
delle aziende anche di minore dimensione.
Il progetto Shop
& Service condensa molta parte dell'elaborazione culturale di Confcommercio
rispetto al tema del rapporto tra tecnologie ICT e commercio tradizionale.
Il concetto di base
è quello che l'incorporazione delle nuove tecnologie deve tradursi in
innovazione di processo ma anche in innovazione di prodotto.
Innovazione di
processo perché attraverso la messa a rete del negozio è possibile applicare
nuovi meccanismi di selezione e gestione dei fornitori e dei clienti,
migliorare gli aspetti logistici, innovare i rapporti con il sistema bancario,
aggiornare la gestione amministrativa e fiscale, aumentare la stessa sicurezza
dell'attività attraverso i dispositivi di telesorveglianza ed allarme.
Innovazione di
prodotto perché i nuovi strumenti consentono di ampliare la gamma dei servizi
offerti alla clientela come, ad esempio, gestire la ricarica delle carte
telefoniche, offrire servizi di home shopping, stampare moduli, come biglietti
ferroviari o attestati di pagamento di bollette e bolli, offrire servizi in
grado di rendere più semplice al cittadino-cliente, il rapporto con
l'amministrazione.
Tutto questo
attraverso uno strumento, l'e-cash, che è di fatto un punto d’incontro tra il
registratore di cassa e il computer. Del secondo ha le caratteristiche di
standardizzazione, l’ambiente di sviluppo e di interconnessione. Del primo ha
la facilità d’uso, l’abitudine all’impiego da parte della generalità degli
addetti del settore, l’integrazione con la funzione fiscale e, last but
not least, la disponibilità di una rete di supporto e assistenza che
già oggi raggiunge tutti gli esercizi in Italia e che, opportunamente
qualificata, potrà facilitare l’evoluzione della categoria verso i nuovi
strumenti.
Il "Digital
Divide" non è un problema che riguarda solo il rapporto tra
paesi a maggiore o minore sviluppo tecnologico ma anche una questione che
attraversa il mondo delle aziende, specie quelle di minore dimensione.
Confcommercio e
Comufficio–Smau, accanto gli altri operatori del commercio e del mondo dei
registratori di cassa, hanno voluto, attraverso il progetto Shop & Service,
porsi il problema del come superare uno degli aspetti del "Digital
Divide".
Esistono comunque
nodi da sciogliere nell'estensione dei servizi di rete.
In primo luogo, la
diffusione della larga banda su tutto il territorio nazionale è una condizione
che evidentemente vincola lo sviluppo dei servizi di rete, specie nelle realtà
decentrate.
Peraltro, proprio le
realtà decentrate sono quelle che maggiormente necessiterebbero di servizi in
grado di superare il fattore distanza, come quella che divide dai servizi
amministrativi normalmente fruibili nelle grandi città e nei capoluoghi.
Non stiamo
immaginando il negozio di prossimità come punto di accesso all'amministrazione
nelle aree rurali ed urbane ma certamente alcune tipologie di servizi
potrebbero essere erogate.
Il problema del
"Digital
Divide" non riguarda solo le realtà decentrate ma anche la
popolazione anziana, una componente destinata ad accrescersi nel prossimo
futuro.
Come noto le
criticità sono, in questo caso, duplici:
¨ da
un lato i problemi di mobilità che condizionano le possibilità di spostamento
nella terza età;
¨ dall'altro
il gap culturale nell'utilizzo degli strumenti di comunicazione, gap che
potrebbe essere superato attraverso intermediari fisicamente prossimi e con i
quali esiste una consuetudine al contatto ed un rapporto di fiducia.
In questa
prospettiva il problema non è solo quello tecnologico delle reti. E' anche di
tipo formativo, in quanto lo stesso intermediario deve essere messo in grado di
servirsi delle nuove tecnologie.
Potrò essere
considerato come un visionario ma in questo caso credo che i giovani,
maggiormente preparati all'impiego delle tecnologie, possano giocare un ruolo
di non poco conto nella formazione diffusa.
Pensiamo alle
piccole e medie imprese del settore Internet, soffocate dalla concorrenza dei
grandi operatori di telecomunicazione ma diffuse sul territorio ed in contatto
con la realtà locale.
Pensiamo alla stessa
rete territoriale delle aziende aderenti a Comufficio, che oggi è maggiormente
orientata al registratore di cassa ed ai POS e che potrebbe essere facilmente
riconvertita anche all'assistenza ed alla formazione.
Si tratta di risorse
professionali imponenti, pari a molte migliaia di imprese e decine di migliaia
di addetti che sono lì, sul territorio, utilizzabili in questo progetto.
Sempre proseguendo
in questo possibile scenario si consideri il fatto che 400-500 mila aziende che
utilizzano sistematicamente Internet e l'informatica sono un mercato di enormi
dimensioni per tutto il settore delle tecnologie ICT.
Chi utilizza nel
proprio lavoro l'informatica e le reti inizia a considerare la possibilità di
impiegare la tecnologia a 360°, dovunque essa crei occasioni di efficienza e
miglioramento nella propria attività.
In fondo stiamo
lavorando, assieme a Comufficio, alla creazione di un mercato che coinvolge
tutti gli operatori dell'ICT e che, a nostro avviso, dovrebbe interessare anche
alle istanze di Governo locali e centrali.
Se c'è un progetto
totalmente calato nell'idea stessa di Società dell'Informazione - piena e
diffusa a tutti i livelli - questo è Shop & Service.
Per questo motivo
chiediamo alle Autorità preposte di considerare il progetto come un elemento
strategico per la diffusione della Società dell'Informazione in Italia.
Vengo ad un
ulteriore punto, purtroppo di sempre maggior attualità: la sicurezza.
Questo periodo, con
i fatti che accadono tutto attorno a noi ed anche a casa nostra, ha portato
come risultato la diffusione dell'insicurezza.
Non solo il terrorismo,
non solo la criminalità ma quel sottile senso di angoscia o, nel migliore dei
casi, di dubbio che ormai ci pervade.
L'insicurezza nasce
principalmente di fronte all'ignoto. Essa difficilmente è frutto di pericoli
totalmente noti, in quanto, in questo caso, si potrebbe parlare, al limite, di
paura.
Rischierei
certamente il ridicolo sostenendo che la tecnologia ci permetterà di recuperare
la sicurezza perduta (ammesso che si sia stati mai sicuri, vedi la Guerra
Fredda).
Anzi, la tecnologia
- almeno in questa fase - sembra stia facilitando la diffusione
dell'insicurezza, dalle cattive notizie ai virus informatici.
Al di là delle
battute, credo che il problema di fondo è che il mondo sta accelerando il
cambiamento, la globalizzazione non è più solo un'astrazione e le cose accadono
più rapidamente e diffusamente: anche quelle peggiori come il terrorismo e la
criminalità.
Gli stessi processi
di integrazione, da quella etnica a quella monetaria, mettono in questione
parte delle nostre basi culturali e psicologiche.
Forse non siamo del
tutto preparati a questa situazione ed il rischio peggiore che potremmo correre
è quello di rifuggiarci nel passato o, peggio, isolarci, anche come semplici
individui, scantonando i problemi del presente e mettendo la testa sotto la
sabbia per quanto riguarda il futuro.
Questo è
l'atteggiamento dei perdenti. Di chi rinuncia ad affrontare la realtà. Di chi
ha paura del futuro e che non si rende conto che egli per primo ne è
l'artefice.
Questo è anche il
momento nel quale la collettività, degli individui e delle nazioni, non è solo
un vago riferimento ma l'elemento di base attraverso il quale combattere e
vincere l'insicurezza, attraverso una partecipazione forte ed attiva ai
processi di sviluppo nazionali ed internazionali.
Il terrorismo o la
criminalità potranno anche intimorirci, ma non devono minimamente intaccare la
nostra volontà di reagire e la nostra voglia e determinazione di crescere.
Perché i problemi
che c'erano prima non sono scomparsi e le cose che andavano fatte vanno
comunque realizzate.
Guai a distrarci su
questo punto.
Oltre ad essere dei
codardi saremmo anche profondamente auto-lesionisti.
Grazie.