Mi sembra che i giochi si stiano riaprendo o almeno che si stiano creando i presupposti perché si possano riaprire.
Ed è per noi augurabile che si
apra, nei luoghi opportuni e Palazzo Chigi mi sembra il luogo più adatto, una
nuova stagione di confronto in cui si strilli di meno e si discuta di più,
possibilmente a microfoni spenti, non solo su Welfare e articolo 18 ma anche su
tutto l’assetto della nostra economia e sulle possibilità di farla uscire, nel
più breve tempo possibile, dalla fase di stallo in cui oggi si trova.
Gli elementi nuovi che mi sembra
che stiano emergendo sono soprattutto tre:
1 - una disponibilità del governo
a riaprire il confronto con le parti sociali anche nella sede più autorevole
cioè Palazzo Chigi.
2 - L’andamento della discussione
sulle deleghe in Parlamento che sta facendo emergere, anche in seno alla
maggioranza e dopo le sollecitazioni del Capo dello Stato, proposte e
correttivi di un certo interesse.
3 - Il fatto che l’economia
italiana, come ha detto il ministro Tremonti - possa “rimbalzare” prima e
meglio di quelle degli altri paesi, il che dovrebbe significare metter mano al
più presto ad un programma di sviluppo che consenta alla nostra economia di
uscire dalla fase di stallo in cui oggi si trova.
Per questo una nuova iniziativa
del governo ci sembra non solo auspicabile ma decisamente opportuna.
Ma è fuori strada, del tutto fuori
strada chi pensa che questa possibile riapertura di dialogo per cercare di
convogliare sulle riforme un consenso maggiore di quello che fino ad ora ha
ottenuto, sia, in qualche modo, un cedimento nei confronti del sindacato.
Non è questo il problema. Quel
che, in questi giorni, abbiamo chiesto al governo e abbiamo avuto modo di
esporre anche al Capo dello Stato, è che si esperiscano tutti i tentativi
possibili per riaprire un dialogo che, a nostro giudizio, per responsabilità di
tutte le parti e certo non solo del governo, è partito con il piede sbagliato
ed è stato forse chiuso troppo bruscamente.
Un tavolo che consenta di
confrontarsi non solo ancora sulle deleghe ma anche su tutto ciò che si muove
intorno ad esse mi sembra, insomma, auspicabile.
Non mi pare che, ad esempio, il
ministro della Pubblica istruzione, per portare avanti un tema importante come
la riforma della scuola, abbia chiuso i boccaporti.
Anzi, la sua volontà, dopo un
brusco inizio, mi sembra ora quella di riprendere ed intensificare il dialogo
perché è impensabile attuare una riforma di sistema come questa senza il
consenso della maggioranza degli insegnanti.
E se lo si fa per la scuola, non
vedo perché non lo si possa tentare anche su tutto il resto.
Ieri il capo gruppo di Forza
Italia al Senato, Renato Schifani ha, ad esempio, ammesso che la maggioranza,
sulle modifiche che si intendono apportare all’articolo 18, “ha difettato in
comunicazione” nel senso che il messaggio che è arrivato alla gente è che,
modificando questa norma, si possa giungere alla libertà di licenziamento.
Sappiamo tutti che non è così, ma la frittata ormai è stata fatta perché, su
questo messaggio, sbagliato finché si vuole, si è ricompattato il sindacato e
si è rinsaldato al punto che sarà oggi difficile, su questa specifica
questione, pensare di nuovo di dividerlo.
E quando mai noi abbiamo siglato
un contratto di lavoro senza che firmasse anche una controparte sindacale? Le
riforme sono qualcosa di più, sono un contratto con il paese. Per questo la
riflessione deve continuare.
La verità è che chi ha pensato di
arrivare ad una spaccatura verticale del sindacato ha preso un abbaglio, ha
fatto un calcolo miope. E da dove nasce questo calcolo?
Dalla sigla, nel cuore
dell’estate, con Cisl e Uil ma senza Cgil, dell’avviso comune, da noi non
sottoscritto ma recepito dal governo sul contratto a tempo limitato.
Si pensava che questa fosse la
strada da seguire e si è fatto, come vedete, un buco nell’acqua.
La nostra proposta, portata anche
all’attenzione del Quirinale, è molto chiara: riaprire il dialogo e
confrontarsi a tutto campo per discutere di una situazione economica che, nel
suo complesso, è tutt’altro che allegra: Pil che, nel 2002, a meno di
imprevedibili inversioni di tendenza, non supererà l’1,2%, il che vuol dire
ground zero per lo sviluppo, consumi in persistente frenata, Mezzogiorno ancora
allo sbando, occupazione latitante se non per l’area dei servizi, produzione
industriale quasi alla canna del gas con un –6,2% di fatturato e –6% di
ordinativi nel mese di novembre, grandi imprese- e parlo proprio della Fiat-
che prevedono un calo di ordinativi dell’ordine dell’8%.
Confrontarsi su questo groviglio
di problemi che incidono sulle tasche dei cittadini non vuol dire eliminare i
possibili terreni di scontro - art.18 e decontribuzione per i neo assunti - ma
inserirli in un quadro più ampio di confronto che riguardi tutto l’assetto
della nostra economia, le sue possibilità di sviluppo a tempi brevi, la
tempistica di realizzazione delle nuove infrastrutture, Mezzogiorno e
soprattutto tempi e modi di realizzazione della riforma fiscale che, per ora,
esiste solo allo stadio di proposta ma non si sa quando e come poi potrà essere
veramente realizzata.
Questo confronto a tutto campo
fino ad ora non c’è stato. Se ne sono avuti solo mozziconi, parziali approcci,
aperti e chiusi nel giro di poche ore.
La fine della concertazione – strumento sicuramente
arrugginito e che è servito al sindacato, anche in un recente passato, per
impedire la modernizzazione del nostro sistema economico - può darsi che sia
una cosa giusta, ma sostituiamola allora con altri strumenti che abbiano una
loro corretta logica di percorso e di confronto.
Due parole sul problema dei prezzi
ortofrutticoli. La filiera della distribuzione ha mantenuto già in occasione
del changeover un comportamento più che corretto come i dati Istat
confermeranno, e come il relatore al Parlamento europeo sul changeover ha
pubblicamente dichiarato nei giorni scorsi: "il settore della
distribuzione ha svolto una funzione eroica per correttezza e per informazione
rivolta ai consumatori, assolvendo qualche volta ad una vera e propria funzione
di cambia-valuta.
Quindi, se i movimenti dei
consumatori pensano ora di scaricare sulla distribuzione tutte le colpe di un
rialzo dei prezzi che, nella maggior parte dei casi, non sono attribuibili ai
commercianti, si sbagliano. E devo dire che il Governo ha responsabilmente
compreso le nostre ragioni e, anzi, le ha anche pubblicamente difese.
La distribuzione, grazie a Dio, in
Italia è un settore liberalizzato, e opera all'insegna della libera
concorrenza, ed è quindi soggetta a tutto ciò che questo libero mercato
comporta.
Cosa vuol dire libero mercato?
L'unica regola del libero mercato è l'incontro tra domanda ed offerta, e in
concomitanza di fatti assolutamente straordinari, come gli 80 giorni di siccità
e gelo, che non si verificavano da anni, la produzione diminuisce fortemente e
la qualità dei prodotti peggiora.
Questo si traduce in un semplice e
assolutamente prevedibile effetto: salgono i prezzi.
Altro ragionamento sono le
eventuali speculazioni o forme di aggiotaggio che devono essere denunciate, e
saremo noi i primi a farlo, laddove si verificassero e che comunque andranno
perseguite penalmente senza inutili campagne di criminalizzazione nei confronti
del settore della distribuzione. Il che non esclude che vi siano stai episodi
sporadici e isolati di speculazione.
Due parole, per finire, sul
problema fiscale.
La proposta di legge delega fatta
da Tremonti è sicuramente innovativa ed interessante.
Ma quando essa vedrà veramente la
luce? E come si inserirà in quel processo di devoluzione di compiti e poteri
alle Regioni che il governo sta cercando di portare avanti?
La verità è che questa riforma
fiscale che, nel programma elettorale, figurava al primo posto, ora è scesa
quasi all’ultimo. Per motivi anche plausibili sui quali però dovrebbe cominciare
un confronto più aperto di quello che si è avuto fino ad ora.