Penso che sia giunto il momento di fare quattro
conti su questo 2002 che sta chiudendo e sulle prospettive, sempre di carattere
economico, che può riservarci il 2003.
Non vi è dubbio che il 2002 sta per chiudersi con
risultati, per la nostra economia - e poco ci consola il fatto che anche le
altre, in Europa, siano come noi o addirittura peggio di noi - sostanzialmente
negativi, peggiori, in qualche misura, anche alle previsioni fatte dagli
analisi nello scorso semestre.
Anche se non è nello stile di chi opera e vive di
mercato ammainare mai la bandiera dell’ottimismo, appare obbiettivamente
difficile oggi colorare di rosa una realtà che, da qualsiasi parte la si
guardi, oggi si presenta, purtroppo, di tutt’altro colore.
Ed il punto, l’esigenza ma anche il rebus per noi
come, credo, per il governo come per tutte le altre categorie produttive, è
oggi quello di impedire che questa crisi possa riprodursi nel 2003 restringendo
o addirittura azzerando così ogni possibilità di sostanziale rilancio, anche
nel medio periodo, della nostra economia.
E perché questo rischio possa essere evitato è
necessario un colpo d’ala, una partenza a scatto da centometrista e, con essa,
l’adozione di programmi che consentano, attraverso il rilancio dei consumi, una
maggiore produzione di ricchezza e quindi un sostanziale riavvio di tutto il
nostro ciclo produttivo. Se no, se no sarà stagnazione e forse anche qualcosa
di peggio con un sistema destinato a scivolare irreversibilmente verso forme di
avvitamento.
Non vi è dubbio – e il documento del Centro Studi
che qui vi presentiamo lo mette bene in evidenza - che a determinare la crisi
di quest’anno abbiano contribuito, in misura rilevante, fattori esogeni: il
virus dell’instabilità prima di tutto che, dall’11 settembre del 2001, sta continuando
ad indebolire le difese immunitarie dell’intero sistema economico mondiale e
poi il mancato decollo di quella statunitense che, a sua volta, ha contribuito
ad accrescere le difficoltà, già, per altro, da tempo in fase di incubazione,
dei paesi dell’Unione europea.
Tutto ciò ha prodotto sulla nostra economia effetti
ancora peggiori per almeno tre motivi: 1- l’impossibilità per il nostro governo
di adottare tempestive e consistenti misure anticicliche a causa dei rigidi
paletti imposti dal nostro enorme debito pubblico che, per altro, a causa di
questa crisi ma non solo a causa di essa, si è andato ulteriormente allargando.
E tutto ciò ha, però, il sapore del paradosso perché mentre si sosteneva che il
debito pubblico non consentiva il ricorso, ad esempio, ad adeguate misure per
il rilancio dei consumi, poi questo debito, a causa principalmente dell’aumento
delle spese di semplice manutenzione della macchina pubblica, aumentava
considerevolmente. E così, a pagare lo scotto di questa situazione, è stata non
la macchina pubblica, ma unicamente il mercato e il sistema produttivo; 2- le
devastanti perdite subite, nel corso di quest’anno, dalle famiglie che avevano
investito gran parte del loro risparmi nel mercato finanziario. Ciò non solo ha
provocato, nelle famiglie, un vero e proprio choc di sfiducia verso il sistema,
ma ha fatto sì che esse, per compensare almeno in parte tali perdite e per
incrementare altre forme di risparmio, abbiano ridotto sensibilmente quella
quota di reddito abitualmente destinata a consumi che non vengono considerati
di primaria necessità. Il crollo, la caduta verticale registrata dalla domanda
di consumo di beni durevoli o semidurevoli - auto ma anche elettrodomestici,
abbigliamento, articoli di arredo per la casa, ecc. - è stata la più vistosa e
palpabile conseguenza. Così è entrato in crisi buona parte del sistema
produttivo che, a causa della crisi internazionale, non ha nemmeno potuto
compensare queste perdite aumentando la quota dei prodotti esportati; 3- il
consistente, generalizzato aumento delle tariffe, delle imposte locali e dei
costi dei servizi di base che non solo ha ulteriormente eroso il potere di
acquisto delle famiglie ma ha, nello stesso tempo, caricato di nuovi e pesanti
oneri proprio le imprese del settore della distribuzione. Ciò si è riverberato
anche, in qualche misura, sui prezzi finali. Ma quello dei prezzi credo che sia
un problema su cui , alla fine di questo torrido anno di crisi, vada fatta
davvero chiarezza. Punto primo. Sicuramente l’introduzione della moneta
europea, arrivata proprio nel momento di più acuta crisi dell’economia
mondiale, ha acuito non solo le incertezze e il disorientamento del mercato ma
ha anche dato adito, in Italia come negli altri paesi dell’Ue, a fenomeni
speculativi di vario genere. E nessuno intende negarlo. Ma questi fenomeni,
all’interno di un sistema che comprende più di due milioni di imprese, sono
stati, di fatto, marginali come, del resto, le rilevazioni Istat hanno
confermato. E’ anche vero, per altro, che la maggior parte degli aumenti –
questi sì generalizzati - che si sono avuti nel settore della distribuzione
sono stati la diretta conseguenza di aumenti analoghi registrati nel settore
della produzione. Le statistiche che oggi vi presentiamo credo che servano a
dimostrarlo. La verità è che, nel caos, non saprei definirlo altrimenti,
determinato da un cambio di moneta realizzato senza un’adeguata promozione e
preparazione, fenomeni di speculazione si sono avuti da ogni lato e in ogni
settore. Chi sostiene il contrario, dice il falso. Punto terzo. Certamente
l’aumento delle tariffe e del costo di tutti i servizi di base ha costretto
molte delle piccole imprese operanti proprio nel settore dei servizi ad operare
in condizioni di particolare difficoltà. Anche qui ci sono stati i soliti
speculatori ma devo dire che, nella generalità dei casi, queste imprese hanno
mantenuto un atteggiamento sostanzialmente corretto scaricando sui prezzi solo
i maggiori costi che, a monte, erano stati loro imposti e che, in qualche modo,
dovevano essere pure assorbiti. E diciamo una parola chiara anche su questo
problema: oggi una piccola impresa del settore dei servizi è soggetta a
tassazioni, imposte e costi di esercizio che complessivamente sono 5, 6, 7
volte maggiori – ad ammetterlo è addirittura una recente indagine di Mediobanca
- di quelle a cui è sottoposta una grande impresa. Con qualche differenza in
più che va sottolineata: queste piccole imprese non hanno rendite di capitale
alle spalle, non ricevono, a differenza delle grandi imprese, alcun incentivo o
agevolazione di tipo fiscale, non possono ricorrere alla cassa integrazione,
non godono di benefici di alcun genere. Fino a quando il nostro sistema
imprenditoriale continuerà a vivere in questa condizione pesantemente
sperequativa per cui alle grandi imprese viene dato di tutto e concesso di
tutto e alle piccole non viene, invece, concesso nulla, anzi meno di nulla,
sarà difficile che il nostro mercato possa puntare verso forme di reale e
trasparente sviluppo. Le imprese del commercio, del turismo e dei servizi hanno
prodotto, durante quest’anno, quasi il 70% dei nuovi posti di lavoro mentre le
grandi imprese, nonostante i congrui aiuti ricevuti dallo Stato, non solo non
hanno incrementato competitività ma, stanno cercando, in ogni modo, di ridurre
le loro quote di personale. E’ una situazione abnorme, conseguenza delle
profonde asimmetrie di cui soffre il nostro sistema e che sono tra le cause
della crisi che ha colpito il nostro sistema economico.
Le nostre previsioni per il 2003 non riescono ad
essere sufficientemente ottimistiche proprio perché partono da questi dati di
fatto cioè da una situazione che pone molte aziende, che poi sono quelle che
oggi cercano di tenere in piedi il mercato, in condizioni di obbiettiva
difficoltà a causa soprattutto dell’enorme cumulo di imposte e di costi che si
rovescia sulle loro spalle. Si adotti finalmente un regime fiscale che, per i
settori di impresa, sia meno sperequativo e le cose, per l’economia, potranno
cambiare. Se no, i problemi si acuiranno, le piccole imprese saranno costrette
a chiudere i battenti e molte città vivranno più di musei che di attività
commerciali.
Perché quindi il nuovo anno possa essere un anno
proiettato di nuovo verso lo sviluppo bisogna affrontare e risolvere almeno
quattro problemi di base: 1- l’attivazione di riforme strutturali in campo
fiscale, parafiscale e previdenziale per indirizzare quote significative di
risorse oggi immobilizzate dal sistema pubblico verso quei settori
dell’economia – quelli del commercio, del turismo e dei servizi in particolare
- oggi in grado di produrre sviluppo, nuova occupazione e, attraverso i
consumi, maggiore ricchezza per tutto il paese; 2- l’avvio - un avvio da
centometrista, come ho detto, perché troppo tempo è stato perso, in questo senso,
negli ultimi anni - di politiche di sostegno della domanda basate sul rilancio
dei consumi e finalizzate a sollecitare tutti i segmenti della domanda e non
solo quelli delle fasce di reddito più deboli che certo vanno difese ma che,
stante il loro esiguo potere di acquisto, non potranno incidere più di tanto
nel rilancio dei consumi; 3- un’evoluzione più dinamica dei redditi delle
famiglie attraverso la creazione di nuove e più ampie opportunità produttive ed
occupazionali. Non vorremmo che si pensasse che, salvando gli otto mila posti
oggi in pericolo alla Fiat, si sia davvero risolto il problema di un rilancio
del nostro sistema produttivo che oggi opera su ben diversi schemi e
latitudini; 4- una politica che stimoli l’innovazione e la ricerca e che punti
alla realizzazione di un’offerta di prodotti che non solo siano più competitivi
ma che soddisfino maggiormente le nuove esigenze del mercato. Un mercato che ha
strutture, radici, potenzialità, obiettivi assai diversi da quelli che aveva
negli anni ottanta e che quindi ha bisogno di essere rilanciato con idee e
programmi sostanzialmente innovativi. E’ accaduto già da tempo negli altri
paesi europei e non vedo il motivo per cui questi obbiettivi non possono essere
realizzati anche da noi.
Lasciando al responsabile del Centro Studi il
compito di illustrare, nel dettaglio, i risultati della nostra indagine che è
un preconsuntivo dell’anno che sta per concludersi e una ponderata previsione
su quel che potrà accadere, per la nostra economia, nel 2003, consentitemi
qualche altra osservazione a margine. Riguarda la devolution. L’idea di
rafforzare sistematicamente poteri, responsabilità e funzioni delle nostre
amministrazioni locali è certamente positiva perché solo attraverso questa
riforma il processo di sviluppo economico del nostro paese potrà trovare, tra
potere pubblico e imprese, più idonee sedi di confronto e migliori soluzioni
operative. Ma il problema è quello di attuare questa riforma in modo che, da un
lato, si realizzi una maggiore efficienza della macchina pubblica e,
dall’altro, i costi di manutenzione, di esercizio e di gestione di tali
strutture, in buona parte ora trasferite sul territorio, siano minori di quelli
attuali. Non mi sembra che, fino ad ora, questo duplice problema sia stato
risolto. Anzi, adottando una riforma federalista assai più sostanziale come
quella, appunto, prevista dalla devolution, temo che entrambi i problemi
possano ulteriormente complicarsi. Primo, siamo sicuri che l’attuazione di
questa riforma, come sostiene il ministro Tremonti, possa essere davvero per il
contribuente a costo zero? Io ho i miei dubbi. Forse lo potrà essere quando
sarà a regime ma quanti anni dovranno passare prima che essa sia davvero a
regime? Secondo, il trasferimento di poteri e di funzioni dallo Stato alle
strutture regionali potrà avvenire in modo compiuto solo se realmente si
vuoteranno i ministeri e si chiuderanno tutti i capitoli di spesa, pesanti ed
ingombranti, oggi previsti per la loro manutenzione. E’ cosi? Nemmeno questo mi
sembra che sia stato fino ad ora chiarito. E poi, ultima domanda, al
trasferimento di poteri corrisponderà davvero il trasferimento di analoghe
risorse in modo che Regioni e Comuni possano gestire i loro poteri senza
incrementare ulteriormente le pesanti imposte che sono di loro competenza? Non
è chiaro nemmeno questo. Non nego che la devolution possa essere, nella
sostanza, una buona riforma, ma non mi sembra che fino ad ora se ne siano
valutate né il peso né le possibili conseguenze di carattere finanziario. E non
vorremmo che il cittadino e l’impresa, l’impresa e poi anche il cittadino,
fatta questa riforma, fossero costretti, e non certo per loro scelta, a dover
mantenere, a vita, moglie e amante, lo Stato di prima e, in più, quello nuovo,
federalista che si sta creando.