Forum di Cernobbio
Conferenza stampa di apertura
15 marzo 2002
Se permettete,
andrò subito al sodo il che vuol dire parlare prima di tutto delle cose che,
nella nostra economia, oggi non vanno. Spero, tutti lo speriamo, che possano
andare presto meglio, ma oggi non vanno e non credo proprio che possano
migliorare per… partenogenesi cioè senza interventi, senza misure, senza una
vera e propria terapia d’urto. E a non andare affatto bene sono i consumi,
congelati nel 2001, ancora freddi, stagnanti nei primi mesi del 2002. Il
governo deve decidersi a fare subito qualcosa per stimolare la domanda e
l’unica strada che si può percorrere per avere risultati visibili e nel breve
periodo è quella di ricostituire il potere di acquisto delle famiglie che si è
andato pericolosamente erodendo.
Facciamo le
riforme ma facciamo anche in modo che le famiglie arrivino vive e non mezze
morte a questo traguardo che non si potrà raggiungere prima di un paio d’anni.
Facciamo le riforme ma facciamo anche in modo che il Pil, nel 2002, non resti
ancorato ad una previsione di aumento che, per ora - e la previsione non è
soltanto nostra ma anche della Banca d’Italia - non supera l’1,3%.
Riformiamo il
sistema perché è quello che chiediamo da tempo ma facciamo anche in modo che
queste riforme possano realizzarsi con il maggior consenso possibile e la
rottura con il fronte sindacale avvenuta sull’articolo 18 non mi sembra che
aiuti il raggiungimento di questo obbiettivo. Ma della vicenda dell’articolo 18
parlerò più avanti.
Ora vorrei cominciare
dal quadro generale che non è buono e che richiede, sul versante fiscale
interventi urgenti, direi improrogabili.
Il rapporto
sullo stato dell’economia e sulle sue prospettive che, redatto dal Centro Studi
di Confcommercio, apre questo meeting di Cernobbio - giunto ormai alla sua
quarta edizione - ha una caratteristica, quella di dire le cose come veramente
stanno e non come tutti vorremmo che fossero. Evita cioè di stendere, intorno a
dati, percentuali, tendenze, diagrammi di una situazione, che certo rosea non è
o ancora non è, quella cortina fumogena che spesso, anche per plausibili motivi
di opportunità, circonda questo tipo di analisi.
Noi pensiamo
che sia meglio non nascondere nulla, non edulcorare niente perché solo
guardando in faccia la realtà si possono davvero fare passi avanti e nella
giusta direzione. Questa, del resto, è stata sempre la nostra linea di
comportamento in tutti questi anni e non intendiamo certo cambiarla ora.
Il succo di
questo rapporto credo che si possa sintetizzare così.
1- E’ probabile
- anche se non ancora del tutto certo perché altri fatti imponderabili come, ad
esempio, un pesante rigurgito della guerra in Afghanistan o l’apertura di nuovi
fronti di guerra in l’Irak, potrebbero accadere - che, nella seconda metà di
quest’anno, il treno dell’economia mondiale possa riprendere, sia pure
lentamente, la sua corsa, ma c’è il rischio che l’economia italiana non riesca
a saltarci sopra o sia costretta a prenderlo solo in qualche stazione
successiva a causa degli eccessivi carichi, strutturali e non, che il nostro
antiquato sistema è costretto a portare ancora sulle spalle. E non prendere
questo treno o essere costretti a prenderlo con ritardo significa allontanare
lo sviluppo, ostacolare ancora il rientro di capitali per gli investimenti,
perdere competitività sui mercati.
2- Se è vero,
infatti, che, per liberarsi di questi carichi, il governo ha finalmente messo
in pista importanti riforme strutturali che riguardano il Welfare, il fisco e
il mercato del lavoro, è anche vero che tali interventi potranno produrre reali
benefici solo nel medio periodo e cioè non prima della seconda metà del 2003 se
non addirittura nel 2004. E, nel frattempo, cosa accadrà?
Non è, infatti,
ancora chiaro quali misure di tipo congiunturale, quali terapie d’urto il
governo intenda assumere per fare in modo che, nel piuttosto lungo arco di
tempo che ci divide dall’esecuzione delle riforme, l’economia non solo
sopravviva ma prenda forza, esca insomma da quella pericolosa spirale di
abulia, di inerzia, di ristagno che ha preso corpo nella seconda parte del 2001
e risulta sostanzialmente confermata anche dai dati fino ad ora emersi su
questo primo trimestre del 2002. Siamo i primi a voler guardare al futuro con
ottimismo, ma crediamo che esso vada supportato da iniziative che vanno prese
nel breve periodo ma che ancora non hanno preso corpo.
3- Ed eccoli i
segnali che preoccupano di più. Il prodotto interno lordo che, nel primo
trimestre del 2000, aveva raggiunto un picco di aumento del 3,3%, è andato via
via calando fino a scivolare, nell’ultimo trimestre del 2001, ad un +0,7%. E
tutto fa ritenere che la risalita da questa soglia, che non si può non definire
di crisi, non possa che essere lenta ed irta di ostacoli tanto che noi
prevediamo che, in mancanza di terapie d’urto, il prodotto interno lordo, nel
2002, non potrà avere un aumento superiore al 1,3%. Il ministro dell’economia
Tremonti ritiene, invece, che il risultato, alla fine dell’anno, potrà essere
migliore al punto da raggiungere il +2,3%.E noi non esitiamo a considerare
queste autorevoli previsioni come un buon auspicio, ma diciamo anche che fino a
quando Tremonti non ci dimostrerà "come", con quali mezzi e
strumenti, l’economia potrà davvero raggiungere questi risultati, i nostri dubbi
e le nostre preoccupazioni resteranno purtroppo intatti.
4- E perché la
produzione di ricchezza è entrata così in crisi? Certo ciò è stato causato
dalla crisi internazionale che ha colpito drammaticamente il Giappone; che già
lievitava negli Usa e che poi è esplosa dopo gli attentati dell’11 settembre
2001, ma va anche notato che la fase discendente del nostro Pil era già
cominciata nell’ultimo trimestre del 2000 per cause sicuramente anche endogene,
peculiari del nostro sistema economico. E che cosa ha potuto provocare questo
rallentamento della nostra economia se non la crisi dei consumi (compongono il
70% del Pil) che, nel corso del 2001, si è andata via via aggravando, la
mancanza di interventi pubblici (soprattutto nel settore delle infrastrutture)
e il fermo dei programmi di sviluppo delle imprese le quali, avendo bilanci già
in sofferenza, hanno deciso di praticare anch’esse un pesante taglio ai loro
investimenti?
5- I motivi
della caduta dei consumi sono più che evidenti e credo che andrebbero
analizzati con molta più attenzione di quanto si è fatto fino ad ora. La verità
è che, dal 1990 ad oggi, il reddito della famiglia media italiana è andato via
via assottigliandosi e così pure, in modo ancor più pesante, la sua capacità di
risparmio che pure, fino a qualche anno fa, rappresentava uno dei tratti più
peculiari e più importanti della famiglia italiana. Tre le cause: a) una
pressione fiscale dello Stato che ha raggiunto ormai livelli davvero
incompatibili per un sistema economico che voglia guardare avanti; b) la
triplicazione delle tasse e imposte locali, dato anch’esso assai allarmante e
che ci sembra trascurato; c) la crescente sfiducia delle famiglie nel mercato
azionario e, più in generale, in uno Stato che prende sempre di più e
restituisce al cittadino sempre di meno, promette cose che poi al 90% non
mantiene, gira intorno ai problemi - ad esempio, quello fondamentale
dell’assistenza sanitaria - senza riuscire mai a risolverli. Il nuovo governo
ha sicuramente compreso l’entità e la latitudine di questo problema e sta
tentando di correre ai ripari- anche i provvedimenti presi nei primi cento
giorni vanno in questa direzione - ma i risultati di questa azione, sicuramente
positiva, tardano a concretizzarsi e ad avere effetti tangibili.
Occorre fare di
più perché la progressiva erosione del potere di acquisto delle famiglie sta
mettendo a terra un’economia che, senza il traino dei consumi, rischia di non
andare più da nessuna parte o, come ho detto all’inizio, di prendere con
ritardo il treno della ripresa. Il dato della produzione industriale di
gennaio,+0,2% conferma che il sistema non ha ancora recuperato le perdite
registrate nel mese di novembre e fa fatica a recuperare produttività.
Con una domanda
in più alla quale spero che il ministro Tremonti, che sarà nostro ospite qui
domenica, vorrà dare una risposta: se l’aumento dei consumi, nel 2002, non
supererà l’1% - questa è la stima del nostro Centro Studi - che fine farà il
nostro prodotto interno lordo e dove lo Stato potrà attingere le risorse
necessarie per realizzare i piani di sviluppo che ha promesso e che sono il
cardine del suo programma?
Il governo, per
il sostegno dei consumi, qualcosa ha già fatto con l’erogazione di 10mila
miliardi, 4 per le pensioni minime (ma, per ora, come sapete, solo una piccola
parte di questa somma è arrivata a destinazione per difficoltà di ordine
tecnico), 3 per il rinnovo del contratto del pubblico impiego, quasi 3 per
ulteriori detrazioni di figli a carico.
Bastano per
fare ripartire davvero i consumi? Direi di no anche perché questi interventi
non toccano in alcun modo la famiglia media italiana che, insieme con gli
investimenti pubblici, continua ad essere il vero volano, il vero, diretto,
efficace stimolatore della nostra economia. Del resto, il fatto che la produzione
industriale che ha registrato in questi mesi un pesante calo, in termini di
fatturato e di ordinativi, non riesca ancora ad alzare la testa ne è una prova
lampante.
Vengo al
dunque. E’ evidente, per tutto quel che fino ad ora ho cercato di dire, che esiste
una palese asincronicità tra i tempi della ripresa mondiale dell’economia e
quelli dell’economia di casa nostra. E, per eliminare questo gap, è
indispensabile, in attesa che diano, nel tempo, i loro frutti le riforme
strutturali che il governo sta cercando di attuare, far ripartire i consumi.
Solo così il prodotto interno lordo potrà raggiungere, già nel 2002, aumenti
apprezzabili. Non basta che il governo la Banca d’Italia siano
"fiduciosi" sulle possibilità di ripresa della nostra economia:
occorre che questa fiducia, magari per endovena, venga anche trasmessa ai
soggetti che questa ripresa possono determinare. Se no, si corre il rischio di
fare un altro buco nell’acqua.
Ma, si dirà, lo
Stato, con il modesto Pil che oggi si ritrova e gli impegni assunti con
l’Europa per frenare, anzi gradualmente ridurre il debito pubblico, non sa da
che parte rigirarsi per trovare proprio ora queste risorse.
Io a questo
tipo di ragionamento non ci sto. Perché non è concepibile e, comunque,
accettabile che uno Stato, che incassa ogni anno, fra tasse ed imposte, quasi
un milione di miliardi di lire, non sappia poi trovare subito, sull’unghia,
20-25 mila miliardi per abbassare di almeno un punto l’Irpef (circa 10 mila
miliardi), per ridurre l’Irap, un’imposta che sta mandando a picco centinaia di
migliaia di piccole e medie imprese, per ridurre il costo del lavoro
intervenendo sugli ammortizzatori sociali, per velocizzare davvero i lavori dei
cantieri già aperti e che devono realizzare opere infrastrutturali. Si dirà che
questo milione di miliardi è già tutto speso per far funzionare la macchina
statale e tutto ciò che si muove intorno ad essa. Ma che riforma è allora
quella che non riesce a tagliare davvero i rami secchi e a rimettere in circolo
denari che potrebbero essere impiegati in modo assai più produttivo?
Noi vogliamo le
riforme - lo abbiamo detto e ripetuto in tutti i modi - ma bisogna che famiglie
e imprese arrivino vive e non mezze morte a questo auspicato ma purtroppo non
vicino traguardo.
Non pensiate
che mi sia dimenticato dell’articolo 18. Il governo l’altro ieri ha deciso di
mantenere, nella delega che riguarda il mercato del lavoro, le modifiche che
aveva proposto anche se, in qualche modo, un po’ alleggerite. Il governo dice
che lo ha fatto perché, dopo le vicende di questi mesi e la chiusura a riccio
dei sindacati, di tutti i sindacati su questo problema, non intendeva, non fare
marcia indietro. Rispetto ovviamente la decisione del governo che, al punto in
cui stanno le cose, può anche avere i suoi buoni motivi ripagando i sindacati
con la loro stessa moneta.
Torno a
ribadire però che la conclusione di questa rocambolesca vicenda, sempre che di
vera conclusione si tratti e che non riservi altre sorprese (affrontare solo
una piccola parte dei problemi che abbiamo di fronte) non è di segno positivo
per l’economia, che di tutto aveva e ha bisogno oggi meno che di erigere
barricate nelle piazze e dentro le fabbriche.
Vorrei anzi
dire che questa modifica dell’articolo 18 ha soltanto un effetto metadone: dà
cioè alle imprese l’illusione di aver risolto tutti i loro problemi di
flessibilità e di crescita dimensionale mentre, di fatto, lascia inalterati
tutti gi squilibri settoriali e territoriali che oggi esistono e che
impediscono uno sviluppo equilibrato di tutto il sistema delle imprese. Per
risolvere questo problema, più urgente di tutti gli altri, sarebbe stato meglio
affrontare subito problemi che si chiamano riforma del collocamento, riordino
di tutte le forme di flessibilità realizzabili anche con un nuovo Statuto dei
lavori, una riforma degli ammortizzatori sociali che affronti il problema del
sostegno del reddito ma anche quello della riqualificazione dei lavoratori.
Il guaio è che
ora, con la frattura che si è avuta con tutto il fronte sindacale, sarà assai
più difficile affrontare questi problemi e risolverli con tempi compatibili con
le esigenze del sistema economico.
Le
responsabilità di questa situazione vanno equamente divise perché tutti, da una
parte come dall’altra, hanno certamente tirato troppo la corda, ma quel che mi
lascia sconcertato è che, alla fine, si sia arrivati ad un risultato che
danneggia tutti e non favorisce nessuno.
Oppure, se
volete, ragioniamo pure sul filo del paradosso.
Perché se il
governo - e poteva essere anche una decisione, dal suo punto di vista, più che
legittima - aveva veramente intenzione di rompere con il mondo sindacale e di
scendere in guerra contro tutte le sue componenti, allora tanto valeva che
esso, anziché proporre solo piccole, marginali quasi simboliche modifiche a
questo articolo dello Statuto dei lavoratori, modifiche che non riguarderanno
la stragrande maggioranza delle imprese italiane, prendesse davvero di petto il
problema cancellando, in toto, questo articolo 18 o addirittura giungendo ad
una revisione integrale e sostanziale di tutte le norme contenute nello Statuto
dei lavoratori. Allora sì che si sarebbe prodotta una vera, tranciante,
risolutiva riforma, una riforma tale da giustificare anche lo sciopero generale
e tutto quel che sicuramente ne seguirà. Ne sarebbe valsa la pena, uno
scrollone tempestoso ma può darsi anche, per qualche verso, salutare.
Invece, questa
grave frattura, che non so quando e come e se si potrà ricomporre, si regge su
una bolla d’aria, una piccola bolla d’aria, che, ripeto, potrà avere, nel
mercato del lavoro, effetti assai limitati ma rischia, invece, di scompaginare,
inasprire, dissestare ogni ulteriore tipo di confronto tra governo e sindacato.
Spero che siano
stati fatti bene i conti perché chi oggi fa impresa in Italia chiede certamente
riforme e, prima di tutto, una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, ma
pretende anche, in egual misura, di poter vivere ed operare in un contesto in
cui predomini il consenso e non le barricate.
Quindi spero
che la partita su questo articolo 18 non sia ancora chiusa e, nell’augurarmi
che questa vicenda possa presto, in qualche modo, sbloccarsi, non mi sento
affatto un marziano.