So bene che vi sono sempre molti
modi di leggere e, quindi, anche di interpretare i documenti ufficiali,
soprattutto quelli che intendono indicare una prospettiva di particolare
valenza politica.
Ma gli obiettivi delineati, con
piena intesa dei vari partners, dal vertice di Lisbona e poi ribaditi
quest’anno da quello di Barcellona (“realizzare, in Europa, l’economia della
conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, un’economia in grado di
realizzare una crescita sostenibile, con maggiori posti di lavoro di migliore
qualità ed un maggior livello di coesione sociale”) non dovrebbero essere tali
da cadere nel tranello di decrittazioni strumentali o di controverso
significato.
Il soggetto (forte accrescimento
della competitività e della dinamica dell’economia) e il predicato (maggior
livello di coesione sociale) appaiono, anzi, sono elementi complementari di un
programma che ciascun paese europeo si è impegnato a realizzare nel più breve
tempo possibile.
Ci sono paesi che già stanno
procedendo su questi due binari, altri che partono, in qualche modo,
avvantaggiati e altri ancora - e cito tra questi ultimi anche l’Italia - che
possono raggiungere questo ambizioso, ma per nulla astratto obiettivo, solo
attraverso un passaggio intermedio, quello delle riforme di sistema senza le
quali non è possibile che la nostra economia raggiunga un sufficiente livello
di competitività.
Perché, da qualsiasi parte si
rigiri e si rivolti il problema - e mi sembra che lo si stia rigirando, anzi
"shakerando" fin troppo - competitivi ancora non siamo e sarà
difficile diventarlo senza vere riforme di sistema, riforme che sarebbero
dovuto esser state fatte da un pezzo e che, invece, in gran parte - e non
voglio qui discuterne i motivi, condivisibili e non, che, negli anni, hanno provocato
quest’impasse - sono rimaste in anticamera, appese ad un chiodo.
Né possiamo pensare che l’Europa
possa toglierci le castagne dal fuoco. E nemmeno vogliamo che ciò avvenga
perché, al di là delle tematiche di indirizzo generale come quella che prima ho
citato riferendomi al vertice di Barcellona, non sarà possibile importare nel
nostro paese, sic et simpliciter, modelli realizzati e maturati in realtà
sociali diverse dalla nostra.
L’obiettivo, dunque, è quello di
creare un modello italiano competitivo che si integri nelle larghe maglie del
modello europeo ma conservi, al tempo stesso, i suoi elementi di peculiarità e
di originalità. Questo perché la storia d’Italia è diversa da quella degli
altri paesi, come sono diverse le sue radici e, per certi versi, diverse anche
le potenzialità su cui la nostra economia potrà far leva per diventare un paese
moderno.
Se le direttive europee, dunque,
tracciano il solco, tocca poi a noi riempirlo di progetti e di programmi che
siano funzionali al nostro sviluppo. Lavorare, insomma, solo su fotocopie di
modelli altrui può comportare dei rischi e potrebbe allungare i tempi delle
riforme creando modelli di sviluppo non congeniali al nostro sistema.
Anche nel campo delle relazioni
industriali e di quelle sindacali, che vanno sicuramente innovate, riformate,
alleggerite da tutta quella zavorra, anche ideologica, anche strumentale, che
si è andata accumulando negli ultimi decenni e che un certo corso - tutti
sappiamo quale - della politica italiana ha certamente, in parecchi modi,
alimentato, dobbiamo fare da soli, in fretta, e seguendo percorsi virtuosi e a
noi il più congeniale possibile.
Per questo, andando al concreto,
non credo, ad esempio, che il modello dell’economia britannica, nato e
cresciuto in un contesto assai diverso dal nostro, possa essere impacchettato e
trasferito in Italia così com’è. Potremmo anche usare qualche pezza di stoffa
inglese, ma il vestito dovrà essere fatto su misura e quindi da noi. E andando
avanti con gli esempi ed entrando nell’area delle relazioni sindacali, non è
oggi nemmeno pensabile che l’economia italiana, basata prevalentemente sulla
piccola e media impresa, possa importare i sistemi dell’Employee share
ownership, la partecipazione azionaria dei dipendenti, che ha messo radici in Germania
o dello Share options, opzioni di acquisto di azioni, così come sono stati
realizzati in Francia o in Gran Bretagna.
Potrebbe avere maggior successo il
sistema del Profit sharing, divisione degli utili/profitti, inteso come quota
variabile del salario direttamente collegata alla produttività aziendale. Ma
perché questa formula possa mettere radici , ecco che, a monte, dovremmo
rivedere tutto il sistema contributivo e fiscale e le tante, troppe leggi che
ad esso sono state ancorate.
Perché ho fatto questa piccola
deviazione di percorso? Perché credo che una maggiore corresponsabilizzazione
anche dei lavoratori e di chi tutela i loro diritti potrebbe accelerare il
processo di riforma del nostro sistema economico, processo di riforma che non
potrà durare negli anni per la semplice ragione che l’Europa non ci aspetta, i
mercati non ci aspettano, la globalizzazione non ci aspetta, nessuno ci aspetta
e quindi bisogna evitare che il nostro percorso di riforma aggiunga altri
ritardi a quelli, considerevoli, che già si sono accumulati.
Il problema, dunque, mi sembra
indiscutibilmente quello di porre, da un lato, l’accento sulla netta rilevanza
e urgenza delle riforme da realizzare - sarebbe un vero guaio se si
insabbiassero di nuovo - ma, dall’altro, di operare perché, intorno a queste
riforme, si crei il maggior consenso sociale possibile. E non solo perché
questo è il diktat uscito dal vertice di Barcellona, ma perché è nell’ordine
naturale delle cose, nella logica di un processo liberista che sia liberista in
tutte le direzioni e non soltanto verso alcune.
Scontiamo sicuramente un ritardo
nell’animus riformista dei nostri sindacati - e i motivi sono fin troppo noti -
ma non credo che risolveremmo il problema della nostra competitività e del
nostro sviluppo escludendo, a priori, la parte sindacale da questo processo
riformista perché, se questo davvero accadesse, competitività e sviluppo
rischierebbero di partire claudicanti.
Così io, sinceramente, mi auguro
che tutto quel che è avvenuto in queste settimane, anzi, in questi due mesi
intorno all’articolo 18, sia solo un incidente di percorso provocato dalla
fretta, per altro più che giustificata visti i nostri ritardi, di imbastire una
riforma del mercato del lavoro ma anche e soprattutto da una serie di strumentalizzazioni
di cui anche il sindacato, ma non solo il sindacato, ha senza dubbio la sua
parte di responsabilità.
Ma come ci si comporta in caso di
incidente sulle strade? Si blocca la carreggiata, si chiamano le gru, si
rimuovono alla svelta i veicoli accidentati e si fa scorrere nuovamente il
traffico. Questo perché ogni ora di sosta in più produce non solo disagio per
gli automobilisti ma anche danni alla ricchezza economica del paese.
E qui voglio essere chiaro e spero
che questo mio sforzo di chiarezza venga interpretato nel giusto modo.
E’ stato, a mio giudizio, un
errore tattico abolire la concertazione e cercare di sostituirla in corsa -
anche se non nego la buona fede dei suoi proponenti - con forme di confronto e
di dialogo con le parti sociali che, per risultare davvero efficaci - e nessuno
nega che, in futuro, lo possano anche diventare - avrebbero avuto bisogno di un
maggior approfondimento e comunque di una fase di più lungo e meditato
rodaggio. E’ stato, invece, un cambio troppo brusco che ha prodotto effetti
traumatici.
Come è stato un errore tattico -
lasciatemi dire anche questo - non valutare a pieno e preventivamente i gravi
effetti tossici, subito e maldestramente ingigantiti dalla nube mediatica, di
una discussione su un problema, quello dell’articolo 18, che nemmeno il prof.
Biagi considerava esiziale, prioritario, indispensabile per avviare una seria,
produttiva, efficace riforma del mercato del lavoro.
Come è stato un errore dei
sindacati prendere subito cappello e utilizzare questa sicuramente, improvvida,
infausta partenza del dialogo per fare una vera e propria guerra di religione
che ora non si sa proprio a cosa potrà approdare. Per entrare nel tunnel del
Monte Bianco bisogna anche essere sicuri poi di poterne uscire. E il guaio - lasciatemelo
dire con franchezza - è che non sa come uscirne il sindacato e non pare - ma mi
piacerebbe essere subito smentito - che lo sappia nemmeno il governo.
E rimanendo, al buio, sotto il
tunnel che dialogo potrà esserci? E poi l’aria, lì dentro, comincia ad essere
irrespirabile. Per tutti.
Io mi auguro che il governo metta
sul tavolo qualche idea nuova. Il che non significa che esso debba rinunciare
ai propri, anche giusti, propositi, ma deve trovare pure il modo, la politica,
quella con la P maiuscola, cioè chi ha, in fondo, in mano il vero pallino che
decide le sorti della nostra economia, di riavviare un dialogo con il sindacato
che oggi più confuso e sfilacciato di così non potrebbe essere.
Come anche il sindacato deve
scendere dalle barricate, cominciare ad usare un linguaggio diverso, proporre
qualcosa di nuovo, conscio del fatto che la politica del muro contro muro
potrebbe, nel tempo, avere effetti devastanti, ripercuotersi contro gli stessi
lavoratori.
Non siamo in Medio Oriente, non ci
sono, nel nostro paese, palestinesi contro israeliani che lottano per la
sopravvivenza, Cofferati non è Arafat e Berlusconi non è Sharon. Non si può far
scorrere il sangue, fare solo scioperi e mandare solo carri armati per
risolvere un problema come quello dell’articolo 18, una mollica, una briciola
di riforma, non certo la più importante.
Stiamo perdendo un sacco di tempo
e la prima cosa che dovrebbe finire sono gli eccessi verbali che rimbombano,
come spari, nelle vie mediatiche.
Non vorrei fare la fine di Gandhi,
ma - l’ho detto e ripetuto fino alla noia - io a questo gioco al massacro non
ci sto.
Le imprese che rappresento
vogliono le riforme di sistema più di qualsiasi altra rappresentanza
imprenditoriale. Perché la grande impresa, se le avesse sul serio volute,
avrebbe avuto, in passato, probabilmente la forza per imporle. E, invece, ha
preferito che le cose andassero come stavano andando. Ma è difficile fare le
riforme buttando giù le porte a spallate. E’ difficile percorrere questo
cammino all’insegna del “mors tua, vita mea”. Quale altro paese europeo lo ha
fatto? E non mi si tiri fuori - sarò estremamente chiaro anche su questo -
l’esempio della Thatcher, lontano da noi mille miglia, una persona che ha
saputo ricucire il consenso solo sobbarcandosi gli enormi costi della guerra
per la rioccupazione delle Malvines-Falkland. E noi, questa guerra, contro chi
la faremmo?
Ripartiamo dunque da un tavolo, ma
che sia un vero tavolo. Togliamo i piatti rotti e mettiamone in tavola
finalmente di nuovi. Il sindacato, al punto in cui stanno le cose, non può più
continuare ad imporre dei diktat, ma deve fare un passo indietro, ad esempio
quello di accontentarsi dell’accantonamento, indefinito quanto si vuole nel
tempo, ma sempre e solo accantonamento dell’articolo 18, per cominciare a
discutere di cose ben più urgenti e pressanti quali, in primo luogo, la riforma
degli ammortizzatori sociali, una riforma che, alle piccole e medie aziende che
rappresentano più del 90% della nostra galassia imprenditoriale, oggi serve come
il pane. Mi risulta che anche la Cgil stia preparando una proposta in questo
senso e il fatto che questo sindacato se ne stia attivamente occupando vuol
dire che anche di questo si vorrebbe subito discutere. Il governo ponga sul
tavolo, senza ulteriori pregiudiziali, questo argomento che a noi appare di
sicuro, pregnante interesse. E aggiungo anche che, se si fosse cominciato ad
affrontare subito questo problema, strettamente connesso anche alla
flessibilità del mercato, si sarebbe poi arrivati, forse, ad una discussione
sull’articolo 18 - riforma che sta in fondo, e non certo in testa, al progetto
del governo e che non ha mai fatto parte del libro bianco approntato dal prof.
Biagi - con un altro spirito, con un diverso atteggiamento.
Prima offriamo qualcosa di
concreto anche ai lavoratori e poi chiediamo loro qualcosa in cambio. Anche
Confcommercio ha predisposto un'articolata proposta sugli ammortizzatori
sociali che verrà presentata a tempo debito, non appena cioè il nuovo tavolo
del confronto verrà davvero allestito. Da un punto di vista operativo, il
percorso di questa più che importante riforma passa attraverso tre strumenti:
una legge quadro che riformi appunto il sistema degli ammortizzatori, un
sistema di contrattazione collettiva che definisca, in modo efficace, i
trattamenti integrativi e, terzo, l’attuazione di una riforma fiscale che
consenta di reperire le risorse necessarie per l’attuazione di questa riforma.
Non credo che, di fronte ad un tale progetto, i sindacati possano tirarsi
indietro perché allora sarebbero in milioni i lavoratori, occupati e non, che
si rivolterebbero contro di loro accusandoli di eccesso di massimalismo. Ma
aiutiamo i sindacati a sedersi a questo tavolo. Usando un po’ di buon senso, un
po’ di quella cultura della mediazione che, da sempre, fa parte del bagaglio di
chi fa politica.