IMPRESE COMMERCIALI E
CENTRI URBANI:
PROGETTUALITA’ PER IL
XXI SECOLO.
Milano, 19 marzo 2002
Penso
che non possa che farci bene dire la verità e dirla fino in fondo: negli ultimi
trent’anni, il tasso di progettualità, di una vera cultura della progettualità
volta al razionale e lungimirante
sviluppo dei nostri centri urbani , è stato, salvo poche eccezioni , del
resto, facili da individuare, assai basso, del tutto insufficiente a soddisfare
bisogni e istanze di una società che si picca di essere tra le più moderne e
industrializzate del mondo.
Vorrei
elencare prima di tutto le cose
che principalmente, in tutti questi anni, non hanno funzionato e poi, invece,
quelle che, cominciando lentamente e , sia pure tra mille difficoltà, a
funzionare, ci permettono di guardare al futuro con maggiore ottimismo.
E’ fin troppo facile elencare- ma credo che valga la pena di ricordarli ancora una volta- gli errori compiuti.
Il
secondo problema che vorrei citare come esempio è quello dei parcheggi. Per
decenni sono stati date centinaia di migliaia di concessioni edilizie senza
l’obbligo di costruzione di parcheggi all’interno dei caseggiati. Il risultato,
devastante, lo conoscete: strade intasate da auto di residenti che, per paura
di perdere il loro posteggio, le lasciano ferme anche per settimane. Non vorrei
generalizzare troppo perché qualche eccezione esiste, ma fatevi un giro nelle
aree metropolitane che si trovano anche a ridosso dei centri storici in città
come Napoli, Palermo, Roma e anche Milano e vi renderete conto degli effetti
devastanti, anche per il commercio, che questa mancanza di progettualità ha
prodotto.
Non c’è dubbio che qualcosa, come dicevo
all’inizio, comincia a funzionare meglio. 1-Il fatto stesso che i sindaci delle
città siano ora eletti direttamente dai cittadini e possano restare in carica
per il tempo necessario per programmare ma anche realizzare certe opere ha prodotto, sta producendo
effetti positivi. Inoltre hanno cominciato a funzionare meglio le
circoscrizioni, atolli amministrativi che, nell’universo urbano, possono agire
con poteri che prima non esistevano. Infine, l’esplosione del problema
ambientale con sempre più larghe aree urbane, nelle grandi come nelle medie
città, costrette addirittura a sospendere il traffico automobilistico per
giorni interi a causa del tasso di inquinamento atmosferico che è stato
raggiunto, sta risvegliando la coscienza di tutti e anche quella, meglio tardi
che mai, degli amministratori pubblici.
Ci
si è resi conto, insomma, che i modelli di sviluppo urbano che forse andavano
bene fino agli anni 90, oggi non sono più proponibili. Ci si è resi conto di
quali effetti devastanti abbia prodotto quella che ho chiamato- e credo
propriamente- mancanza di cultura della progettualità e si sta cercando di
correre ai ripari. Ci si è resi conto- e mi riallaccio proprio al titolo scelto
per questa tavola rotonda- che un centro urbano, per continuare ad essere un
polo vitale di sviluppo, deve fare prima di tutto un salto di qualità culturale
, il che vuol dire molte cose. Ne
parlerò tra poco.
2-Anche
La riforma federalista, che ci stiamo apprestando a realizzare, avrà un senso
compiuto, darà un valore aggiunto
all’ammodernamento di questo paese se metterà in piedi strutture
regionali in grado programmare e poi di gestire modelli di sviluppo che, da un lato, consentano di garantire più sicurezza
ed efficienza a tutti i centri
urbani che operano in quella fetta del territorio e , dall’altro, consentano lo sviluppo economico e la
produzione di una maggiore ricchezza. Il modello di federalismo che ci
apprestiamo a realizzare saprà davvero raggiungere questi obbiettivi? Io ho dei
dubbi e so di non essere il solo ad averne. Temo, infatti, che , con il
passaggio di poteri e di funzioni dallo Stato centrale a quello periferico , si
trasferiscano anche , anzi soprattutto quei modelli di comportamento,
quell’ottica di approccio, quelle consuetudini di gestione , quelle
arretratezze di carattere culturale che fino ad ora hanno impedito o resa
incerta e difficile una seria e fattiva collaborazione tra Pubblica
amministrazione ed operatori economici. Se avessimo- e spero vivamente che ciò
non avvenga- tante fotocopie , quante sono le Regioni, di quel moloch
burocratico contro cui fino ad oggi il mondo economico e, in particolare,
quello della distribuzione ha cercato di lottare in ogni modo, allora di questo
federalismo non sapremmo proprio che farcene. Mi auguro insomma- e il governo
mi sembra che si sia ora impegnato in questo senso- che , in corsa, questa riforma
possa essere sostanzialmente riformata e migliorata e resa più funzionale all’obbiettivo che vuole
raggiungere che è e resta quello della modernizzazione di questo paese.
Cosa
significa- e vengo al punto lasciato prima in sospeso- fare un vero salto di
qualità culturale? Molte cose e prima di tutto fare in modo che l’economia
abbia nuove e più moderne coordinate di sviluppo. Il che significa affrontare i
problemi dei nostri certi urbani in modo che i suoi soggetti economici più
attivi e, in primo luogo, la distribuzione commerciale, possano operare nel
contesto di una programmazione del territorio che, al contrario di quel che
accade spesso oggi, non distrugga con una mano ciò che con l’altra cerca,
spesso con affanno, di costruire. Oggi il sistema di programmazione è una
galassia in cui si intrecciano piani e modelli di comportamento spesso in
contrasto tra di loro con piani
urbanistici che non tengono in alcun conto , ad esempio, gli interventi che
sono necessari per la valorizzazione del commercio quali i problemi della
residenzialità e del trasporto, della logistica delle merci, della sicurezza ,
della valorizzazione turistica che va ampliata il più possibile e non
circoscritta solo a certi luoghi storici, dei servizi alla persona.
Il
commercio può svilupparsi solo se
è in grado di operare in un contesto nel quale anche tutte le altre attività
hanno modo di esprimersi e di creare ricchezza. Come occorre valutare, caso per caso, quale sia il giusto
mix tra commercio tradizionale, grande distribuzione, attività ricreative e
attività culturali e museali.
Realizzare
un salto culturale significa recuperare e valorizzare anche zone semi
periferiche e periferiche che oggi hanno la luce elettrica, tv paraboliche,
centri commerciali operativi ma assai poco di tutto il resto.
Con
un altro problema che fino ad ora appare fin troppo trascurato se si lascia
piazza San Babila o piazza Navona per inoltrarsi nelle grandi periferie. Mi
riferisco al problema della “manutenzione quotidiana” delle strutture che, una
volta create, poi , per mancanza di interventi, si degradano rapidamente.
Un’idea
potrebbe essere quella di creare un “town manager” cioè una persona che possa
coordinarsi con i vari assessorati e
risolvere via via i problemi , le disfunzioni , i ritardi che possono
manifestarsi in campo urbanistico, per l’arredo urbano, per il traffico, per la
raccolta dei rifiuti, ecc.
Sarebbe
un bel salto culturale creare una figura che si collochi e faccia da ponte, da
catena di trasmissione tra imprese
ed amministrazione in modo che si possano affrontare, con tempestività, i
piccoli e grandi problemi di cui soffre oggi giorno la comunità urbana.
Salto
culturale significa, inoltre, rendersi conto che le imprese commerciali sono
diventate ormai soggetti protagonisti della vita non solo economica ma anche
sociale e culturale del centro
urbano.
Le
amministrazioni pubbliche non possono alzare le saracinesche delle imprese
commerciali quando serve loro per
incassare tasse e imposte e poi abbassarle quando si tratta,invece, di
affrontare i loro problemi e le loro esigenze.
Che
poi non sono soltanto loro, ma anche, in eguale misura, di tutti coloro che
oggi vivono, come possono, con sempre maggior stress, con sempre maggiori
difficoltà, all’interno di un’area urbana. Chiediamo tutti una soglia di
“vivibilità” sociale, economica, culturale maggiore ed è compito
dell’amministrazione pubblica fare
in modo che questa soglia ci sia e ci sia per tutti.