Nel secondo semestre le cose potrebbero andare meglio, ma
perché questo possa accadere appare indispensabile ricorrere all'adozione di
misure di carattere congiunturale.
I dati che maggiormente preoccupano sono il persistente
ristagno dei consumi delle famiglie, la mancata crescita del prodotto interno
lordo, il crollo degli investimenti e l'aumento dell'indebitamento della
finanza pubblica.
Per uscire da questo tunnel riteniamo che la prima cosa da
fare sia quella di ridurre la pressione fiscale ma di ridurla in modo più
generalizzato e consistente di quanto sembra previsto, al momento attuale, dal
documento di programmazione economica e finanziaria. Preoccupa altresì il fatto
che a questa pesante situazione congiunturale si aggiunga, anzi si sovrapponga
un clima di tensione sociale che, se perpetuato, rischia di allontanare la
ripresa e di renderne più modesta l'entità.
Se non usciamo, difatti, al più presto da questa
situazione che sta diventando sempre più complessa anche sul piano internazionale,
sarà difficile che, nel prossimo anno, si possano raggiungere gli obiettivi di
crescita ipotizzati dal Governo.
Con un ulteriore rischio, quello di una nuova manovra che
punti al riequilibrio di un rapporto deficit-Pil che, rispetto agli obiettivi
fissati dal Patto di Stabilità, sta andando fuori controllo.
Quindi le nostre preoccupazioni, che sono insieme quelle
delle imprese e delle famiglie, sono oggi più che legittime e motivate.
Bisogna pertanto rimboccarsi le maniche e realizzare
interventi che possano avere efficacia anche nel brevissimo periodo per
rilanciare la domanda, aumentare la produzione, rimettere in moto tutto il
sistema.
Se no, ci faremo male da soli.
E' anche vero che i problemi vengono da lontano.
Nell’anno che è trascorso, infatti, sono cambiate, nel
mondo, parecchie cose. Anzi, nessuno avrebbe immaginato che, in un solo anno,
ne potessero cambiare così tante.
La gravità e la portata dei fatti accaduti negli Stati
Uniti e di quel che ne è poi seguito hanno modificato il tessuto della società
civile e il suo metabolismo.
Istituzioni internazionali, governi, strutture economiche
e mercati finanziari sono stati costretti a rivedere, in un modo o nell’altro,
le loro strategie.
E anche la nostra economia si è ritrovata all’improvviso
con i piedi in acqua e senza ombrello.
Ciascuno di noi, sottoposto alla quasi quotidiana doccia
scozzese di allarmi e di messaggi solo in parte rassicuranti, è disorientato e
riscopre paure che pensava di avere ormai rimosso.
E’ come se tutto il mondo industrializzato fosse stato
colpito da una forte scossa elettrica che ha spazzato via il bagaglio di quelle
che sembravano consolidate certezze.
La caduta dei consumi è stata una delle più immediate e
vistose conseguenze mentre il turismo, muro portante della nostra economia, ha
subìto paurose oscillazioni.
I controlli per la sicurezza sono diventati ovunque
assillanti.
E se è vero che le matrici di questo terrorismo sembrano
essere state individuate, mancano però ancora terapie che possano neutralizzarlo.
Il terrorismo del nuovo millennio sta provocando un
mutamento genetico dei comportamenti e ribaltando la scala dei valori e delle
priorità.
Gli Stati Uniti sono stati costretti a modificare la loro
rotta perché, dopo il crollo delle Torri Gemelle, non avrebbe avuto più senso
una politica che cercava di fare da scudo all’economia mondiale, ma che poi non
riusciva a garantire la sicurezza dei propri cittadini.
E’ anche vero però che il mito di affidabilità del suo
sistema economico sta rischiando di essere incrinato dall’improvvisa e rovinosa
caduta di alcune delle sue più importanti corporations con effetti a catena su
tutta la finanza mondiale.
La crisi americana ha avuto, anche in Europa, un effetto
domino di cui non è ancora possibile valutare tutta la portata. A breve come a
medio termine.
La verità è che gli europei vivono tuttora nell’incubo che
un episodio devastante come quello delle Torri Gemelle possa ripetersi - dove,
come e quando non si sa - anche in casa loro.
La mancanza di sicurezza sommata all'instabilità economica
ha creato al cittadino molti nuovi problemi.
Gli italiani, come è nella loro natura, sono un po’ più
fatalisti, anche se le notizie che si accavallano ogni giorno hanno finito col
renderli più ansiosi.
Anche per questa ragione hanno cominciato a spendere di
meno.
Insomma la spirale del terrorismo sta costringendo il
mondo occidentale, legato a meccanismi tra loro sempre più interdipendenti, a
cambiare molte delle regole del gioco nel tentativo di individuare nuove forme
di convivenza tra liberismo e protezionismo, tra sviluppo e sicurezza.
Ma sarà difficile gestire queste nuove regole se non si
comincerà ad abbattere quel muro che oggi continua a dividere i paesi ricchi da
quei miliardi di persone che, costrette a vivere con un dollaro al giorno,
potrebbero cominciare ad usare ogni tipo di ariete per eliminare questa ormai
incontenibile diseguaglianza.
Il nostro deferente apprezzamento va anche ai ripetuti e
sempre più pressanti interventi che, in questo campo come, del resto, in tutti
quelli riguardanti i principi della giustizia, i valori della legalità e la
difesa dei diritti dei cittadini, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio
Ciampi, ha ritenuto di dover fare nel corso di questi ultimi mesi.
Ed analogo apprezzamento va fatto al Presidente del
consiglio Berlusconi di cui condividiamo, in particolare, il progetto noto
sotto il nome di De-Tax finalizzato alla realizzazione di infrastrutture
tecnologiche che consentano di promuovere, nei paesi poveri, non solo uno sviluppo
economico ma anche un rafforzamento dei loro assetti istituzionali.
Non si può pensare, infatti, di risolvere questi problemi
solo stendendo intorno a questi paesi una doppia, tripla rete di filo spinato.
Come è giusto elargire aiuti ed annullare i debiti che si
sono accumulati in questi anni - cosa che il G8 sta cominciando a fare - ma
resta il problema di come e da chi vengono realmente gestiti questi aiuti e con
quale ordine di priorità e per soddisfare quali bisogni.
Non basta eliminare Bin Laden: bisogna evitare anche che
egli possa, a causa del peggioramento delle condizioni di vita in questi paesi,
riprodursi in altri cento e altrettanto temibili cloni.
In Europa è piovuto sul bagnato perché l’onda lunga del
terrorismo e della crisi che ha colpito parte del sistema americano è arrivata
proprio nel momento più difficile e delicato della costruzione di quella casa
comune che, se oggi ha le fondamenta - cioè la moneta unica - manca però ancora
di rilevanti componenti strutturali.
La globalizzazione dei mercati finanziari non ha, infatti,
solo mandato nel baratro l’Argentina e soffiato sul fuoco della crisi
giapponese, ma ha anche costretto l’Europa dei 15, da sempre fisiologicamente
legata agli alti e bassi dell’economia statunitense, a rivedere conti,
strategie, obiettivi.
E non è detto che la quasi raggiunta parità tra dollaro ed
euro, parità che la cronica volatilità dei mercati rende, del resto, precaria
possa avere effetti solo di segno positivo sull’economia del nostro continente.
Prima di tornare al caso italiano, consentitemi alcune
riflessioni sul futuro di quella Europa che ormai dobbiamo considerare anche
come casa nostra.
Passi nella costruzione di una struttura politica europea
sono stati certamente fatti e i pronunciamenti dei vertici che si sono
susseguiti nell’ultimo periodo vanno appunto in questa direzione.
E’ vero però - sarebbe ipocrita negarlo - che persistono
ancora una serie di falle, di incomprensioni e di reciproche diffidenze che
visibilmente rallentano l’attuazione di questo progetto.
E a soffrirne di più è il nostro paese il quale, alle
asimmetrie dell’Europa, aggiunge quelle prodotte da un sistema logoro che non è
riuscito ancora a liberarsi dal pesante fardello delle proprie contraddizioni.
I nodi da sciogliere in Europa sono almeno tre.
1-
Non si
può pensare, soprattutto dopo gli accadimenti di quest’ultimo anno, che il
processo di globalizzazione dell’economia possa essere lasciato libero di
correre a suo piacere, senza regole e senza governance.
Una globalizzazione non governata concederebbe, infatti,
troppi e pericolosi spazi di manovra a quei poteri economici e finanziari che,
volando ad alta quota, sono difficilmente controllabili dalle giurisdizioni
nazionali.
Se il modello di questa governance europea sembra essere
stato delineato, non si può certo dire che abbia già raggiunto un sufficiente
grado di operatività.
2-
E’ vero
che il Trattato di Maastricht, con tutto il suo corredo di vincoli imposti per
il risanamento dei bilanci dei singoli paesi, ha frenato la corsa della spesa
pubblica improduttiva.
E’ altrettanto vero però che questa politica di rigore non
è servita, almeno fino ad ora, né ad aumentare il reddito medio dei suoi
cittadini né ad accrescere il volume degli investimenti e la produzione di
ricchezza, mentre la forbice tra ricchi e poveri è rimasta quasi inalterata.
I contribuenti italiani hanno fatto molti sacrifici, in
questi anni, per dare a questa Europa una sua identità economica oltre che
politica.
Non mi sembra però che, fino ad oggi, l’Europa li abbia
ricompensati in qualche modo.
E, se lo ha fatto, i cittadini non se ne sono proprio
accorti.
La delusione c’è e si taglia a fette.
Milioni di piccoli risparmiatori non solo sono stati
sottoposti ad un eccessivo drenaggio fiscale ma hanno anche perso, a causa del
disastroso andamento dei mercati finanziari, quote assai consistenti del
capitale investito.
E ciò è avvenuto senza che alcuna autorità europea o
nazionale alzasse un dito a loro difesa.
Questa situazione ha finito per provocare una vera e
propria crisi di fiducia.
E in questa crisi ci siamo dentro e vorremmo uscirne al
più presto.
3 - Sappiamo tutti bene che le regole del Leviatano di
Hobbes sono state travolte da una globalizzazione che disconosce ogni principio
etico e ogni valore morale, ma questo dovrebbe essere un motivo in più per
avere strutture europee che siano in grado di provvedere davvero alle necessità
collettive; che sappiano tutelare la libera concorrenza e la trasparenza dei
mercati e che operino in difesa dei diritti dell’impresa e di chi vi lavora.
I pronunciamenti sono una buona cosa, ma occorrono anche
azioni concrete.
Inoltre bisogna fare di più per stemperare almeno la
grande differenza che oggi esiste, all’interno dell’Unione europea, tra sistemi
istituzionali, leggi e assetti amministrativi.
Nessuno pensa che debbano diventare anelli tutti eguali
della stessa catena. Anzi un simile progetto contrasterebbe con l’esigenza di
mercati che devono poter sfruttare al massimo proprio le loro differenti e
specifiche potenzialità.
Ma un minimo denominatore comune di sistema va pur trovato
e oggi ancora non c’è.
Un anno fa, proprio da questa tribuna, salutai con favore
la nascita di un nuovo Governo che, ampiamente sostenuto dal voto elettorale,
si prefiggeva di dar finalmente corso a quel programma di riforme di sistema
che il paese attende da fin troppo tempo.
E il giudizio sul primo periodo del suo operato, da parte
della Confederazione che qui rappresento, non può essere certamente negativo,
perché esso ha almeno dimostrato di voler tentare di realizzare con forza,
direi con caparbietà, quel radicale svecchiamento di un sistema che, così come
è oggi, non è certo in grado di fronteggiare le esigenze imposte dalla
globalizzazione e dalla esasperata competitività dei mercati.
E se, come ho detto, non fosse, nel frattempo, caduta
grandine, la corsa verso queste riforme sarebbe stata probabilmente più rapida
e agevole.
Devo anche dire però - usando quello che Bernard Shaw
chiamava il sale della franchezza - che il Governo avrebbe dovuto fare - e
dovrebbe fare - di più e di meglio per almeno attenuare i contraccolpi di una
crisi che, proprio perché andava a sovrapporsi ad una situazione già difficile,
ha finito per consolidare la fase di stagnazione della nostra economia.
Mentre venivano attivate, in sala chirurgica, le grandi
operazioni di protesi per l’avvio delle riforme, sarebbe stato opportuno, più
che opportuno direi essenziale, fare anche un po’ di lavoro di pronto soccorso.
Per evitare, da un lato, che la spesa pubblica corrente
tornasse a gonfiarsi oltre misura, cosa che, purtroppo, è, invece, avvenuta e,
dall'altro, che consumi e produzione di ricchezza scivolassero pericolosamente
verso il basso.
Concedo molte attenuanti: l’improvvisa scoperta di debiti
pregressi che hanno creato altri problemi di cassa e le difficoltà di rodaggio
di un Governo che, dovendo far fronte ad impegni di così vasta portata, aveva
certamente bisogno di tempo per orientarsi.
Ma, di fronte ad una situazione che aveva tutte le
caratteristiche della vera emergenza, un po’ più di tempismo, un po’ più di
inventiva, un maggiore ricorso ai meccanismi di pronto intervento erano e sono
necessari.
I provvedimenti presi nell’arco dei primi cento giorni -
nuove norme per le successioni e donazioni, accorpamento dell'Iva,
semplificazione degli adempimenti contabili e poi Tremonti-bis, sommerso,
rientro dei capitali, legge Obiettivo per gli investimenti - sono sicuramente
apprezzabili e significativi, anche se parte di essi non hanno ancora potuto
dare i risultati che ci si attendeva.
Se ha avuto una buona performance la legge sul rientro dei
capitali - ma si tratterà di vedere dove e come saranno investiti i quasi 60
miliardi di euro fino ad ora rientrati in Italia - non posso dire altrettanto
per la Tremonti-bis e per il sommerso.
La portata della Tremonti-bis, avviata per altro prima
degli avvenimenti dell'11 settembre, è stata, infatti, in parte stemperata da
una situazione delle imprese che, a causa del forte calo della domanda e della
conseguente contrazione degli ordinativi, avevano ben altre e primarie
necessità.
E' stata sicuramente più efficace di quanto non fosse
stata la Dual income tax o meglio la DIT ma non è ancora in grado di realizzare
gli effetti auspicati.
La verità è che sarebbe stato opportuno accompagnare
questo provvedimento o, meglio ancora farlo precedere, da misure che,
consentissero un reale rilancio dei consumi ma anche degli investimenti che,
invece, cresceranno di un solo 0,7% contro l'1,5% del 2001.
Le misure adottate per la riemersione delle aziende che
oggi operano in nero e che ingoiano il 27% del nostro prodotto interno lordo si
sono rivelate, fino ad ora, in gran parte inefficaci, come, del resto, il
Governo non ha esitato ad ammettere.
Il fatto è che, in una congiuntura caratterizzata da alti
costi produttivi, elevata pressione fiscale e da una persistente crisi della
domanda, le imprese del sommerso, nonostante gli incentivi che sono stati
offerti loro, continuano ad avere scarso interesse per il mercato legale.
Anche per due altri motivi che vale la pena di
sottolineare.
Il primo riguarda gli stretti legami oggi esistenti tra
una cospicua parte dell’impresa sommersa e le grandi organizzazioni criminali
le quali oggi a tutto pensano meno che a rendere trasparenti i loro oscuri
bilanci.
Il secondo riguarda il crescente interesse di grandi
multinazionali ad acquistare in Italia prodotti che, proprio perché realizzati
senza alcun onere di carattere fiscale e previdenziale, consentono larghi
margini di profitto.
Solo quando le riforme saranno operative, dando maggiore
flessibilità al mercato del lavoro e riducendo, in misura congrua, la pressione
fiscale, l’oceano del sommerso potrà forse e sia pure lentamente cominciare a
tracimare.
Senza vere riforme di sistema, questo paese è destinato a
non andare più da nessuna parte.
Ma occorre anche porre mano ad una più efficace, più
incisiva, più capillare e meglio programmata azione di tipo repressivo.
Anche perché davvero non esiste oggi nella Unione Europea
altro paese, ad eccezione dell'Italia, che a Rimini come a Venezia, a Roma come
a Catania, a Napoli come a Torino, consenta che, ad ogni angolo di strada,
possano essere venduti colossali partite di merce rubata o contraffatta.
E’ un fatto scandaloso a cui bisogna, in qualsiasi modo,
cercare di porre rimedio.
Il persistere di questo ampio, consolidato regime di
doppia illegalità non solo sottrae allo Stato quella quota considerevole di
risorse che sarebbero quanto mai necessarie per condurre in porto una
soddisfacente riforma fiscale, ma mette in seria difficoltà tutte le imprese
che, operando invece all’interno del mercato legale, sono costrette a
difendersi con le fionde da concorrenti che, per conquistare nuove fette di
mercato, possono usare il bazooka.
Consentitemi una provocazione: perché a questo punto,
visto come stanno le cose, non cominciano a programmare studi di settore anche
sugli abusivi e soprattutto sulle loro potenti centrali di acquisto?
E' giusto - e lo si sta facendo - aumentare la soglia di
sicurezza del cittadino e delle aree metropolitane, ma è altrettanto
indispensabile tutelare i diritti di chi fa impresa.
Diritti, lasciatemelo dire, che troppo spesso - e non si
sa proprio per quale ragione - vengono trascurati o considerati un problema
meno urgente e comunque di minore rilevanza.
Il nuovo Ragioniere generale dello Stato, Grilli,
insediatosi in queste settimane, ha detto, in un’intervista, che la principale
sfida che oggi deve affrontare la Pubblica Amministrazione è quella di
cominciare a capire il paese attraverso i numeri.
Mi sembra un saggio proposito.
Ma la vera riforma che da tempo attendiamo è un’altra, una
riforma che consenta a noi cittadini di sapere finalmente quali siano i veri
numeri, cioè i reali costi di gestione e di manutenzione di tutta la macchina
dello Stato.
Oggi questa macchina continua ad essere una scatola chiusa
che, quando viene aperta, riserva purtroppo amare sorprese.
E’ l’Istat ad informarci che, nel primo trimestre di
quest’anno, a fronte di un aumento del Pil del solo 0,1%, di un calo delle
importazioni del 3,2%, di un calo delle esportazioni del 4,9% e di un andamento
della spesa delle famiglie che, rispetto allo stesso trimestre dell’anno
precedente, è diminuita dello 0,2%, la spesa per il mantenimento della Pubblica
Amministrazione è aumentata dell’1,9%.
E anche qui grandina sul bagnato, perché sempre l’Istat ci
informa che, nell’arco del 2001, la spesa corrente della Pubblica
Amministrazione è aumentata del 6,6%.
Come dire che, pagando le tasse, riempiamo un recipiente
che, però, a causa dei grossi fori che ha sul fondo, continua a restare sempre
mezzo vuoto.
Non è un problema da poco perché questa eccessiva e spesso
improduttiva dispersione di denaro sottrae risorse agli investimenti, tarpa le
ali allo sviluppo della nostra economia, impedisce una drastica riduzione della
pressione fiscale.
E siccome l’argomento è importante, è meglio non restare
nel vago.
Negli ultimi vent’anni, il costo del lavoro dei dipendenti
pubblici è risultato sistematicamente più alto di quello dei dipendenti
privati.
Non solo dunque i dipendenti pubblici sono troppi e
continuano ad aumentare - un +3% nell’arco dell’ultimo anno - ma sono anche
pagati - e qualcuno dovrebbe spiegarcene il motivo - più di quelli privati.
Se nel 1980 il costo medio del dipendente pubblico era di
13 milioni di lire contro i 12 di quello privato, oggi il costo medio ha
raggiunto i 65 milioni delle vecchie lire contro i 54 del dipendente privato.
Ciò significa che gli stipendi pubblici sono aumentati, nell’arco di un ventennio, il 19% in più di quelli dei dipendenti delle imprese private.
Senza, peraltro, che questa performance di costi abbia
sostanzialmente migliorato la produttività e il grado di efficienza della
Pubblica Amministrazione.
E permettetemi di dire che non c’è un motivo plausibile
perché siano sempre e solo le imprese private e le famiglie a dover fare
sacrifici per il risanamento del nostro debito pubblico che è paurosamente
lievitato anche a causa del costo abnorme della Pubblica Amministrazione.
Il graduale scollamento della fiducia verso lo Stato ha
anche questa causale.
Parlando del rapporto tra costi e produttività del sistema
pubblico, è d’obbligo un riferimento a quel che sta accadendo per l’assistenza
sanitaria, nervo scoperto e dolorante del sistema.
Tra il 1997 e il 2001, la spesa per prestazioni sanitarie
è cresciuta, in termini reali cioè depurati dall’inflazione, del 20%: 15
miliardi di euro tondi.
Era di 52 miliardi di euro nel 1997, è salita a 67
miliardi di euro nel 2001.
L’impennata maggiore l’ha avuta la spesa farmaceutica che,
tra il 1997 e il 2001, è aumentata, sempre in termini reali, dell’84%, con una
media annua di incremento di quasi il 17%.
Si tratta di andamenti decisamente fuori controllo che, in
assenza di efficaci correttivi, potrebbero portare la spesa sanitaria a 76
miliardi di euro nel 2002, a 79 nel 2003, ad oltre 81 miliardi di euro nel
2004, cioè 160 mila miliardi delle vecchie lire, un pesantissimo fardello.
Tutto sulle nostre spalle.
Nel frattempo, nonostante questa enorme lievitazione di
costi, non si può dire che sia migliorato il livello di efficienza del sistema,
se è vero che, ad esempio, i tempi di attesa per una normale visita
specialistica sono mediamente ancora di 60-70 giorni, raggiungendo, in alcune
aree, addirittura i tre mesi.
Anche i cosiddetti episodi di malasanità continuano ad
essere tutto meno che eccezioni.
Non credo che il ripristino dei ticket e una
razionalizzazione della spesa farmaceutica siano sufficienti, da soli, a raddrizzare
lo scafo di questa barca.
Ci sono grossi problemi di carattere gestionale da
risolvere e bisogna porvi rimedio al più presto.
E poi perché far pagare così tanto al cittadino se lo
Stato non riesce ad offrire gratuitamente almeno quelli che si devono
considerare servizi essenziali di base?
L’ipotesi potrebbe essere quella di introdurre un modello
di sistema sanitario misto che rafforzi la competizione tra pubblico e privato
anche valorizzando le esperienze del cosiddetto terzo settore.
Non si tratta di rendere residuale il servizio pubblico,
ma di attivare semmai fondi sanitari integrativi che consentano al cittadino di
scegliere il servizio che più gli è congeniale senza pagarlo due volte.
Oppure altre soluzioni. Ma si trovino queste benedette soluzioni.
E' probabile che, in qualche modo, si riesca a mettere una
toppa a quei 60 miliardi di euro che costituiscono l'attuale indebitamento
accumulato dal settore sanitario.
Ma come si tapperanno gli altri buchi che certamente
verranno, se non si provvederà ad un completo riordino di tutto questo settore?
E parlare di sanità significa affrontare anche il tema del
federalismo e della devolution.
Il primo è già una realtà, la seconda è ancora tutta da
costruire.
La devolution, cioè l'attribuzione di poteri e di funzioni
alle amministrazioni locali, è certamente un passo importante.
Primo, perché consentirà al sistema economico di avere,
per risolvere i propri problemi, spesso assai diversi da territorio a
territorio, interlocutori politici ed amministrativi a contatto di gomito e
quindi più capaci di affrontarli e di risolverli.
Secondo, perché solo procedendo a volo radente è possibile
stabilire quali siano le priorità necessarie per migliorare l’efficienza e la
gestione dei servizi, per potenziare il sistema delle infrastrutture, per
eliminare quelle disfunzioni che oggi frenano lo sviluppo dell'economia e, in
particolare, quello del settore distributivo, del turismo, dei servizi alle
imprese e alle famiglie.
Ma bisogna anche dire che la via di questa riforma è
lastricata di insidie.
In teoria, essa dovrebbe essere a costo zero, nel senso
che, a fronte dei maggiori oneri che, per l’espletamento di queste funzioni, le
amministrazioni locali devono sostenere, si dovrebbero ridurre
proporzionalmente costi e spese dell’amministrazione centrale.
Ciò sembra difficile e comunque ogni valutazione è
prematura perché mancano gli strumenti operativi e normativi.
Il problema dei costi comunque ci angoscia.
Non vorremmo infatti - e, in questo senso, sono già suonati
campanelli d’allarme - e cito la kafkiana vicenda della solo parziale
abolizione della tassa sulle insegne - che, mentre si tenta di ridurre la
pressione fiscale, aumentino oltre misura imposte e tariffe locali.
Se così fosse imprese e famiglie si troverebbero nella
condizione di poter forse riempire una tasca, ma di essere costretti
contemporaneamente a svuotare l’altra.
Tutto, insomma, si risolverebbe in una improponibile
partita di giro.
So bene che le Regioni hanno la facoltà di definire il livello
e il tipo di imposizioni tariffarie e fiscali di loro competenza, ma proprio
per questo il problema non può che venire affrontato e risolto a livello
politico, perché solo da una sostanziale convergenza degli orientamenti
istituzionali può emergere un sistema fiscale che, nel suo complesso, sia
davvero meno gravoso.
Se, inoltre, vi sono Regioni che hanno raggiunto un buon
livello di efficienza, ve ne sono altre che sono ancora ben lontane da questo
traguardo.
Non vorremmo che un federalismo a "macchia di
leopardo" finisse non solo per accentuare gli scompensi ma anche per
produrre un’ulteriore frammentazione dei mercati.
Con aree proiettate verso lo sviluppo e aree destinate a
camminare più zoppe di prima.
Bisogna
creare tra pubblico e privato, tra Stato e società civile, un rapporto che
diventi cooperativo, competitivo se occorre, ma mai conflittuale.
Occorre anche lasciare più ampi spazi di manovra a quelle
Camere di Commercio che oggi stanno operando proprio per consentire che una
politica di sviluppo si realizzi attraverso la democratica partecipazione di
tutti coloro che operano nell’interesse del mercato.
Per queste ragioni, le Camere di Commercio e le autonomie
funzionali vanno inserite nel testo riformato del Titolo V della Costituzione.
L'ipotesi ventilata al vertice
di Siviglia di allentare le strette maglie del patto di stabilità potrebbe
offrire maggiori margini di manovra al governo sia per far fronte ai costi di
attuazione della riforma del mercato del lavoro sia per attuare finalmente la
riforma fiscale.
E mi lasci dire, Signor Presidente del Consiglio, che la
riforma fiscale è per noi - e quando dico noi intendo riferirmi a quel milione
e 300 mila imprese che operano nel settore del terziario di mercato - un
impegno che va onorato sino in fondo e prima che sia possibile.
Cercherò di essere ancora più chiaro: non basta
intervenire, di primo acchito, solo sui redditi più bassi che possono al
massimo muovere soltanto i cosiddetti consumi di base.
Ci vuole ben altro.
Se, infatti, non si aiuteranno tutte le famiglie italiane,
vero volano nella produzione della ricchezza di questo paese, a recuperare
quella parte di reddito che è stata pesantemente erosa dal disastroso andamento
del mercato, tra un anno rischiamo di essere punto e daccapo.
Se, inoltre, usando non solo la leva dell’Irpef ma anche
quella dell’Irap, una sciagurata tassa che ha pesato, in questi anni, come un
macigno, non si farà in modo di rimettere in carreggiata le imprese, sarà
difficile rilanciare la nostra economia e raggiungere, nel 2003, un consistente
aumento del Pil.
Torno a dire - sono mesi che la mia Confederazione lo va
ripetendo - che un intervento fiscale già nel corso di quest’anno avrebbe
consentito una ripresa dei consumi e, con essa, un aumento del Pil almeno
dell’ordine dell’1,6-1,7%, un risultato che ci avrebbe permesso di planare
verso il 2003 e non di dover scalare la ripresa come fanno gli alpinisti con
corde e moschettoni.
L’andamento delle vendite al dettaglio nello scorso mese
di aprile rafforza i segnali di stagnazione dovuti sia all’ulteriore calo, in
termini reali, dell’1,2%, dei consumi delle famiglie, sia alla conseguente
contrazione del fatturato delle imprese commerciali.
Il calo di ordinativi alla produzione, la caduta quasi
verticale nelle vendite di beni durevoli - nel mese di giugno le
immatricolazioni di nuove auto sono calate in Italia del 17% contro il 9% della
media europea - il livello di sofferenza raggiunto dal settore
dell’import-export, il mancato arrivo in Italia di investimenti e di capitali
esteri completano questo quadro e la sua troppo grigia cornice.
Si sono forse sottovalutate le conseguenze che la crisi
internazionale avrebbe prodotto sui mercati? O questa crisi è stata talmente
ingombrante da non consentire qualsiasi tipo di iniziativa?
E vengo all’altro punto dolente, quello della riforma del
mercato del lavoro.
Ha fatto bene il Governo a metterla subito sul tavolo,
perché è intervenendo anche in questo campo che si potranno risolvere, alla
radice, i problemi di competitività di cui soffre oggi tutto il nostro sistema
di imprese.
E non vi è dubbio che il modello di riforma proposto dal
Ministro del lavoro contiene, nel suo complesso, norme e correttivi che
sembrano andare nella giusta direzione.
Anche il confronto tra Governo e parti sociali, pur
proseguendo a corrente alternata, potrà forse produrre qualche buon risultato.
Restiamo però pur sempre convinti che l’avvio di questa
riforma andasse accompagnata, anzi preceduta, da misure di carattere
strutturale che consentissero di rilanciare l’occupazione e di rendere così
socialmente sostenibile l’esigenza di una maggiore flessibilità.
Occorre anche una riforma del sistema previdenziale che
abbia tre precisi obiettivi: sostenibilità finanziaria, sostenibilità sociale ed
intergenerazionale, sviluppo della seconda gamba, cioè della previdenza
integrativa, utilizzando il TFR per lo sviluppo dei fondi appartenenti alle
varie categorie.
Insieme a queste cose sono state messe nel piatto anche le
modifiche all'articolo 18 dello statuto dei lavoratori e il piatto ha finito
per rompersi.
Mettere subito sul piatto queste modifiche è stato un
errore tattico che si sarebbe potuto evitare.
Il Governo ha cercato di porvi rimedio separando la
materia dell'articolo 18 dal resto della riforma ma ciò non è stato sufficiente
a ricomporre l'avvenuta frattura del fronte sindacale.
Anche perché la CGIL ha, a nostro giudizio, ingigantito
oltre misura questo problema decidendo di versare olio sul fuoco delle
polemiche.
Ma la domanda è: era indispensabile accendere proprio ora
questo fuoco, mettere proprio ora questo problema sul piatto?
Non si poteva prima rilanciare il sistema economico e poi
affrontare un tema che, per le sue caratteristiche, era prevedibilmente
destinato ad aprire tensioni di carattere sindacale e a prestare il fianco ad
ogni genere di strumentalizzazione?
E vado anche oltre: siamo convinti che, una volta che
siano divenute davvero operative queste modifiche all’articolo 18, le imprese
al di sotto dei 15 dipendenti, nella fase di stagnazione in cui versa
attualmente la nostra economia, cominceranno subito ad assumere?
Se non lo hanno fatto fino ad ora, non è solo a causa
dell'art. 18 ma perché non è ripartito il mercato.
Intanto, a causa delle tensioni sindacali, il prossimo
autunno si prospetta più difficile del previsto.
Giusta la decisione del Governo di proseguire ad oltranza
nella trattativa per cercare comunque di condurla in porto.
Ma il problema resta pur sempre ancora quello di tentare
di allargare il più possibile, anche tra i lavoratori, l’area del consenso
perché solo così il programma delle riforme potrà avere una più rapida
attuazione e mettere, nel paese, salde radici.
E ciò non sarà realizzabile fino a quando, dentro e fuori
le fabbriche, si continuerà a discutere molto di articolo 18 e assai poco di
tutto il resto.
Compito di un Sindacato è quello, soprattutto quando sono
in gioco le riforme, di trattare e poi trattare e poi ancora trattare con il
Governo.
Non ci sono altre strade percorribili.
Anni fa, un autorevole sindacalista disse in un’assemblea
di fabbrica: “per difendere i posti di lavoro e le nostre richieste dobbiamo
spingere le lotte più che possiamo. Ma quando siamo arrivati a esprimere il
massimo di pressione è nostro dovere verificare lo stato della trattativa e
cercare l’accordo. Perché a quel punto niente potrà rafforzare le nostre
posizioni”.
Quel sindacalista era Sergio Cofferati.
Per questo credo che vada rinnovato l’appello a Cofferati
e a tutta la CGIL, perché riconsideri la propria posizione cercando di riaprire
la porta al dialogo.
Fisco, previdenza e mercato del lavoro sono indispensabili
riforme strutturali ma da sole non bastano per rilanciare il sistema economico
italiano.
Emerge innanzi tutto il problema dell’energia. L’avvio di
una sia pur parziale liberalizzazione di questo settore non risolve il tema di
fondo che resta quello delle fonti di approvvigionamento oggi fortemente,
esageratamente sbilanciate verso la combinazione gas-petrolio che, da sola,
copre circa il 70% del nostro fabbisogno.
E’ una situazione che sta diventando insostenibile.
Primo, perché il petrolio è la materia prima più
influenzata da fattori speculativi e dall’esplodere di improvvise crisi
internazionali. Secondo, perché il petrolio non è disponibile in Europa, se non
in Norvegia e nel Regno Unito, e a prezzi più che doppi rispetto, ad esempio,
al carbone.
Terzo, perché non è più sostenibile un sistema di tariffe
elettriche che, in Italia, sono mediamente superiori del 23% a quelle degli
altri paesi europei.
Con due aggravanti: primo, che vi sono imprese costrette a
pagare l'energia molto più di altre, secondo, che i vantaggi di cui possono
godere le grandi imprese ad alto consumo energetico sono pagati dal resto della
collettività e questi sono fatti aberranti.
Se, inoltre, l’Italia adottasse un mix di
approvvigionamento analogo a quello della media dei paesi europei il costo
dell’energia si ridurrebbe di almeno il 18%.
Per il resto, vale la ricetta consueta. Investimenti per
accrescere l’efficienza del parco di generazione e delle infrastrutture di
rete; liberalizzazione della domanda e dell’offerta; riduzione della pressione
fiscale sull’energia.
La legge Obiettivo può avere senza dubbio una sua
efficacia operativa soprattutto perché consente lo snellimento delle procedure
per l’avvio e la messa in opera dei cantieri. Ma non è ancora chiaro quante
risorse siano davvero disponibili per la realizzazione di questo programma e
quali siano le vere priorità.
Un fatto è certo: nel periodo 1990-1999, la rete stradale
italiana è cresciuta del solo 4,2% contro il 36,3% della Francia e il 75,9%
della Spagna che, per altro, soffriva di ritardi notevoli.
Altro tasto dolente: la rete ferroviaria è rimasta, per
lunghezza complessiva, quella che esisteva nel 1990, la metà, ad esempio,
rispetto a quella tedesca.
La concentrazione inoltre, nel corso degli ultimi 25 anni,
degli investimenti nel solo settore dell’Alta velocità e nell'allargamento
delle sedi autostradali, non ha consentito di affrontare quella serie di
problemi infrastrutturali che oggi assillano tutta l’area della mobilità
urbana.
Un esempio per tutti: negli ultimi dieci anni, l’Italia ha
costruito solo quattro chilometri e mezzo di rete metropolitana, mentre ne ha
realizzati 430 la Germania e 650 la Spagna.
Andare a Potenza in treno è un’avventura, trovare un mezzo
pubblico che, uscendo dall’aeroporto di Catania, consenta di raggiungere
velocemente Caltanissetta è un rebus, imboccare nelle ore di punta - e non solo
in quelle - il nodo stradale di Mestre vuol dire mettere in conto ore di attesa
e chilometri di coda.
Sono tutte strozzature che riducono sensibilmente i
margini di produttività della nostra economia e tutte le potenzialità offerte
dal nostro sistema turistico.
La politica infrastrutturale e quella logistica
costituiscono il nocciolo duro della società dei servizi di questo nuovo
Millennio.
E’ dunque inutile invocare liberalizzazioni tanto astratte
quanto inefficaci per il nostro sistema dei trasporti, se non si affrontano i
nodi reali dei valichi alpini, delle autostrade del mare e dell’intermodalità
rispetto all’egemonia dei corridoi est-ovest.
Ecco un bel
dossier da discutere in Europa e da far valere rispetto alla richiesta di
restituzione del bonus, che mette seriamente a rischio il futuro
dell’autotrasporto italiano.
Il problema del Mezzogiorno non
si risolve con una politica ad hoc - ne sono state programmate tante e senza
risultati visibili - ma realizzando una politica economica generale che assuma
quella che fu la questione meridionale come occasione per fare di questo paese
non un paese contenitore, ma un sistema paese.
Per far questo occorrono delle regole che ci aiutino a
costruire processi di sviluppo nei quali le pubbliche amministrazioni comincino
a svolgere un ruolo davvero cooperativo e funzionale alla crescita di sistema e
alla riemersione del lavoro nero.
E poi non regole, perché queste ci sono già, ma semmai più
drastici e più programmati interventi che servano almeno a ridurre le aree
nelle quali la criminalità continua ad esercitare un diretto e pesante
controllo sia economico che di carattere sociale.
Le imprese che questa Confederazione rappresenta non
chiedono né sussidi da parte dello Stato né l’instaurazione di nuovi e ormai
improponibili regimi di stampo protezionistico.
Qualsiasi forma di liberismo, per poter funzionare, ha
bisogno di regole.
La distribuzione commerciale si è ispirata proprio a
questi principi che realizzando una politica di riduzione dei margini, frutto
della libera concorrenza, ha prodotto vantaggi per i consumatori e ha
contribuito all'abbattimento del tasso d’inflazione.
Una politica ed un ruolo la cui più recente conferma è
costituita dall’impegno con cui le imprese del terziario di mercato hanno
affrontato la prova del passaggio dalla lira all’euro, disinnescando in larga
parte il potenziale inflattivo di questa fase di transizione.
Il turismo, il sistema dei trasporti, i servizi, la
distribuzione commerciale chiedono soltanto di potere essere finalmente messi
in condizione di usufruire, al pari di ogni altro tipo di impresa, di tutte le
opportunità che oggi vengono offerte dai processi di liberalizzazione. Con la
sola condizione che queste liberalizzazioni non siano settorialmente
asimmetriche e che le privatizzazioni coincidano con reali liberalizzazioni.
Cosa vuol dire tutto questo?
Tante cose.
Vuol dire operare in modo da evitare, ad esempio, che gli
accordi di Basilea in materia di rating sul credito riducano la competitività
del nostro sistema bancario e finanziario e portino, quindi, all'emarginazione
di larga parte delle nostre imprese.
Vuol dire costruire le basi di una democrazia di mercato
che riesca finalmente a coniugare insieme - oggi purtroppo non è così -
cultura, esigenze del territorio, legalità e diritti dell’impresa, quale che
sia la sua dimensione.
Vuol dire realizzare un sistema che, sul fronte della
formazione, dell’innovazione tecnologica e degli sbocchi occupazionali,
consenta alle nuove generazioni di guardare al futuro con maggiore ottimismo.
Vuol dire eliminare finalmente quegli scompensi e quegli
squilibri di ordine economico oltre che sociale che oggi spezzano
drammaticamente in due il nostro paese.
E' solo vincendo queste scommesse, legate a filo doppio
l'una con l'altra, che l'Italia potrà imboccare la via di un più forte
sviluppo.
E' ciò che tutti noi, oggi riuniti in quest'aula,
fortemente ci auguriamo.
Credo che l'Italia abbia oggi davvero bisogno di un Patto
per le riforme. E' però essenziale che siano chiari i contenuti di questo Patto
e ciò non sarà possibile se non verranno quantificate le risorse necessarie per
una riduzione tanto dell'IRPEF quanto dell'IRAP.
E fare chiarezza, invece, sul problema degli
ammortizzatori sociali significa due cose: non aggravare di ulteriori oneri i
contributi a carico di imprese e lavoratori; depurare i vecchi ammortizzatori
dai loro contenuti assistenziali liberando così risorse per i nuovi strumenti
contrattuali.
Sono alcune delle irrinunciabili condizioni per la nostra
adesione a questo Patto.