Tutti noi ovviamente ci auguriamo che la brusca frenata
registrata dal turismo a seguito degli attentati dell’11 settembre possa
diventare, entro breve tempo, solo un brutto e lontano ricordo. Ma, vista in
controluce e attraverso un obbiettivo quadrangolare, questa inattesa e
drammatica crisi è servita anche a rimettere a fuoco e ad evidenziare una serie
di carenze e di debolezze strutturali che questo importante settore
dell’economia italiana si porta dietro da parecchi anni e che non sono state
certo superate.
Quest’anno cioè non continueremo
solo a subire, sia pure in forma che ci auguriamo possa essere attenuata, i
rimbalzi negativi di una recessione mondiale che perdura e che produce pesanti
effetti - penso, ad esempio, al vero e proprio crollo del turismo giapponese -
in molti paesi, ma anche a dover far fronte ai non risolti problemi di tipo
strutturale, problemi che si vanno, anzi, via via trascinando ed incancrenendo
al punto da mettere in forse, a causa anche della sempre più forte concorrenza
esercitata da altri paesi, lo sviluppo di questo settore che, almeno sulla
carta, tutti continuano ad indicare, invece, come uno dei veri pilastri della
nostra economia per gli anni 2000.
La verità è che, per ora, è un
pilastro fatto solo di un impasto di argilla tanto che basterebbero forse altri
tre o quattro forti scrolloni del tipo di quello prodotto dagli attentati
dell’11 settembre per minarne seriamente la stabilità o per ridurlo - ipotesi
che definirei però sciagurata - addirittura in briciole.
Di argilla, certo, di impasto di
sola argilla per tre motivi che qui vorrei ricordare. Il primo è la grave,
perdurante e generalizzata carenza di infrastrutture che costringe l’operatore
turistico a sottodimensionare gli investimenti, a programmare a singhiozzo quel
che, invece, andrebbe programmato a lunga scadenza, ad accollarsi spesso anche
oneri e costi impropri quali quelli prodotti dai tanti disservizi e disfunzioni
di cui ancora soffre il sistema: trasporti inadeguati e sprogrammati, reti
viarie e ferroviarie insufficienti, grave inadeguatezza dei servizi alla
persona soprattutto nelle medie e grandi aree urbane. Fino a quando l’operatore
turistico dovrà caricarsi di oneri e responsabilità che, invece, dovrebbero
competere, in toto, allo Stato, il nostro turismo continuerà a procedere su
binari a scartamento ridotto e a rischiare il peggio.
Pensare che il turismo italiano
possa affrontare oggi, con carte vincenti, la sempre più forte ed agguerrita
concorrenza mondiale senza avere alle spalle uno Stato che risolva tutti i
problemi logistici che sono la conditio sine qua non per lo sviluppo di questo
settore è solo una pia illusione.
Qualcosa, con il nuovo governo, si
sta muovendo e noi gliene diamo volentieri atto, ma non ci sembra che, per
questo settore, sia stato ancora messo a punto un vero, organico piano di
intervento, un programma in cui vengano scadenzati gli investimenti per far
fronte a tutte le carenze infrastrutturali, affrontati problemi come quello, ad
esempio, dell’informatizzazione del sistema, individuata e messa a fuoco la
filiera degli interventi di promozione, interventi che oggi o sono soltanto
episodici o di comprovata inefficacia, per non parlare, infine, della necessità
di mettere a punto un piano che consenta di trasformare, in tutte le parti del
territorio, la nostra enorme ricchezza museale ed archeologica in una vera e
programmata attrattiva turistica.
E il terreno argilloso diventa
addirittura franoso quando si tocca il mezzogiorno, la cenerentola del nostro
turismo. Qui il problema ha risvolti addirittura paradossali. Mi limito a
citare il più eclatante di essi cioè la situazione in cui si trova oggi Pompei.
Nonostante che, nell’ultimo anno, gli scavi e il Santuario siano stati visitati
da 3 milioni di turisti, il degrado della città continua inesorabile: i 1200
posti letto delle attrezzature alberghiere si sono ridotti a 600 con un volume
di affari complessivo che non supera i 50 milioni di euro e sole 750 persone
occupate nel settore del turismo mentre, ad esempio, Lourdes ha 24 mila posti
letto con 12 mila occupati e un volume di affari che supera il miliardo di
euro. Ma a Pompei, cosa che certamente non è accaduta, invece, a Lourdes, il
consiglio comunale è stato sciolto nell’agosto del 2001 per infiltrazioni
camorristiche. Credo che questo episodio si possa commentare da solo e dica con
chiarezza quali tipi di intervento sono indispensabili per far uscire il
turismo del Mezzogiorno da questa non certo invidiabile situazione. E se a
Pompei, alla fine, qualcosa è cambiato, quante sono le città del Sud di sicura
attrazione turistica in cui, invece, continua a non cambiare nulla?
Il terzo motivo è forse il più
attuale e spinoso di tutti: fino a quando le imprese turistiche saranno
sottoposte ad una pressione fiscale che tra imposte dirette, indirette e tutti
gli oneri impropri a cui prima ho accennato raggiunge e spesso addirittura
supera il 50% sarà difficile, direi improbabile che questo settore possa
strutturarsi in modo da affrontare la competizione mondiale che ormai si è
aperta anche, anzi soprattutto nel settore turistico.
Nei giorni scorsi il presidente del
Consiglio, Berlusconi ha firmato con il premier britannico Blair un documento
certamente importante che, nel vertice europeo di Barcellona, sarà argomento di
discussione. Giusto e sacrosanto riferirsi ai moduli già da tempo sperimentati
e con successo in Gran Bretagna per quanto riguarda la flessibilità del mercato
del lavoro e la libera iniziativa delle imprese giudicati come corollari di un
vero sviluppo dell’economia. Ma a questo documento manca un tassello
significativo, quello della pressione fiscale che, in Gran Bretagna, è del
38,9% mentre in Italia continua a superare la soglia del 43%.
Proviamo, se proprio vogliamo agire
in parallelo, a togliere prima di tutto questi tre punti alla nostra pressione
fiscale e poi parliamo pure del resto. Seguiamo pure altri modelli, ma allora
copiamoli in tutta la loro sostanza.
Perché solo diminuendo i carichi
delle imprese, carichi eccessivi, in Italia, per tutte le ragioni che ho cercato
fin qui di esporre, la competizione potrà ripartire e trasformare il turismo in
un vero pilastro, questa volta di cemento armato, della nostra economia.
II Parte (Tavola rotonda)
Guerre a parte, terrorismo a parte,
fenomeni che, come abbiamo visto, possono avere sull’economia implicazioni
devastanti come è avvenuto dopo gli attentati dell’11 settembre, il turismo è
sicuramente una delle attività economiche dal futuro più garantito.
Negli ultimi dieci anni il suo
fatturato è aumentato in misura esponenziale, ma tutto fa ritenere, a meno che
non intervengano fatti eccezionali e per ora imprevedibili come, ad esempio,
cento 11 settembre che si riproducano a catena in tutto il globo, che siamo
all’inizio di una nuova era.
Basterà che, nei prossimi dieci o vent’anni,
100, 200, 300 milioni di cinesi decidano di prendere la valigia, per far
saltare i pennini anche delle più ottimistiche delle previsioni.
L’incognita è dove e come si
spalmerà questa nuova, colossale ricchezza, quali paesi ne potranno trarre più giovamento,
quali corsie preferenziali deciderà di percorrere il turismo di massa.
Sulla carta, ma solo sulla carta,
molti paesi appaiono avvantaggiati e fra di essi c’è certamente l’Italia, paese
che, disponendo di un’invidiabile, forse unica ricchezza di beni culturali e
paesaggistici, può offrire attrattive turistiche di primissimo piano.
Ma quanto peso potrà davvero avere,
nella pianificazione del turismo mondiale, la qualità dell’offerta? Non
prevarranno, invece, in questa pianificazione, altri criteri, altri moduli,
altri obbiettivi? E il turismo di massa, supportato da una pianificazione che
dovrà essere a basso costo ed esente da rischi di carattere economico, non
finirà per conglobare anche il turismo di qualità nella stessa corsia? O, al
contrario, si creeranno due corsie assai differenziate tra loro con la seconda
destinata solo al turismo di élite che si può permettere esborsi notevoli? E i
100, 200, 300 milioni di cinesi viaggeranno allora tutti sull’altra corsia?
Sono tutti interrogativi che ci riguardano
da vicino e ai quali dovremmo cominciare a dare risposte più convincenti di
quelle che si sono date fino ad ora.
Tre punti vanno comunque messi
subito in chiaro. Il primo è quello dell’efficienza del sistema che produrrà
l’offerta turistica. Non basterà l’appeal della qualità dell’offerta, occorrerà
che essa sia supportata da una programmazione in grado di rendere efficienti e
di pianificare al massimo tutti i servizi di sostegno. Chi non programmerà
questi servizi rischia di restare fuori da qualsiasi giro.
Secondo punto. Non avrà futuro chi
non provvederà all’informatizzazione di tutta l’offerta turistica. Noi, da
questo punto di vista, siamo quasi a zero. Perciò o ci muoviamo in fretta in
questa direzione o anche il turismo di qualità rischia di essere convogliato
altrove. La mancanza, ad esempio, di qualsiasi informatizzazione del sistema
nel nostro Mezzogiorno unita ad una grave carenza di infrastrutture di base ha
fatto sì che la maggior parte dei tour operators abbia, di fatto, “cancellato” quest’area
dai loro itinerari.
Terzo, occorre che ogni tipo di
attività turistica sia supportata da programmi promozionali e da investimenti
che non possono che essere di competenza dello Stato. Il decollo del turismo
spagnolo è stato possibile perché Stato e impresa hanno saputo lavorare in
perfetta simbiosi. Altrettanto fa il governo francese . Non posso dire ancora
altrettanto, anche se alcuni passi avanti in questa direzione sono stati fatti,
del governo italiano.