Perché si possa
percorrere – e a passo sostenuto- la via dello sviluppo e si possa raggiungere il traguardo, da noi tutti
auspicato, di una maggiore, più estesa e più strutturata competitività di tutto
il nostro sistema economico occorre oggi mettere mano e quindi tentare di risolvere un’equazione complessa, a più
incognite.
Tentare, invece, di aggirare
questo problema, come per molti anni purtroppo si è fatto, o di risolverlo
adottando solo palliativi, significa fare solo una politica del gambero, un passo
avanti e due indietro, che non risolve nulla, anzi, rischia di accrescere le
difficoltà delle Istituzioni centrali e locali ,ma anche di tutti coloro che,
operando nel mercato, cercano di produrre maggiore ricchezza e di migliorare il
nostro assetto economico.
Vediamo allora
di metterle bene a fuoco queste incognite da risolvere per poter imboccare la
via di uno sviluppo virtuoso della nostra economia.
La prima
riguarda i rapporti tra amministrazione centrale ed enti locali. In attesa che
la riforma federalista trovi la sua identità e realizzi i suoi obbiettivi,
l’operatore economico è quotidianamente immerso in un calderone di leggi,
poteri, obblighi, normative e soprattutto oneri che, affastellandosi tra loro in modo troppo spesso incongruo e
disordinato, gli tarpano le ali , creano in lui una profonda e crescente
disaffezione verso il sistema , gli tolgono la voglia di investire e di
pianificare programmi di sviluppo.
Per spiegarmi
meglio, andrò sul pratico: da un lato, la pressione fiscale esercitata dallo
Stato centrale sulle imprese continua ad essere la più alta d’Europa( 40,25%
contro la media Ocse del 31,4%), dall’altro, crescono a vista d’occhio- si sono
triplicate in pochi anni passando dal 2,2 al 6%, anche le imposte locali.
E siccome tra
le due strutture impositive non c’è alcun raccordo, entrambe operano cercando
di portare acqua al proprio mulino: lo Stato, schiacciato da un gigantesco
debito pubblico e da spese di esercizio della Pubblica Amministrazione che,
nonostante tutto, come ha notato pochi giorni fa la Banca d’Italia, stanno
ancora lievitando, persevera nel suo metodico drenaggio, gli enti locali,
stressati da compiti ardui come quello della diretta gestione del comparto
sanitario, drenano il più possibile da parte loro. Risultato, un doppio macigno
che soffocano l’iniziativa di impresa e tutto il mercato. Fa bene il Presidente
dell’Anci a sollecitare al ministro Tremonti un tavolo di confronto che
consenta di dirimere un problema che, se non affrontato in tempo, potrà avere
sull’economia effetti devastanti.
Perché delle
due l’una: o lo Stato si decide finalmente ad operare congrui tagli di spesa e
a trasferire agli enti locali tutte le risorse necessarie per far fronte alle
loro nuove e importanti incombenze o il sistema rischia davvero
l’avvitamento.
Ma allora- e
vengo alla seconda incognita- tutte le responsabilità di questa situazione sono
solo dello Stato? Non è vero nemmeno questo. Anche gli enti locali, infatti,
devono al più presto affrontare il problema di una loro, non più eludibile
riforma che consenta, da un lato,
una maggiore ottimizzazione nell’uso delle risorse e , dall’altro, una
revisione, anche profonda, del loro apparato amministrativo ancora troppo
ancorato agli schemi di quel vecchio burocratismo duro a morire e che tanti
danni ha prodotto in questi anni. Ovviamente il discorso non vale per tutte le
amministrazioni locali perché ve ne sono tante che hanno fatto considerevoli
avanti nella giusta direzione. Il problema però è quello di riuscire ad avere
per tutte le amministrazioni locali quel minimo comune denominatore di
efficienza che oggi
obbiettivamente ancora non c’è.
La verità è che o la riforma federalista riuscirà ad implantare un nuovo tipo di gestione amministrativa che tenga maggiormente conto delle peculiari esigenze del sistema economico o il rischio- ed è proprio da evitare- è quello di trasferire sul territorio modelli, culture, tipi di approccio che fino ad oggi hanno fatto solo danni.
Ma anche questo
intento riformistico rischia di approdare a sterili risultati se non si
chiarirà una buona volta quale rapporto debba esistere tra la fiscalità statale
e quella decentrata, locale.
Con un’altra
incognita altrettanto pressante: per far sì che il trasferimento di poteri sul
territorio porti ad uno sviluppo , organico e programmato, di tutto il sistema
economico, occorre che le amministrazioni locali , ai vari livelli, inter
agiscano maggiormente con le strutture produttive che operano sul territorio in
modo da realizzare una programmazione che, proprio perché sostanzialmente
condivisa, possa puntare ad una razionalizzazione nell’uso delle risorse e
quindi ad uno sviluppo ordinato, organico di tutto il sistema.
E tre settori,
quelli indicati come tema di questo convegno cioè commercio, turismo e ambiente
, devono avere una parte importante in quella forma di costruttivo dialogo di
largo respiro che dovrebbe diventare proprio il principio fondante della
riforma federalista.
Si tratta di
tre settori assolutamente tra loro complementari e che quindi vanno conglobati
in un unico progetto di programmazione del territorio.
Lo sviluppo del
turismo, proprio perché rappresenta lo strumento che oggi offre le maggiori
potenzialità, è sicuramente l’obbiettivo primario su cui puntare. Ma non ci
sarà sviluppo, non si potranno, in questa direzione, studiare e adottare
programmi anche a lungo termine , se il territorio non si doterà di quella
larga gamma di infrastrutture che, del turismo, sono il lievito e il motore.
Occorrono
quindi normative che, calandosi nelle specifiche realtà di ogni parte del
territorio, possano incentivare la domanda turistica. Oggi tali normative o non
ci sono o sono quasi del tutto inidonee allo scopo. E questo perché, per troppi
anni, lo Stato ha ritenuto di poter pilotare lo sviluppo turistico solo dalla
stanza dei bottoni di qualche ministero non delegando funzioni e poteri che,
per essere efficaci e assolvere al
loro compito, avrebbero dovuto essere, invece, delegati alle istituzioni
locali. Si sono fatte decine di leggi quadro che sono rimaste labili e
insignificanti cornici. Francia e Spagna hanno agito diversamente e non è certo
un caso che la prima abbia oggi il record delle presenze turistiche e la
seconda abbia messo a segno una performance di sviluppo che sicuramente le
invidiamo.
Non può esserci
sviluppo del turismo se non si affrontano anche i problemi dell’ambiente.
Potrebbe sembrare un ovvio corollario ma non si può certo dire che, fino ad
oggi, questo corollario sia stato preso nella sua giusta considerazione. Questo
perché, in campo ambientale, si è operato con un’ottica spesso assai miope
dovuta alla mancanza di risorse ma anche- e vale la pena di sottolinearlo- ad
una cultura burocratica che , per la sua vischiosità e lentezza nelle
procedure, ha prodotto più problemi che soluzioni.
Mancanza di
risorse, non c’è dubbio, ma anche un’affastellata e spesso contraddittoria
montagna di leggi e normative che, se
ha impedito di risolvere problemi di poco conto, ne ha ingigantito ed esasperato altri come,
ad esempio, quelli dell’abusivismo edilizio, del mancato controllo delle aree
boschive , del corso di fiumi e torrenti, della creazione di
infrastrutture-reti viarie, aeroporti, collegamenti ferroviari, basi logistiche
di raccordo- oggi indispensabili ad uno sviluppo del flusso turistico.
Una montagna di
leggi, fiscali e non, che spesso hanno avuto l’effetto di fortemente demotivare
le imprese che possono, in varia misura, concorrere allo sviluppo turistico.
Giusto
salvaguardare l’ambiente ma che cosa è accaduto fino ad oggi? E’ accaduto che,
mentre, da un lato, lo Stato ha assolto, in modo solo assai approssimativo, i
suoi doveri di salvaguardia dell’ambiente, dall’altro, ha dato corso ad un
sistema di leggi che hanno portato alla creazione di una vera e propria
“burocrazia ambientale” che impone alle imprese pesanti oneri. Insomma lo
Stato, invece di intervenire per risolvere i problemi ambientali, li ha
scaricati, in buona parte, sull’impresa e sul contribuente. Questa “burocrazia
ambientale”, non saprei come chiamarla in altro modo, costa ad un’impresa circa
34 milioni di lire l’anno, il 4,5% del costo del lavoro, il 50% del totali dei
costi variabili di un’impresa. Un peso eccessivo e che impone pesanti
incombenze perché bisogna adempiere non solo a norme farraginose, stratificate,
spesso inutili ma che fanno capo a Istituzioni ed enti diversi. Un ginepraio.
In più il sistema dei controlli è caratterizzato da un eccesso di regolazione
delle attività private e da un accentuato formalismo giuridico per cui anche le
controversie giudiziarie , in materia ambientale, durano anni e spesso non
approdano ad alcun risultato.
Anche su questo
versante la riforma federalista deve produrre un’inversione di rotta il che
significa realizzare normative più semplici e meglio coordinate ma anche e
soprattutto fare in modo che amministrazioni e imprese lavorino insieme per la
tutela ambientale. Perché è assurdo che , dentro le mura di un’impresa, tutti
gli obblighi ambientali debbano essere assolti e poi, fuori di queste mura,
tutto continui a funzionare come prima o peggio di prima.
L’obbiettivo
deve essere quello di individuare, su ogni parte specifica del territorio, un
modello idoneo per uno sviluppo sostenibile del turismo e tutti,
l’amministrazione in primo luogo, devono concorrere a realizzare questo risultato.
Non c’è
attività economica che, più del turismo, garantisca consistenti vantaggi alle
economie locali. Il valore aggiunto che viene attivato resta, infatti, per lo
più sul territorio che lo ha generato. Si può dire che ogni 1000 lire spese in
attività turistica, almeno 800 vanno al territorio e si possono trasformare in
investimenti, occupazione, sviluppo, nuove infrastrutture.
Da questo
presupposto nasce il nostro modo di intendere il turismo: un prodotto
complesso, diversificato, di qualità in cui crescita e sviluppo non possono prescindere dall’attenzione e
dalla cura del territorio inteso come grande contenitore di valori e di
proposte, da quelli culturali, a quelli della tradizione, della sicurezza e
della logistica infrastrutturale, tutte parti di un unico puzzle.
Se sapremo
cogliere l’importanza di questo obbiettivo e sapremo anche creare gli strumenti
e favorire le opportunità che ci permettano di raggiungerlo, il nuovo millennio
riserverà al nostro paese solo positive sorprese. E quello che tutti noi ci
auguriamo.