Saltando tutti i preamboli vorrei dire
tre cose.
1- Questa legge finanziaria, non avendo
potuto far leva su una quantità sufficiente di risorse, risorse che sono venute
a mancare a causa del crollo delle entrate e dei contraccolpi di una crisi
economica, interna ed internazionale, che è andata ben oltre le previsioni, è
solo una piccola ciambella di salvataggio lanciata ad un sistema che stava
davvero rischiando di annegare. E questo è meglio di niente: almeno si
galleggia. Ma questa manovra non è certo in grado, da sola, di tirare fuori il
sistema dalle acque fredde della crisi - e purtroppo vi sono già preoccupanti
sintomi di assideramento - e di riportarlo a riva, all’asciutto. Quindi il più
resta ancora da fare. E prima lo si fa e meglio sarà per tutti.
2- E’ importante che questa manovra
abbia cercato, da un lato, di creare meccanismi di controllo della spesa
pubblica, spesa che ha ricominciato a correre a preoccupante velocità e,
dall’altro, di adottare misure che consentano finalmente di distribuire, in
modo più equo - ed era proprio ora - i carichi fiscali tra i diversi settori di
impresa perché era semplicemente assurdo tenere in vita un sistema fiscale che
riservava un trattamento di favore - e di favore è dir poco - alle grandi
imprese a danno di tutte le altre. Ma il problema ora è di vedere se, primo,
questo controllo sulla finanza pubblica, quella locale in particolare, riuscirà
davvero a dare i suoi frutti - e noi qualche dubbio ce lo abbiamo - e, secondo,
se questo lodevole intento di eliminare o almeno attenuare tutte le
sperequazioni oggi esistenti tra grandi e piccole imprese per quanto riguarda
il trattamento fiscale andranno a buon fine. Non vorremmo che questi buoni
propositi si perdessero per strada. Il rischio c’è e, per questo, staremo con
gli occhi bene aperti, pronti a metterci di traverso se, durante l’iter di
questa legge, si cercherà di cambiare le carte in tavola. Non sarebbe, del
resto, la prima volta che, per problemi del genere, si adottasse la politica
del gambero: un passo avanti e due indietro.
3- Se, fino a qualche tempo fa, era
forse legittimo prevedere che la nostra economia, dopo aver toccato il fondo,
anzi il sottofondo, nel 2002, potesse svoltare subito, come d’incanto, nel
2003, ora questa previsione resta assai dubbia, da valutare con largo beneficio
d’inventario. Perché se, come è ormai più che probabile, il 2002 si chiuderà
con una crescita del Pil che rischia di essere addirittura al di sotto dello
0,6% - stando alle nostre previsioni, non si andrà oltre lo 0,4% - non si vede
proprio come, nel 2003, il sistema potrà ripartire a razzo maturando una
crescita di almeno il 2,3%, cioè un’impennata verticale, un vero e proprio
salto con l’asta. Meglio allora non creare - nel 2002 è stato purtroppo così ed
è questa una grave responsabilità del governo - altri panieri di illusioni e,
invece, darci subito da fare per mettere in piedi altre misure - quelle della
finanziaria sicuramente non bastano - che possano consentire al sistema almeno
di riprendere, sia pure a velocità ridotta, la navigazione. Si tratta insomma
di giocare d’anticipo e di cercare di metterci, in qualche modo, al riparo dai
rischi che un prolungamento, anzi un inasprimento dei fattori di crisi - guerra
in Iraq ma non solo, mancato rilancio dell’economia americana ma non solo,
rischio di ulteriore avvitamento di quella europea ma non solo - potrebbe
provocare.
Nella tabella che vi abbiamo oggi
consegnato troverete le nostre previsioni che sono assai più caute, per il
2003, di quelle inserite dal governo nel Dpef: +1,8 di Pil , invece del 2,3
previsto dal governo, +1,6 di consumi delle famiglie contro il 2,5 del governo,
+0,7 di spesa corrente contro il +0,5. Previsioni sballate le nostre? Non lo
furono quelle per il 2002 – avevamo previsto un +0,6 di Pil quando il governo e
la Banca d’Italia ancora davano per sicuro un 2,3 - e non vediamo perché
dovrebbero esserle per il 2003.
Noi riteniamo che, per evitare un
peggioramento che andrebbe a sommarsi ai disastrosi risultati conseguiti
quest’anno, tre dovrebbero essere le vere priorità:
1-
misure, in primo
luogo, che consentano un reale, sostanzioso, equilibrato rilancio dei consumi.
La riduzione delle aliquote Irpef per le famiglie meno abbienti qualche effetto
lo potrà produrre ma entro margini assai limitati. Primo, perché queste
famiglie, vivendo già sulla soglia della sopravvivenza, difficilmente potranno
aumentare il loro livello di consumo anche perché i pochi soldi che si
metteranno in tasca serviranno - e non si sa, in molti casi, se basteranno - ad
assorbire tutti gli aumenti che, sul versante delle tariffe e dei servizi, sono
maturati nel corso di quest’ultimo anno. Potranno , insomma, bere qualche caffè
in più ma non certo acquistare beni durevoli, il settore oggi maggiormente in
crisi. E davvero qualcuno pensa che così possa ripartire il sistema e si
possano riportare consumi e produzione di ricchezza a livelli accettabili?
Secondo, perché non sono state, invece, nemmeno sfiorate dalla riforma quelle
famiglie che, collocate nella fascia di reddito che va dai 25 mila ai 40 mila
euro e che produce oggi circa il 70% dei consumi di questo paese. Quindi, su
questo versante, bisogna fare qualcosa di serio e che consenta di ottenere
risultati anche nel breve periodo.
Una soluzione è urgente ma scavalcare gli innumerevoli
ceppi frapposti dalla nostra burocrazia ma anche dalle strutture del credito
non sembra cosa facile. Comunque noi diciamo subito che anche questa misura non
può considerarsi sufficiente: occorre, entro il 2003, affrontare il cuore della
riforma fiscale, quella che riguarda le famiglie di medio reddito, fissando
almeno scadenze certe ed indifferibili, scadenze che oggi, invece, appaiono
assai incerte e nebulose. Solo così si potranno ripristinare quel clima di
fiducia e quelle aspettative che oggi sembrano essersi perse per strada. Poi
agendo, in ogni modo possibile, anche sul fronte delle imposte indirette e,
infine, ponendo finalmente un freno, un freno che però sia di carattere
strutturale, alla corsa verso gli aumenti di tutto il comparto della finanza locale.
Il temporaneo blocco dell’addizionale Irpef è qualcosa, ma non risolve certo il
problema che abbiamo di fronte e che, alla distanza, potrà avere effetti ancora
più perversi.
2-
E, difatti, proprio
questa è la seconda, ormai inderogabile priorità a cui bisogna far fronte.
Giusto bloccare l’addizionale Irpef - anche se lo si sarebbe dovuto fare molti
mesi fa e non si comprende proprio perché non lo si sia fatto - ma c’è il più
che fondato rischio che Regioni e Comuni, per fare comunque in qualche modo cassa,
tentino di aggirare questo ostacolo attuando aumenti a raffica su altri
versanti non toccati, anche perché non di sua competenza, dalla legge
finanziaria: Ici, costi dei servizi di pubblica utilità, imposte sulla nettezza
urbana, ulteriori ticket sanitari, imposte sull’occupazione del suolo pubblico,
ecc. E se tutto si risolvesse in un tortuoso giro di conto gli effetti del
blocco di questa addizionale sarebbero esigui, quasi inesistenti. Con imprese e
famiglie costrette a sopportare oneri ancora maggiori di quelli attuali. La
verità è che questa riforma federalista, per come è stata impostata e per come
si sta evolvendo, continua a far acqua da troppe parti. Questo perché non sono
stati individuati né i meccanismi né le risorse che consentano l’attuazione di
un vero federalismo fiscale. Con due conseguenze che oggi si toccano con mano:
un aumento generalizzato degli oneri perché quelli imposti dallo Stato si vanno
sommando a quelli delle Regioni e degli altri enti locali; la creazione di un
sistema che rischia di spaccare il paese in due tronconi con Regioni dei ricchi
e Regioni dei poveri e più tasse per tutti perché se, come sembra, almeno nove
Regioni oggi sono sull’orlo della bancarotta, qualcuno dovrà pur pagare i loro
buchi di bilancio. E chi se non il contribuente e il sistema produttivo?
3-
Non ci saranno mai
soldi sufficienti per attuare le riforme di sistema fino a quando
l’amministrazione pubblica non verrà rivoltata come un guanto e cioè costretta
a ridurre sostanzialmente le sue spese di gestione corrente. La finanziaria
prevede, per il ministeri, un taglio del 10% delle spese. Ottima cosa ma,
intanto, ci si poteva pensare prima, già alla fine dell’anno scorso, visto i
dati disastrosi che, sotto questo profilo, arrivavano alla tesoreria. E poi siamo
sicuri che, nel tagliare queste spese, si taglieranno davvero quelle
improduttive o c’è il rischio che a rimetterci, volendo ogni ministero
conservare il proprio “status” (poteri di intervento, numero di impiegati e
scrivanie) siano proprio quelle spese oggi destinate alla produzione di servizi
per le imprese e le famiglie? La verità è che la struttura amministrativa
centrale, al di là dei grandi pronunciamenti che sono stati fin qui fatti,
tende ancora a mantenere inalterato il suo potere, oggi in concorrenza,
talvolta addirittura in conflitto, con quello delle amministrazioni locali.
Così corrono le spese e le casse si svuotano per pagare gli stipendi con il
risultato che non ci sono fondi sufficienti per avviare quegli investimenti,
nel settore soprattutto delle infrastrutture, che avrebbero dovuti essere
un’assoluta priorità.
Provo a tirare qualche conclusione.
La prima è che, non avendo rimosso
questa situazione e le principali cause che la determinano, sicuramente
aggravate anche dalle conseguenze della persistente crisi economica, le riforme
sono ancora quasi tutte al palo:
1-
Per il recupero del
Mezzogiorno ci sono meno soldi di prima, cosa che rende ancor più difficile,
addirittura improbabile, nel breve periodo, ogni seria possibilità di rilancio
economico.
2-
Settori chiave come
quelli della scuola e della sanità rischiano di non avere fondi sufficienti per
realizzare sostanziali riforme, quelle che avrebbero dovuto rendere più
efficienti le strutture abbassando i costi dei servizi.
3-
Ci si avvia ad una
stagione di rinnovo dei contratti che, proprio per i margini assai ristretti di
spesa entro cui si possono muovere oggi sia lo Stato sia il sistema delle
imprese, rischia di accrescere le tensioni sociali e quindi di limitare
ulteriormente le possibilità di ripresa del sistema. E ancora - perché slittato
per fortuna a gennaio - non è ancora entrata in ballo la modifica dell’articolo
18, un altro detonatore che resta innescato e che potrà produrre ulteriori
tensioni.