Il nostro paese si accinge a scalare, anzi, direi, ha già cominciato a scalare una piramide che, se, da un lato, comporta una serie di problemi, dall’altro, offre certamente al nostro sistema una serie di grandi e, in parte, inedite opportunità.
Ed è ormai chiaro a tutti che, se non si avvieranno
a soluzione questi problemi, c’è il rischio, il più che fondato rischio, di non
poter cogliere e mettere a frutto queste opportunità.
I problemi sono quelli della riforma del nostro
sistema, le opportunità, in vetta a questa piramide, sono quelle offerte dalla
Costituzione europea e da tutto ciò che essa, in positivo, potrà produrre nel
più breve tempo possibile.
Nessuno di noi può legittimamente pensare alla
possibilità che questa piramide si capovolga e che sia la nuova, grande Europa
che si va prefigurando a risolvere anche i problemi di cui soffre oggi il
nostro sistema-paese. Magari così fosse, ma credo che sia soltanto una pia
illusione.
Certo, una Costituzione europea e la conseguente
creazione di strutture che siano finalmente in grado di fissare e poi
programmare e, successivamente, anche gestire regole e obiettivi di sviluppo -
che, sotto il profilo politico, economico e sociale, siano validi per tutti i
paesi dell’Europa - è un fatto estremamente positivo che nessuno di noi
sottovaluta.
Ma per poter camminare, anzi poter correre con le
proprie gambe in questo nuovo contesto cogliendone tutte le opportunità il
nostro paese deve riuscire, e nel più breve tempo possibile, a realizzare
riforme che, da un lato, aumentino il tasso di competitività del suo sistema
economico e, dall’altro, consentano alle imprese di operare in un mercato i cui
caratteri distintivi siano finalmente quelli di una maggiore trasparenza e di
una maggiore e più sostanziale tutela della libera concorrenza e dei diritti
del singolo cittadino. Il che significa affrontare e risolvere, in un unico
contesto, problemi di carattere economico e di carattere sociale perché senza
risolvere gli uni sarà difficile che si possano risolvere anche gli altri.
Da questo punto di vista, il nostro paese oggi si
trova a metà del guado: ha lasciato la vecchia sponda, fatica però assai a
raggiungere la nuova. Per nostra fortuna è la stessa Europa a precluderci oggi
la possibilità di tornare indietro.
Ecco dunque, detto in soldoni, tutto il nostro
problema: entrare in questa nuova, inedita, promettente architettura europea ci
dà enormi possibilità, ma per poterle cogliere dobbiamo realizzare prodotti più
competitivi e a minor costo. Possiamo diventare uno dei paesi leader della
grande Europa, ma, per diventarlo, dobbiamo risolvere prima di tutto problemi
che si chiamano riforma del mercato del lavoro, reale rilancio dell’attività di
ricerca e di formazione a tutti i livelli, sostanziale revisione di un sistema
fiscale, oggi non solo oppressivo ma anche profondamente sperequativo nei
confronti della piccola e media impresa, più decisa ed incisiva lotta
all’evasione fiscale, quella galassia del sommerso che sottrae oggi enormi
risorse anche allo Stato, riforma federalista che potrà essere produttiva di
risultati se anche, anzi direi soprattutto riuscirà ad abbassare - ed in misura
congrua - quelli che sono oggi gli insopportabili costi di gestione dell’intera
macchina pubblica. Se, invece, li aumentasse… beh non ci voglio nemmeno
pensare.
Ed, infine, ultimo ma anche primo problema, le
infrastrutture. Perché sarebbe paradossale - e mi auguro che questo rischio sia
attentamente valutato dai nostri organi di governo - che il nostro paese
riuscisse a realizzare prodotti di nuovo competitivi e su tutte le filiere - e
tutti ci auguriamo che questo miracolo si realizzi - e poi non riuscisse a
portarli a destinazione a costi compatibili perché le grandi vie di scorrimento
verso l’Est europeo - la cui grande area sicuramente, nei prossimi anni,
rappresenterà un enorme bacino di mercato e di consumi - si trovano solo al di
là delle nostre Alpi.
Dopo questa lunga ma più che necessaria
digressione, se vogliamo accostarci al nuovo progetto europeo tenendo i piedi
saldamente per terra, affronto, per grandi linee, i problemi trattati in questo
documento elaborato ed insieme sottoscritto da Confagricoltura e da
Confcommercio.
Non vi è dubbio che si sta costruendo qualcosa di
importante e di assai innovativo. Mi permetto solo di fare un’annotazione: se
questa attività costituente fosse partita con maggiore anticipo, assai prima,
ad esempio, che i fatti dell’11 settembre 2001 sconvolgessero l’economia del
mondo, forse, e sottolineo forse, le strutture dell’Ue sarebbero state in
grado, disponendo di ben altri strumenti operativi, di fronteggiare o comunque
di attutire le conseguenze di una crisi che ha rallentato, direi anzi
sostanzialmente bloccato, il processo di sviluppo dei paesi europei.
Ma guardare indietro oggi non serve: guardiamo pure
avanti. Io credo che la struttura politica che nascerà dal nuovo modello di
costituzione europea potrà essere importante se ottempererà ad almeno tre
esigenze di fondo.
1-
La prima è quella di
un, sia pur graduale, processo di omogeneizzazione, verso l’alto e non certo
verso il basso, degli strumenti operativi che devono, da un lato, servire a
rafforzare la tutela del libero mercato e, dall’altro, diventare le principali
leve per una seria, coordinata programmazione dello sviluppo di tutta l’area
dell’Ue. E, parlando delle esigenze da affrontare con questi ormai
indispensabili strumenti operativi di conio europeo, ce ne è una che mi sembra
sovrasti tutte le altre: quella energetica. Da recenti studi ,che ritengo
attendibili, risulterebbe che circa il 70% delle riserve di greggio fino ad ora
individuate si trovino nell’Arabia Saudita e in altri paesi di quello
scacchiere. Entro il 2016 le riserve, invece, del mondo occidentale
scenderebbero fino al livello di guardia. Il che comporterebbe, come è facile
prevedere, ineluttabili conseguenze anche sul fronte dei prezzi. Terzo
elemento: se sono affidabili le proiezioni che oggi si assegnano allo sviluppo
economico della Cina e dei paesi di quell’area, almeno un quinto dell’intera
produzione di greggio verrà assorbita da questa fetta di mercato mentre gli
Stati Uniti aumenteranno i loro bisogni energetici di almeno il 15% dando fondo
alle loro già per altro esigue riserve. Quindi, per l’Europa ed anche per la
grande Europa, area che, nel suo complesso, non dispone, se non in minima
misura, di risorse di questo genere, si pone un problema che non credo vada in
alcun modo sottovalutato. Perché, da un lato, sarà difficile che essa potrà
ridurre, soprattutto con l’area dell’Est europeo, oggi certamente destinata
allo sviluppo economico, i suoi bisogni energetici, dall’altro, non esistono
piani che consentano la produzione, anche nel medio periodo, di energie
alternative - centrali atomiche, idrogeno, ecc. - che abbiano la valenza e la
portata sufficienti per sopperire a questa carenza. L’economia vive di petrolio
e tutto lascia pensare che questo tipo di prodotto diverrà sempre più prezioso
e più caro. O non vogliamo parlare di questo problema? O vogliamo far finta che
questa spada di Damocle non penda oggi sulle nostre teste? Ritengo quindi che
questo, e non altri, dovrebbe essere il primo problema da discutere e da
affrontare nella costituenda, grande, nuova Europa.
2-
E vengo alla seconda
esigenza che ci tocca anch’essa, come l’altra, forse addirittura più
dell’altra, da vicino. E’ vero, è indispensabile che noi procediamo e in fretta
nella nostra politica di riforme di sistema, ma è altrettanto vero e
indispensabile evitare un altro rischio che è nell’aria e che mi sembra più che
palpabile. Intendo parlare del rischio che il processo di grande allargamento
dell’Unione ai paesi dell’Est europeo marginalizzi, metta nell’angolo, tolga
energie e risorse a quella politica euromediterranea che, invece, rappresenta
un’esigenza vitale per il nostro processo di sviluppo. Di fronte, ad esempio,
ai problemi della Romania, una delle new entry in Europa, quelli del nostro
Mezzogiorno potrebbero addirittura apparire, agli occhi di qualcuno, meno
critici, meno assillanti, insomma meno urgenti. E, dietro la Romania, all’Est,
c’è la fila. Per noi, invece, una politica propulsiva per lo sviluppo
dell’Europa mediterranea è essenziale e di tale urgenza da non ammettere
ritardi.
3-
La terza esigenza ci
riguarda ancor più da vicino ed è quella – bene evidenziata nel documento che
oggi presentiamo - di una politica europea che incorpori, assimili, faccia
proprie anche le incombenti necessità di settori, come quello agroalimentare e
quello delle piccole e medie imprese, che oggi rappresentano la parte più viva,
direi peculiare, del nostro sistema economico. Parlo della necessità che la
politica europea individui strumenti efficaci per la valorizzazione e la tutela
anche di questi settori. Strumenti che devono agire contemporaneamente su più
versanti: dalla liberalizzazione del mercato energetico, all’efficienza dei
servizi finanziari, ad un rafforzamento della tutela del libero mercato, alla
formazione, agli incentivi necessari per la costruzione di reti che consentano
una razionalizzazione degli impianti e degli strumenti di distribuzione, alla
creazione di infrastrutture – problema da me prima citato - che consentano
all’autotrasporto delle merci di raggiungere tutti i mercati con costi che
siano compatibili con il sistema.
La Costituzione europea e la nuova governance delle
istituzioni comunitarie devono far propri, nella prospettiva dell’Europa
allargata, il principio di sussidiarietà il che implica, per un verso,
strumenti decisionali efficaci (ad esempio, decisioni che, in seno al consiglio
europeo, possano essere prese a maggioranza qualificata) ma anche, per altro
verso, il rafforzamento dei processi di partecipazione attraverso il Parlamento
europeo nonché la possibilità preventiva, per governi e Parlamenti nazionali,
di intervenire per rendere davvero efficace il principio della sussidiarietà. E
il rispetto del principio della sussidiarietà significa anche altre cose. La
necessità, in primo luogo, di modificare il rapporto tra pubblico e privato nel
senso che, se vi sono le condizioni, le esigenze di quest’ultimo, del privato,
devono poter prevalere. E ancora significa fare in modo che il momento
decisionale, sia pure all’interno di una programmazione che sia di ampi
confini, sia il più possibile ancorato alle esigenze del territorio e delle
imprese che, in esso, operano.
Una sussidiarietà, quindi, non astrattamente
enunciata per materie e a compartimenti stagni, ma dinamicamente concepita per
funzioni, esigenze ed obiettivi.
Sussidiarietà da sancire anche nel rapporto tra
pubblico e privato, da cui discende la necessità di una nuova architettura del dialogo
sociale e del confronto che sia più attento e più aderente al ruolo che oggi
viene svolto dalle piccole e medie imprese e da tutta l’economia del terziario
di mercato.
Sono tutti problemi questi che vanno posti oggi,
mentre si lavora alla fase costituente della nuova Europa, e non a posteriori.
Ed è questo il compito e l’impegno che il nostro
governo è chiamato ad assolvere.
Perché la costituenda nuova Europa diventi anche la
nostra Europa, una Europa che miri alto, abbia grandi orizzonti ma, al tempo
stesso, salvaguardi anche le esigenze peculiari del nostro sistema economico.
Se no, costruiremo un’Europa di grande respiro, di grande effetto ma che poi,
andando al concreto, non produrrà per noi sufficienti benefici. E questo è un
rischio che bisogna, credo, evitare. Ad ogni costo.