Questo rapporto di Nomisma sulla
positiva evoluzione del credito al consumo mi sembra importante per vari
motivi. Primo perché dimostra come anche le nostre strutture di mercato si
stiano attivando per realizzare una politica del credito che possa maggiormente
soddisfare le nuove e più pressanti esigenze di consumo delle famiglie. Fino a
qualche tempo fa, rispetto ai modelli di credito al consumo praticati da altri
mercati come, ad esempio, quello degli Stati Uniti e di molti paesi europei,
eravamo ancora in una situazione da alto medioevo e averne preso finalmente
coscienza non può che farci piacere. Secondo, perché il riposizionamento e il
rafforzamento di buona parte del nostro sistema distributivo hanno sicuramente,
anche da questo punto di vista, prodotto e continuano a produrre risultati
tangibili.
Devo anche dire però che si
sarebbero potuti raggiungere risultati di maggiore spessore e latitudine se,
parallelamente alla crescita del mercato e alla continua e pressante
lievitazione delle sue esigenze - fra le quali certamente vi era quella di una
nuova e diversa politica del credito al consumo - fosse, nel frattempo,
cambiata e nella giusta direzione anche la politica del credito nei confronti
delle piccole e medie imprese. Ciò, invece, non è avvenuto se non in minima
parte e questa carenza, certamente di carattere strutturale, ha fatto
sicuramente da freno allo sviluppo e alla modernizzazione dell’intero nostro
sistema economico. Una diversa politica del credito nei confronti delle Pmi
avrebbe consentito a questo settore di imprese, asse portante della nostra
economia, di liberare maggiori energie, di attuare una più efficace politica di
investimenti e quindi anche di realizzare, nei confronti dei consumatori, una
diversa e più efficace politica come è appunto quella della rateizzazione di
tutti o di gran parte dei beni durevoli offerti dal mercati.
Invece per anni, anzi per decenni, le imprese che potevano permettersi
forme efficaci di credito al consumo sono state le grandi aziende
automobilistiche e poche altre, aziende che, a differenza delle piccole e
medie, potevano contare sul forte, costante, largo, fin troppo, supporto del
credito bancario.
Ora sta cambiando qualcosa? Pare di sì anche perché, per come stanno
andando le cose nella nostra economia, mi sembra che quel genere di imprese non
abbiano più, nella produzione di ricchezza di questo paese, quel ruolo e quel
peso che, invece, era loro riconosciuto ed assegnato fino agli anni novanta.
Negli Stati Uniti la politica del credito al consumo è da tempo vangelo
per l’economia. Non c’è prodotto, infatti, che non possa venire acquistato a
rate e a condizioni di massimo favore. Ma alle spalle delle imprese americane,
dalle più grandi fino alla più piccola struttura di distribuzione, opera un
sistema del credito pronto a sostenere qualsiasi tipo di iniziativa, qualsiasi
progetto che possa ovviamente avere ragionevoli basi di fattibilità e di
realizzabilità.
Da noi questo non è mai accaduto e continua, in gran
parte, a non accadere: chiedete ad una piccola impresa commerciale quali
inauditi e talvolta vani sforzi debba oggi sostenere per aprire una linea di
credito presso le banche e avrete una chiara e documentata risposta.
Se c’era una fase della nostra economia che avrebbe dovuto
rilanciare, a dosi massicce, il credito al consumo, questa era senz’altro
quella che prese forma, nel nostro mercato come in altri, con lo sconquasso che
è seguito agli attentati alle Torri gemelle.
Il vero e proprio crollo dei risparmi delle famiglie
provocato dalla negativa turbolenza dei mercati finanziari, la caduta
altrettanto rovinosa delle esportazioni, la graduale ma sempre crescente
erosione del potere di acquisto delle famiglie determinata dalla coincidenza e
dall’assemblaggio di molti e diversi fattori di tipo economico avrebbero dovuto
essere affrontati con misure e terapie d’emergenza rivolte ad almeno frenare la
rovinosa caduta dei consumi di beni durevoli.
Non si è fatto, invece, nulla e per più di due anni le
famiglie, falcidiate nei risparmi e schiacciate dal sempre maggior costo dei
servizi, hanno cominciato a chiudere i boccaporti consumando solo quel che era
loro necessario, in campo alimentare, per la sopravvivenza.
Sarebbe stato, invece, il momento per intervenire con
strumenti che incentivassero al massimo il credito al consumo ricorrendo anche
a provvedimenti straordinari come, ad esempio, la detassazione delle spese per
interessi sugli acquisti di beni durevoli.
Tutte cose da noi ripetutamente chieste, tutte cose messe
allo studio più volte dal governo, ma poi mai realizzate.
E così i magazzini delle imprese hanno cominciato a
riempirsi di merce invenduta.
E ancora oggi ci chiediamo perché certe soluzioni pur
messe allo studio dal governo sono rimaste allo stadio di progetto.
Il mercato avrebbe dovuto fare tutto da solo? Ma, mi
chiedo, con quali mezzi, con quali sostegni da parte del mondo del credito, con
quali agevolazioni avrebbe potuto da solo contrastare questa crisi?
Quando si farà la vera storia di questi anni di crisi,
saranno in molti, credo, a dover fare un esame di coscienza per quel che si
poteva fare e, invece, non è stato fatto.
Ma, guardando avanti anziché indietro, credo che, proprio
sfruttando i primi sia pur labili segnali di ripresa dell’economia che si
cominciano qua e là ad avvertire, si dovrebbe lavorare almeno su due obiettivi.
Il primo è quello di operare per ridare al consumatore un po’ di fiducia sulle
possibilità di ripresa e poi di sviluppo del mercato. In questi giorni, in sede
politica, si parla di tutto, ma non di questo vitale problema e credo che
questo comportamento sia un grave errore. Prima si cercherà di porvi rimedio e
meglio sarà per tutti. Il secondo è quello di sederci tutti intorno ad un
tavolo - governo, imprese, sindacati ma anche responsabili del credito e delle
strutture finanziarie - e vedere che cosa, in concreto, si può fare per
rilanciare, da una parte, gli investimenti e, dall’altra, i consumi. E perché
questa politica possa avere successo è indispensabile una politica del credito
più aperta e flessibile nei confronti delle piccole e medie imprese e poi
anche, in parallelo, sull’altro versante, un rilancio, a dosi massicce, del
credito al consumo.
L’economia, per quanto riguarda i consumi, non si può più
permettere un 2004 che consegua risultati simili a quelli dell’anno che ora si
sta concludendo.
Se così fosse, la nostra economia, invece di godere dei
benefici di una possibile ripresa, si avvierebbe verso il collasso.
Un’ultima riflessione, sulla privacy, cioè sull’indice di
riservatezza di tutte le informazioni che, in caso di accensione di crediti
anche al consumo, confluiscono nelle banche dati.
La mia opinioni è che ormai questa privacy, nonostante
esistano precise normative in materia, sia ormai per tutti, per le imprese come
per le famiglie, solo una pia illusione e credo che Rodotà abbia oggi piena
coscienza di una realtà che, da questo punto di vista, sta diventando ormai
irreversibile. Non c’è, del resto, scheda telefonica di cellulare che non
finisca in una memoria che le strutture si guardano bene dal distruggere. Non
sarebbe stato possibile, del resto, rintracciare, fin nei minimi dettagli,
tutte le operazioni compiute dalle br che avevano deciso di preparare e poi
compiere l’assassinio del Prof. Biagi, se le schede telefoniche utilizzate nei
loro cellulari fossero state distrutte.
Nulla va più perduto, tutto viene registrato e codificato
all’infinito come dimostra lo straordinario successo conseguito, negli Stati
Uniti, dal programma “Google”.
Ma il nostro problema oggi non è quello di opporsi alla
rintracciabilità dei nostri dati messi in memoria, ma piuttosto quello di
finire sulle banche dati perché quella è la testimonianza certa, inequivocabile
di un credito che finalmente, per imprese e famiglie, è stato erogato.
Ecco oggi il principale, più urgente problema di questo
paese. Del resto si comincerà a discutere semmai dopo, quando cioè saremo
usciti dalla palude di questa crisi che sembra non aver mai fine.