L’aumento del prodotto interno
lordo, registrato in Italia come in altri paesi europei, nel terzo trimestre di
quest’anno, è un segnale che non va sottovalutato.
Anche se è ancora prematuro
considerarlo come il primo step di una reale e strutturale inversione del ciclo
economico, non vi è dubbio che esso rappresenta uno spiraglio di luce dopo due
anni di quasi totale oscuramento.
Se questo cono di luce si
allargherà fino ad assumere, sui mercati, le dimensioni e la profondità che noi
tutti ci auguriamo, spetterà ai governi riaccendere subito i motori per
riavviare quei programmi e quelle politiche anche di tipo espansivo che la
congiuntura aveva fino ad oggi sostanzialmente bloccato.
E ciò, per quanto riguarda il
mezzogiorno d’Italia, comporta problemi assai maggiori perché non basterà
mettere il piede sull’acceleratore, ma occorrerà elaborare programmi che,
facendo leva sulle opportunità offerte da questo cambiamento di ciclo, siano,
rispetto a quelli impostati fino ad oggi, davvero di nuovo conio per modalità
di impianto, strutture e obiettivi e finalità da perseguire.
La verità è che, per diventare
competitive all’interno di mercati caratterizzati ormai da forme sempre più
aggressive ed esasperate di concorrenza, le regioni del nostro Mezzogiorno
devono necessa-riamente abbandonare la politica dei piccoli passi realizzando
in poco tempo quel che altre regioni europee hanno potuto realizzare nel corso
di molti anni.
E’ insomma una vera e propria
corsa contro il tempo: o il Mezzogiorno riuscirà, in pochi anni, a mettersi in
pari con le regioni del Nord d’Europa dandosi tutte le strutture e le risorse
necessarie per la grande competizione che, con l’allargamento ad Est, si avrà
nella grande Europa o il suo futuro sarà quello di un’area destinata a vivere
al di là dei confini dello sviluppo e a lottare quindi solo per la sua
sopravvivenza.
Non si può dire che l’Europa
abbia, in questi anni, operato inserendo fra le sue priorità anche questo
problema. E, del resto, era difficile attendersi qualcosa di diverso da una
struttura europea che, in tutti questi anni, invece di programmare politiche di
sviluppo e a largo raggio che fossero principalmente destinate alle sue aree
più depresse, ha pensato principalmente a tutelare, sotto il profilo
finanziario, le sue aree più ricche e più facilmente difendibili.
E’ vero che sono stati erogati
fondi strutturali di sostegno, ma c’è stata mai, a supporto di essi, a
Bruxelles, una vera politica dedicata alla programmazione dello sviluppo nelle
aree depresse? Dire proprio di no.
E se, da un lato, le strutture
comunitarie si sono limitate ad una semplice erogazione di fondi, dall’altro,
hanno subissato, letteralmente subissato anche le aree depresse di regole e di
normative che se potevano andar bene, soprattutto sotto il profilo fiscale, per
le aree già strutturate e dotate di un salto sistema economico, diventavano,
invece, profondamente sperequative nei confronti di quelle aree, appunto il
Mezzogiorno, che, per crescere, avevano bisogno di regole assai più flessibili
e più aderenti alle loro esigenze.
Sarebbe ingiusto scaricare
sull’Europa tutto il peso delle responsabilità, anche se mi sembra che abbia
fatto bene l’altro giorno il nostro presidente del consiglio a denunciare i
forti limiti e i troppi errori compiuti dalle strutture che gestivano la
politica europea in questi anni.
Le responsabilità sono, infatti,
anche di chi, nella nostra politica, non ha saputo, in tutti questi anni,
adottare programmi e strumenti che consentissero di cambiare, nel profondo,
fino alle radici, le strutture di un sistema che, dal punto di vista
amministrativo, sociale ed imprenditoriale, non era certo in grado di entrare
in competizione con le grandi aree europee del Nord.
C’è ancora tempo per cambiare
strada e, recuperando il tempo perduto, portare il Mezzogiorno non ai confini
ma al centro dell’Europa?
Io credo ancora di sì ma almeno
tre cose andrebbero fatte subito, a partire da domani, come tangibile suggello
di una politica meridionale finalmente decisa a svoltare.
La prima è quella di ristrutturare
ma davvero impianti, modi di gestione, leggi e normative della Pubblica
Amministrazione. Nessuno degli investitori avrà la voglia e soprattutto il
coraggio di portare i propri soldi in quest’area fino a quando la pubblica
amministrazione, nei rapporti con l’impresa, non cambierà musica, spartito e
cultura di rapporti con il mondo economico. Fino a quando qualcosa di
sostanziale non cambierà su tutti questi versanti, si preferirà investire in
Irlanda o in Polonia o in Slovenia piuttosto che nel mezzogiorno d’Italia.
La seconda è quella di affrontare
davvero il problema della sicurezza. Le grandi organizzazioni criminali
preferiscono, da sempre, un Mezzogiorno economicamente sotto tono, di basso
profilo perché se l’economia davvero si sviluppasse e con essa maturasse una
crescita culturale e sociale del sistema, esse perderebbero buona parte del
loro potere di controllo non solo sull’economia ma anche sulla stessa società
meridionale. E queste organiz-zazioni purtroppo sono ancora, nonostante che l’azione
dello Stato contro di esse si sia molto accentuata, vive e vegete.
La terza è che va, a mio giudizio,
cambiato l‘ordine degli addendi che potrebbero oggi produrre forme di
sostanziale sviluppo. Non si comprende perché, a differenza di quel che avviene
in altri paesi come, ad esempio, la Spagna, non si faccia leva sul turismo
almeno per creare risorse da poi reinvestire anche in altri comparti economici.
Si continuare ad aiutare aziende decotte, ma non si fa ancora nulla di serio e
di programmato per sfruttare le enormi potenzialità che, da questo punto di
vista, ha il Mezzogiorno e la Sicilia in particolare. E’ il turismo,
soprattutto il turismo che, implementando una rete di nuove infrastrutture,
favorirebbe poi qualsiasi tipo di investimento. Dovrebbe essere, per chi ha
cuore il futuro di questa area, l’uovo di Colombo. Eppure escono, su questo
versante, programmi con il contagocce, idee con il contagocce, leggi con il
contagocce, incentivi con il contagocce. C’è forse chi non desidera che milioni
di stranieri, molti dei quali potrebbero diventare anche possibili investitori,
facciano visita a questa bellissima terra? Evidentemente questo qualcuno c’è ma
la cosa davvero straordinaria è che nessuno fino ad oggi sia riuscito a
metterlo da parte.