Mi sembra che il tema che abbiamo
deciso di mettere al centro di questo convegno non avrebbe potuto essere più
importante. Primo, perché alcuni significativi aspetti di questo caldo, anzi
direi caldissimo problema sono, in questi giorni, oggetto a Bruxelles di un
braccio di ferro che l’Italia ha deciso di fare con altri paesi europei e che
il nostro paese deve assolutamente vincere. Secondo,
perché mette sul tappeto questioni che, se non verranno opportunamente
affrontate e risolte, rischiano di lasciare l’Italia ai margini, anzi oltre ai
margini di quello sviluppo economico e commerciale che l’allargamento dell’Ue
ai paesi dell’Est verosimilmente potrà produrre nel medio periodo.
Ed è indubbio che su queste due
questioni oggi l’Italia si gioca il presente e il futuro.
Vediamo la prima, quella di cui si
discute in queste ore. Ha fatto bene il nostro governo a puntare i piedi - e
pare che questa volta li abbia puntati sul serio- sulle direttive fiscali che
l’Ue intenderebbe emanare, a breve, per quanto riguarda la tassazione dei
prodotti energetici. Il punto chiave è questo: le particolari e assai difficili
condizioni in cui è costretto ad operare il nostro settore dell’autotrasporto,
a causa della grave carenza di infrastrutture e di una situazione che, nel suo
complesso, è tuttora per noi assai penalizzante, impongono non solo una proroga degli sgravi fiscali per il
gasolio da autotrasporto ma anche un intervento sempre dell’Ue perché vengano
ridotte le multe da fare pagare agli allevatori per il cosiddetto sfondamento
delle quote latte.
Altri paesi sembra che non ne
vogliamo sapere di accettare queste due indispensabili deroghe. Ma la carta
vincente del nostro governo è che le direttive fiscali o vengono prese, in sede
Ue, ad unanimità, 15 voti favorevoli su 15 votanti o non possono avere alcun
vigore.
Una ragione di più per restare
fermi, irremovibili sulle nostre richieste che, del resto, appaiono più che
legittime.
Del resto, nel consiglio dell’Ue,
è prassi concedere delle deroghe. E non si vede il motivo per cui, su altre questioni,ne siano
state concesse ad altri paesi- Francia e Germania in primo luogo- e ora non
debbano essere, invece, concesse a noi. Non voglio nemmeno pensare alla
possibilità che il nostro governo non riesca ad ottenere queste deroghe che,
per il nostro settore dell’autotrasporto, sono indispensabili.
Ma passiamo ora all’altra
questione,assai più importante perché, una sua mancata soluzione, come ho detto
all’inizio, taglierebbe, di fatto, fuori la nostra economia dal quel processo
di sviluppo che sicuramente l’allargamento dell’Europa ai paesi dell’est
comporterà.
E almeno tre sono gli obbiettivi
da raggiungere per evitare un simile disastro.
1-Evitare, in primo luogo, che
l’Italia venga direttamente danneggiata da politiche di trasporto europee che
non abbiano, anche nello sviluppo del mediterraneo, un reale, concreto centro
di interesse. Un prolungamento del corridoio Kiev-Trieste a Nord delle Alpi
lungo l’asse Vienna-Linz-Stoccarda-Parigi relegherebbe l’Italia ad un ruolo di
assoluta marginalità negli scambi europei, situazione resa ancora più grave
dalla barriera naturale delle Alpi e dalla quasi saturazione dei principali
valichi alpini. E’ evidente che, se questo scenario si realizzasse, si
consoliderebbe un asse politico-economico preferenziale dell’Europa
continentale, con Francia e Germania come attori principali. E’ un’ipotesi che,
allo stato delle cose, appare più che realistica e che, quindi, bisogna
contrastare in ogni modo. Non mi pare che si stia facendo abbastanza, invece,
per contrastarla.
2- Uno scenario completamente
diverso potrebbe configurarsi nel caso di passaggio di questo importante
corridoio al Sud delle Alpi. Potenziamenti infrastrutturali lungo la dorsale
appenninica e sulle vie adriatica e tirrenica, con un’efficiente integrazione
del sistema portuale e, tramite questa struttura, della rete di autostrade del
mare, vorrebbero a qualificare l’Italia come una vera e propria piattaforma
logistica dell’Europa protesa nel Mediterraneo. I valichi alpini potenziati con
i collegamenti ad alta velocità sia verso la Germania, dal Brennero, sia verso
la Francia, dal Frejus, garantirebbero un efficace ancoraggio dell'Italia
all’area economicamente più attiva dell’Europa continentale. I collegamenti
paneuropei Trieste-Kiev e Durazzo-Skopje- Verna, interconnessi alla via
adriatica, assicurerebbero poi i collegamenti con l’Est. E, infine, il sistema
dei porti e delle autostrade del mare assicurerebbero, infine, i collegamenti con
il Sud e con le economie emergenti del Far East. Insomma l’integrazione
funzionale delle diverse modalità di trasporto e la piena partecipazione
dell’Italia al sistema degli scambi internazionali consentirebbero non solo un
sensibile miglioramento e potenziamento di tutta la filiera del nostro
trasporto ma anche un rilancio dell’intero sistema produttivo italiano.
3- E per arrivare a questo
risultato è indispensabile l’ampliamento della lista dei progetti
infrastrutturali che l’Ue considera prioritari non solo con il collegamento ad
alta velocità fino a Napoli, già accolto, del resto, dal vertice europeo di
Barcellona, ma anche con potenziamenti infrastrutturali sulle entrambe le linee
costiere e la piena integrazione, in questo programma, delle autostrade del
mare.
3-Qual è il vero problema da
risolvere per attuare questo piano? Beh, credo che tutti lo conoscano fin
troppo bene: il pesante gap che l’Italia continua ad avere con gli altri paesi
europei per quanto riguarda la dotazione di infrastrutture. Siamo, purtroppo,
anni luce indietro. Nella classifica dei paesi del mondo redatta
dall’International Istitute of Mangement Development, IMD, per valori
decrescenti della densità di rete ferroviaria e stradale, l’Italia figura
rispettivamente al 16° e al 15° posto e sempre alle spalle dei nostri più
importanti partner europei.
Sono carenze fin troppo note
perché sia necessario qui elencarle: non solo disponiamo di una rete
ferroviaria del tutto insufficiente e che ci creare sostanziali svantaggi nel
trasporto di merci e di persone, ma anche la rete stradale dispone di strutture
che, se al Nord, appaiono solo insufficienti, al sud sono ancora da terzo
mondo.
Se, quindi, non si affrontano con
grande decisione questi problemi, tutti i progetti di interconnessione del
nostro sistema con la grande europa che si va prefigurando rischiano di restare
solo sogni, pezzi di carta, esercitazioni accademiche.
E’ vero che questo governo sta
cercando di accelerare al massimo i suoi interventi per il potenziamento delle
nostre infrastrutture- potenziamento dell’asse tirrenico-Brennero, valichi
Brennero e Frejus,degli assi ferroviari e stradali di attraversamento della
Pianura Padana, snodo di Mestre, sdoppiamento dell’autostrada nel tratto
Bologna-Firenze, nuovi fondi- il
45% del totale programmato- per lo sviluppo delle infrastrutture meridonali.
Ma vi sono elementi di criticità,
per l’attuazione di questo programma, che non ci sembrano ancora risolti.
La prima è quella dei tempi: se
tutto andrà a buon fine, i progetti principali non potranno essere realizzati
prima del 2007 cioè un anno dopo l’allargamento dell’Ue ai paesi dell’Est.
La seconda è di carattere
finanziario dato che circa il 70% del programma è attualmente privo di
copertura finanziaria. E se non si troveranno le risorse nei tempi programmati?
La terza è la persistente
conflittualità esistente, per la realizzazione di queste opere, fra Stato ed
enti locali. Alcune Regioni, ad esempio, hanno presentato ricorso alla Corte
Costituzionale ritenendo che la legge obbiettivo del governo contrasti con la
riforma federalista e il decentramento di poteri e di funzioni anche su questa
materia.
Sono criticità che bisogna
superare, ma la storia di tutti questi anni- basti pensare a quel che ha
comportato il conflitto tra Stato ed enti Locali per lo snodo di Mestre o per
il raddoppio della Firenze-Bologna-non ci consente , almeno per ora, molto
ottimismo.
Anni fa, quando i progetti
dell’Europa erano ancora solo allo stato embrionale e l’allargamento all’Est,
data l’esistenza del muro di Berlino, appariva come un’ipotesi impraticabile,
le nostre politiche finalizzate al potenziamento delle infrastrutture seguivano
percorsi strani, ondivaghi, frammentari, quasi sempre legati ad esigenze di
carattere elettorale o addirittura clientelare. Procedere con questa ottica e su questo binario ha
comportato ritardi non solo nella programmazione ma anche nell’esecuzione delle
opere. Ora, per fortuna, con la creazione dell’Europa, molte cose, anche per
noi, sono, da questo punti di vista, cambiate. Ma è anche vero che questi
ritardi , la prassi di sprogrammare ogni volta che cambiava governo quel che il
precedente governo aveva tentato di programmare, hanno provocato al sistema
danni ai quali oggi è difficile porre in rimedio. Ma, siccome risolvere questi problemi è diventato
un vero problema di sopravvivenza del nostro sistema economico, mi auguro che,
nelle istituzioni, vi siano lo scatto di orgoglio e le energie necessarie per
correre ai ripari. Per non finire fuori gioco, occorre fare, in poco tempo,
quel che non si è fatto in trent’anni. Un vero salto con l’asta. Speriamo che
ne siano capaci.