E’ importante, signor Presidente,
che Lei abbia voluto aderire a questo nostro invito per un confronto su
problemi, quelli soprattutto delle prospettive di sviluppo dell’Europa e di
ripresa e di rilancio della nostra economia, che sono divenuti sempre più
pressanti e la cui soluzione, per la generalità delle imprese oggi qui
rappresentate, appare ormai indifferibile.
C’è mezza Italia economica oggi
con i piedi nello stagno e l’altra metà che rischia, da un momento all’altro,
di finirci dentro.
Sappiamo tutti bene che questa
situazione è stata determinata soprattutto da fattori esterni al nostro
sistema, una crisi che ha motivazioni e radici lontane e generate dal negativo,
pesantemente negativo andamento dell’economia mondiale.
Tanto è vero che a trovarsi con i
piedi dentro lo stagno sono anche tutti gli altri paesi europei e, in primo
luogo, Francia e Germania.
Questo è un dato incontrovertibile
anche se, per essere sinceri, ci consola assai poco.
Si è trattato - mi si conceda
questa piccola metafora - di una grave quanto imprevista e forse imprevedibile
forma di epidemia virale, una specie di SARS economica che, partita chissà da
dove, si è rapidamente diffusa nel mondo con effetti che, in molti casi, sono
stati assai più deleteri di quella di una semplice polmonite.
Per mancanza di efficaci antidoti,
essa, uno starnuto dopo l’altro, una contaminazione dopo l’altra, ha finito con
l'espandersi sui binari della globalizzazione contagiando tutto il sistema
economico e finanziario.
E non possiamo dire oggi di esserne
già fuori.
Gli effetti, infatti, continuano
ad essere assai vistosi: un perdurare, oltre ogni previsione, della crisi
dell’economia americana che non ha mai avuto, nel corso della sua recente
storia, un tasso di disoccupazione così alto, un tasso di crescita dell'Europa
che difficilmente, nel 2003, a meno di improvvisi e per ora imprevedibili
sbalzi di corrente, supererà l’1%, notevole contrazione delle esportazioni e
dei consumi interni, crollo degli investimenti, occupazione costretta a
sviluppi di basso profilo e quindi, arrivando al nocciolo, fatturato delle
imprese in caduta libera. Negli stati Uniti come in Germania, in Giappone e
altrove.
Ma bisogna anche dire che le
conseguenze di questa SARS non di matrice cinese sono state per noi anche peggiori
perché essa è arrivata in un’importante e delicata fase di passaggio della
nostra vita politica ed economica, quella contraddistinta dall’attuazione del
programma di riforme disegnato e portato avanti dall’attuale governo.
Programma importante perché deciso
a cambiare molte delle strutture, delle regole e delle leggi di un sistema che,
avendo ormai più di 50 anni sulle spalle, non solo non è più in grado di
reggere la forte e sempre più aggressiva concorrenza internazionale, ma sembra
destinato, così com'è, a non portare il nostro paese più da nessuna parte.
E quindi il governo ha fatto bene,
nonostante le sopraggiunte difficoltà, a non demordere dal suo progetto e
sarebbe certo un guaio se oggi esso pensasse di rallentarlo o addirittura di
arrestarlo perché, se così facesse, il nostro sistema, al termine di questa
epidemia che un giorno o l’altro dovrà pur finire, si troverebbe più acciaccato
di prima, senza la possibilità di mettere i piedi fuori dal letto.
E’ anche vero però che, proprio
nel momento in cui, per attuare il salto di sistema, occorrevano molte più
risorse, lo Stato se ne è trovate in tasca molte di meno e ciò ha finito col
produrre, su tutti noi, una serie di effetti degenerativi che, in parte, non
potevano probabilmente essere evitati, ma che, su molti versanti, potevano
essere, invece, almeno a nostro giudizio, fronteggiati con misure più efficaci
e meglio mirate.
Vengo quindi al punto anche
perché, signor Presidente, non si tratta di fare, come dire, una polemica
“retrò” che riguarda solo il passato prossimo, perché la necessità di
fronteggiare quella forte e purtroppo assai generalizzata caduta dei consumi se
era impellente ieri, lo è ancor di più oggi.
Se il 2002, infatti, si è chiuso
con un aumento dei consumi che ha appena sfiorato lo 0,4%, il dato più negativo
degli ultimi otto anni, il primo trimestre di quest’anno si è aperto con
prospettive, da questo punto di vista, addirittura peggiori. Insomma, signor
Presidente, vicino allo zero, con milioni di famiglie che continuano a riempire,
con misurata attenzione borse e carrelli di prodotti alimentari di prima
necessità, e di poco altro.
E, sottolineandole la gravità di
questo problema, non credo di difendere solo meri interessi di bottega, e cioè
quelli delle migliaia di strutture commerciali, e di imprese in generale, che o
hanno chiuso i battenti o, per mancanza di fatturato, hanno smesso di
investire.
Il fatto è che la caduta dei
consumi sta producendo un effetto domino rilevante anche su tutto l’arco del
sistema produttivo. Un sistema che, già in crisi per le difficoltà che incontra
il mercato delle esportazioni, difficoltà che l’apprezzamento dell’euro sul
dollaro sta accentuando, non sa più in quali magazzino mettere le lavatrici, le
scarpe, i televisori o i vestiti che continua a produrre ma che non sa più a
chi vendere.
Ed è un cane che si morde la coda
perché questa generalizzata caduta dei consumi, come già accaduto nel 2002,
rischia, anche nel 2003, di produrre un aumento del Pil sensibilmente inferiore
all’1% con tutto quel che ne consegue anche per le entrate dello Stato.
C’è da chiedersi - e saremmo lieti
se anche Lei, signor Presidente, ci aiutasse in questa analisi - il motivo per
cui le famiglie hanno smesso di spendere.
L’eccessivo rincaro dei prezzi?
Una motivazione del genere poteva avere forse qualche giustificazione per il
2002, ma non ha, invece, più ragione di essere, come dimostra l’andamento della
maggior parte dei listini sia a livello di produzione che di distribuzione, nel
2003.
Credo che le cause siano molteplici,
ma forse una le riassume tutte: una mancanza o una troppo scarsa fiducia delle
famiglie sulle prospettive di ripresa, almeno nel breve periodo, della nostra
economia e, insieme a questa sfiducia anche l’impossibilità di individuare oggi
forme di investimento che consentano loro di mettere a frutto i risparmi.
E’ anche questo un problema serio
che bisognerebbe cercare, in qualche modo, di rimuovere.
La verità è che borsa e fondi di
investimento - ed è significativa la sottolineatura fatta in proposito pochi
giorni fa dal Presidente della Consob - hanno fortemente deluso i
risparmiatori. E così pure i titoli di Stato che oggi, al netto, rendono
addirittura meno del tasso di inflazione. Per non parlare poi dei depositi
lasciati in parcheggio, in attesa che qualcosa si muova, sui conti bancari i
cui interessi sono addirittura scesi sotto l’1%.
Mentre se imprese e famiglie si
rivolgono alle banche per l’accensione di un credito si trovano davanti a
richieste di interessi che possono superare anche il 10%.
E’ una questione che proprio dal
punto di vista degli interessi di bottega, cioè quelli delle piccole aziende
sottocapitalizzate e in crisi di fatturato per i motivi che ho ricordato, sta
diventando davvero serio.
E potrà diventare qualcosa di
ancora più serio, anzi di drammatico se, signor Presidente, non si interverrà,
e con urgenza, per affrontare l’impatto delle direttive di Basilea 2 assunte
sulla concessione dei crediti alle aziende.
Quelli che ho cercato di esporre
non mi sembra, signor Presidente, che siano problemi spiccioli ma lo specchio
veritiero di una realtà che, per noi ma anche per tutto il sistema delle
imprese, è oggi fonte di grande preoccupazione.
Per questo, signor Presidente,
desidereremmo oggi avere da Lei un segnale, anzi qualcosa più di un segnale,
che ci consentisse di vedere cosa c’è oltre lo steccato di questa crisi vera,
reale, palpabile. E cioè, quali interventi o misure il governo ha in proposito
di attuare per far uscire il sistema economico da questo tunnel che sta
diventando un po’ troppo lungo, e dando l’ansia e “ togliendo il sonno” a
centinaia di migliaia di imprese. Nostre o associate ad altri poco importa.
Mi permetta, prima di cederLe la
parola per il suo intervento tanto atteso da questo Consiglio di fare qualche
altra considerazione.
La Confederazione che ho l’onore
di rappresentare vuole le riforme quanto le vuole Lei, convinta com’è - e da
tempo, da quando Lei ha preso le redini del governo - che o si trova e si
imbocca finalmente questo passaggio a Nord-Ovest, cioè la via delle riforme o
questo rischia di diventare un paese in retroguardia, un sistema di salmerie al
servizio di altri potentati economici.
E’, quindi, riforma del mercato
del lavoro, riforma del Welfare, riforma fiscale e riforma federalista. Ma
anche, seppure più in prospettiva, una seria riforma costituzionale che
consenta una maggiore efficienza di tutto il nostro apparato politico ed
istituzionale. Sono tutti tasselli essenziali di un progetto che non può
restare un sogno irrealizzabile.
Sulla riforma del mercato del
lavoro sono stati fatti - e gliene diamo atto - significativi ed importanti
passi avanti. Sulle altre, mi auguro che si possa procedere altrettanto
velocemente.
E’ forse addirittura superfluo
ricordarLe l’importanza che per noi riveste la riforma fiscale. Un avvio c’è
stato, ma non le nascondo che il suo primo step attuativo ha dato risultati
assai modesti ai fini di un sostanziale alleggerimento della pressione fiscale
sulle imprese. Bisogna trovare il modo di accelerare questa riforma perché, in
attesa che arrivi il periodo delle vacche grasse, le stalle, nel frattempo,
potrebbero scomparire o essere destinate ad altri usi.
Una parola sul condono. Io credo
che, soprattutto dopo l’allungamento dei termini, esso stia già dando sulla
base dei primi riscontri un importante gettito, in linea con le stime fatte dal
governo. Ora però è necessario che queste nuove risorse vengano utilizzate per
il rilancio del sistema economico. Perchè è solo così che il condono potrà
avere un suo obiettivo incisivo e funzionale.
Due parole, infine, sulla riforma
federalista. Non le nego, signor Presidente, che ancora non è ben chiaro quale
modello federalista si vuole davvero realizzare. Anche se mi sembra che la
nuova proposta di riforma del titolo quinto della Costituzione elaborata dal
Ministro La Loggia dia al problema un’impostazione più corretta e quindi, di
fatto, più percorribile.
Ma resta aperto, direi per ora
appeso, il problema del costo di questa riforma. Sarà davvero a costo zero o,
una volta che sarà attuata, ricadranno sui cittadini e sugli operatori altri ed
aggiuntivi oneri?
Grazie, signor Presidente, per il
tempo che oggi vorrà dedicarci.