Consentitemi una domanda: quanto
la mancanza di infrastrutture contribuisce oggi alla purtroppo sempre crescente
perdita di competitività di tutto il nostro sistema economico? Facile la
risposta: questo fattore incide in modo sempre più rilevante, direi quasi
esponenziale soprattutto su quella parte dell’economia che opera nel settore
dei servizi.
Su questo versante il nostro
sistema sta accumulando ritardi eccessivi e, in parte, anche inspiegabili.
Paesi, ad esempio, come la Spagna che, fino ad un decennio fa, era, dal punto
di vista della produzione di ricchezza, molti gradini sotto all’Italia, sono
riusciti a potenziare le loro infrastrutture, dal 1996 ad oggi, di un 32%. Noi
solo del 6% e solo in alcuni settori. Città come Barcellona hanno saputo, facendo
leva soprattutto sui fondi strutturali europei, raddoppiare in pochi anni la
propria rete di infrastrutture. Roma ha un’area che, per dimensioni, è cinque
volte più grande di quella di Barcellona, quasi il doppio di abitanti, ma
infrastrutture che sono meno di un terzo.
Soprattutto i grandi agglomerati
urbani sono stati lasciati in balia di sé stessi. In sette anni, nelle città
italiane, sono stati costruiti solo quattro chilometri e mezzo di metropolitana
in più. Nella sola Barcellona, 42.
E veramente drammatico, nelle
nostre città, resta il problema dei parcheggi.
Per decenni - ed andrebbero fatti
nomi e cognomi di tutte le amministrazioni che sono state responsabili di
questo scempio - sono state concesse licenze edilizie che, per quanto riguarda
i parcheggi, non contenevano nessun vincolo e nessuna clausola. Sono sorti a
Roma quartieri con 100-200 mila posti letto abitati anche nei sottoscala. Di
parcheggi nemmeno l’ombra.
E non si può non toccare il
problema davvero devastante della mancanza di parcheggi in prossimità dei
centri urbani che restano il fulcro dell’attività commerciale.
So bene che, soprattutto nei
centri storici, la creazione di parcheggi ha creato e continua a creare spesso
problemi che, dal punto di vista urbanistico, possono sembrare irrisolvibili.
E’ anche vero però che o la latitanza delle amministrazioni o i continui
conflitti fra di esse e le sovraintendenze ai beni culturali hanno portato ad
una situazione che sta diventando insostenibile.
Bisogna una buona volta sfondare
il muro di questa inerzia che, se si perpetuerà nel tempo, rischia di
distruggere a poco a poco i gangli più vitali del nostro sistema urbano.
Ecco perché l’iniziativa di Aipark
di cui pienamente condivido proposte e progetti mi sembra particolarmente
opportuna.
Si creano isole pedonali, ma a
beneficio di chi se migliaia di famiglie non hanno poi i mezzi per
raggiungerle?
Si potenziano i centri
commerciali, ma ci si dimentica di creare intorno ad essi tutti i supporti
logistici - i parcheggi in primo luogo - necessari per la loro attività.
O le amministrazioni comunali -
penso sempre al caso limite di Roma - pensano di risolvere il problema
chiudendo un occhio alle soste in doppia o addirittura terza fila che
abusivamente vengono fatte lungo le strade e che trasformano parti della città
in un vero e proprio ingorgo?
La verità è che, in Italia, si
applicano le normative europee solo quando e nella misura in cui fanno comodo.
Quelle sui parcheggi che, nel
resto, d’Europa sono assolutamente chiare, vengono del tutto ignorate. Primo,
perché la loro attuazione implicherebbe investimenti e piani di intervento che
molte delle nostre amministrazioni non sono in grado, per mancanza di risorse,
di realizzare. Secondo, perché manca ancora - ed anche questo è un problema
grave - quella cultura sociale che altrove è regola di comportamento
dell’Istituzione pubblica. Terzo, perché molte volte, nonostante che le imprese
private siano pronte a farsi carico di gran parte degli oneri necessari per la
costruzione di questi parcheggi, i Comuni preferiscono lasciare le cose come
stanno per tutelare interessi che, invece, allo stato delle cose, sono
diventati davvero indifendibili.