Nonostante gli indubbi progressi realizzati, in questi
ultimi anni, da alcune regioni meridionali - e cito quel che sta avvenendo, ad
esempio, in Basilicata - il divario oggi esistente tra Nord e Sud, per quanto
riguarda la produzione di ricchezza, i livelli occupazionali e il grado di
efficienza del sistema economico sia sul versante pubblico che su quello
privato e poi le strutture, i servizi e la qualità della vita nei centri
urbani, i rapporti del cittadino con la pubblica amministrazione, appare ancora
notevole: due Italie che continuano a muoversi e a girare in orbite diverse e
che restano assai distanti tra loro.
E che non si tratti - magari lo fosse - solo di
un’illusione ottica lo dimostrano i dati che oggi vi presentiamo.
Sono molti anni - credo che ormai sia addirittura
superfluo contarli perché facendolo ci perderemmo nella notte dei tempi - che
si insiste sulla necessità di colmare questo divario in modo da far muovere
l’economia di tutto il paese in un’unica orbita, ma il raggiungimento di questo
obiettivo resta ancora assai lontano, oltre la linea dell’orizzonte.
Il che non significa che, nel Mezzogiorno, non ci sia
sviluppo, ma il fatto è che esso sta procedendo ad un ritmo talmente lento, con
passo talmente incerto, zoppicante ed ondivago da non garantire alcuna certezza
sul raggiungimento, anche nel medio periodo, di questo obiettivo.
Difatti, procedendo con questo ritmo e dovendo continuare
a caricarsi sulle spalle tutto il peso derivante dalle sue gravi carenze di
tipo strutturale, al Mezzogiorno non basteranno forse 40 o 50 anni per
raggiungere un simile e auspicato traguardo.
Io non credo proprio che possiamo permetterci il lusso di
simili tempi di attesa.
Ecco perché bisogna – e questo è appunto l’obiettivo che
A.PRO.M. si propone - fare subito molto di più di quel che fino ad ora è stato
fatto per rompere, usando anche la scure se occorre, quella specie di spesso
cristallo che oggi continua a dividere, a separare i buoni propositi dai fatti
concreti, le buone idee dai piani esecutivi, le grandi teorie da quello che è,
invece, il vissuto quotidiano di tutto il Mezzogiorno o di gran parte di esso.
Il Mezzogiorno dispone di potenzialità straordinarie che
solo in minima parte oggi vengono sfruttate.
E sfruttare tutte queste potenzialità, comporle finalmente
in un quadro che consenta un’utilizzazione più razionale e programmata delle
risorse disponibili significa anche poter realizzare un modello di sviluppo
che, per le sue caratteristiche e per le risorse anche originali, talvolta
uniche nel loro genere, che può mettere in campo, diverso dagli altri ma non
per questo meno competitivo e meno aderente alle esigenze imposte dagli schemi
della più moderna ed organizzata economia e del più moderno e avanzato tipo di
società.
E vorrei darvi qualche scampolo, qualche anticipazione di
quello che potrà essere il raggio delle nostre iniziative e delle proposte che
andremo ad assumere e a concretizzare nelle prossime settimane.
Primo, fondamentale problema è quello delle
infrastrutture, oggi del tutto inadeguate. A conti fatti, il gap
infrastrutturale, rispetto alle regioni del Nord, è oggi assai rilevante: circa
il 60-65%. O lo si affronta e lo si risolve entro pochi anni o il Mezzogiorno è
destinato davvero a perdere tutti i treni: non solo quello che dovrebbe
portarlo al ricongiungimento con il sistema economico nazionale ma anche
quello, già in corsa, legato alle prospettive di espansione e di crescita che
l’Europa potrà conseguire con l’allargamento ai paesi dell’Est. Non parlo solo
delle abissali carenze oggi esistenti nel sistema viario, ferroviario, portuale
o di quelle, altrettanto vistose, esistenti all’interno dei sistemi urbani, ma
della mancanza di infrastrutture ancora più indispensabili come quelle
necessarie, ad esempio, nel settore dell’energia elettrica. Non tutti forse
sanno che, ad esempio, oggi basta che vada in tilt una centrale elettrica del
Lazio per avere un completo black-out in regioni come la Campania e la
Calabria. Per non parlare poi del sistema idrico e del continuo deterioramento
di tutti i problemi di carattere ambientale.
La creazione di un vero sistema di infrastrutture è oggi
indispensabile non solo per aprire vie di sbocco economico verso il Nord ma
anche per affrontare quella competizione che già si è aperta con i mercati dei
paesi mediterranei e del Nord Africa.
Sono immense – una vera e propria miniera d’oro- le
potenzialità offerte dal turismo oggi sfruttate in misura del tutto esigua e
senza il supporto di una programmazione che sia in grado di razionalizzare gli
interventi puntando così a macro-obiettivi di sviluppo.
Almeno l’80% delle risorse di cui dispone oggi il
Mezzogiorno in questo settore restano in standby, inutilizzate, coperte da uno
spesso strato di polvere.
Cosa stiamo aspettando per utilizzarle? La Spagna, partita
assai dopo dell’Italia, ha potenziato, in meno di dieci anni, il suo sistema di
infrastrutture, nelle aree considerate depresse, del 40% e questo ha consentito
uno sviluppo straordinario anche dell'offerta turistica. Noi, a conti fatti,
abbiamo fino ad oggi potenziato tali strutture in misura minima, non oltre il
6%.
O si riescono a programmare e a velocizzare tutti i piani
di intervento o il Mezzogiorno, nel quadro dell’enorme sviluppo turistico che
si sta concretando nel mondo, verrà storicamente ricordato come il paese delle
occasioni perdute, forse per sempre.
Le infrastrutture sono le uniche rotaie che possono
portare ad un organico sviluppo del sistema economico meridionale e oggi - se
vogliamo guardare in faccia la realtà - queste rotaie o non ci sono o portano
su un binario morto.
Lo Stato non ha risorse sufficienti per implementare un
sistema di infrastrutture che sia sufficiente allo scopo? E’ possibile, ma
allora bisogna muoversi e molto in fretta per attirare su questo versante
capitali privati.
Credo che fino ad ora, da questo punto di vista, si sia
fatto troppo poco e in modo assai disorganico. Pigrizia? Inerzia? Inettitudine?
Ognuno potrà fare le proprie diagnosi interpretative, ma tutte le opinioni
convergeranno su un punto: si è perso, si sta perdendo, si rischia di perdere
ancora troppo tempo.
E ancora: le regioni meridionali continuano a produrre
assai meno di quel che consumano a causa di una grave carenza del sistema
dell’offerta. E anche questo, da ogni punto di vista, appare come un
controsenso.
Quindi la seconda cosa da fare, oltre a quella di mettere
mano davvero ad un piano di infrastrutture, è quella di incentivare in ogni
modo la nascita di imprese che possano, visto che la domanda c’è, cominciare ad
eliminare questo assurdo ed illogico squilibrio.
E non parlo di produrre subito televisori o computer -
anche se questa ipotesi di sviluppo, come dirò in seguito, non mi sembra poi
del tutto assurda tanto è vero che anche in aree di sottosviluppo di altre
regioni europee lo si sta già facendo - ma almeno beni di prima necessità, quei
beni e prodotti che non si vede perché il Mezzogiorno, pur potendoli produrre
in casa propria, li debba, invece, importare da altri paesi, da altre regioni
del mondo.
Oggi è meno costoso importare le arance dall’Olanda che
produrle in casa propria. E poi risulta difficile esportare i propri prodotti
perché non esistendo rapide vie di comunicazione è impossibile portare sui
mercati questi prodotti a prezzi competitivi.
Terzo aspetto: non potrà esserci base di sviluppo fino a
quando il risparmio raccolto al Sud - e ce ne è oggi in grande quantità - verrà
dalle strutture di credito messo sui treni e spedito al Nord perché è là e non
qui che possono trovare migliore collocazione e remunerazione. O si convincono
le strutture del credito a cambiare finalmente orientamento o davvero il
Mezzogiorno non andrà da nessuna parte, finirà col restare una macchina che,
invece, di contribuire all'aumento della propria ricchezza, si trasformerà in
una specie di supporto per aumentare la ricchezza altrui.
E ancora: spesso non si sa che fine facciano gli
investimenti pubblici. La verità è che ancora oggi buona parte di essi - non si
sa come ma si sa sicuramente il perché - vengono intercettati da persone,
gruppi di potere o altro genere di consorterie prima che essi possano arrivare
alla loro legittima destinazione. Si aprono cantieri che poi non si sa a che
cosa servano, si progettano infrastrutture che poi o restano a metà strada o
vengono orientate in modo diverso dall’obiettivo che era stato programmato, i
tempi di esecuzione delle opere sono talmente lenti da produrre alla fine
strutture che, quando saranno finalmente pronte, rischiano di essere già
obsolete. Non si può andare avanti così.
E ancora: si continua a fare troppo poco, quasi nulla per
creare un idoneo ponte tra strutture scolastiche, cultura della formazione e
mondo del lavoro. Un diverso impianto delle discipline scolastiche
consentirebbe di convogliare molti giovani, ad esempio, verso quelle imprese
che producono materiale informatico e che, come prima ho detto, stanno nascendo
ovunque, anche nelle aree meno sviluppate della Spagna e che non si comprende
perché non potrebbero nascere e svilupparsi anche nelle aree meridionali.
Il 40% dei giovani, nel Mezzogiorno, continua a non
trovare razionali e concreti sbocchi nel mondo del lavoro. E dire che siamo la
settima potenza industriale del mondo.
Due considerazioni finali che ritengo della massima
importanza.
La prima riguarda il ruolo che nel Mezzogiorno deve svolgere
la pubblica amministrazione. Oggi essa costa, di sola manutenzione, il doppio
di quella del Nord ma non produce i risultati che tutti da essa si
attenderebbero: non riesce a gestire e a portare a compimento buona parte degli
investimenti pubblici che sono stati programmati, non riesce a far sì che essi
diventino elemento di aggregazione e di supporto per lo sviluppo del sistema
economico, non riesce, infine, a stabilire con il sistema delle imprese un
rapporto che sia realmente produttivo di risultati. Anche per questo - ma non
solo ovviamente per questo - molte imprese non riescono a mettere radici al
Sud: molte nascono ma poi muoiono nel giro di pochi anni producendo una
categoria di imprenditori e di operatori frustrati decisi o a gettare la spugna
o ad andare altrove.
La seconda considerazione riguarda una questione che
definirei “avvolgente” sia per le sue dimensioni che per il carattere realmente
invasivo che la caratterizza.
Intendo riferirmi ovviamente alla criminalità organizzata
il cui potere e la cui capacità di influenza sul sistema economico e su quello
sociale restano assai rilevanti. Fino a quando queste organizzazioni saranno in
grado – e oggi certamente ancora lo sono - di intercettare buona parte delle
iniziative e dei programmi di investimento decisi per il Mezzogiorno, sarà
veramente difficile venire a capo del problema che oggi abbiamo di fronte.
Se il piano delle infrastrutture ha subito, nel corso
degli anni, così tanti rallentamenti e stop continui, lo si deve - perché
nascondercelo? - in gran parte proprio all’intervento di tali organizzazioni
che avevano tutto l’interesse a far sì che l’economia meridionale restasse un
sistema ibrido, sospeso nel vuoto, puntellato alla meglio, costruito su
vacillanti palafitte e quindi senza concrete possibilità di una crescita che
potesse diventare davvero strutturale.
Le incertezze nella programmazione, la debolezza di molti
piani di investimento, l’incapacità della macchina burocratica di perseguire
gli obiettivi che erano stati fissati sono stati, per queste organizzazioni,
tutte occasioni da cogliere al volo, veri e propri inviti a nozze.
Non vi è dubbio che il potere di queste organizzazioni è
stato scalfito in questi ultimi anni, ma non si può certo dire che sia stato
rimosso, cancellato, messo in condizioni di non nuocere.
La verità è che queste organizzazioni hanno di volta in
volta aggirato gli ostacoli anche perché hanno saputo assumere sembianze e
darsi schermature sempre nuove e sempre diverse.
Credo che il mago Houdini non avrebbe saputo fare di
meglio.
E così chi vorrebbe oggi fare impresa si trova tra
l’incudine e il martello. Da un lato, teme che la mancanza di supporti e di
adeguate infrastrutture alzi troppo la soglia di rischio del suo investimento,
dall’altro, sente il fiato sul collo di potenti e subdole organizzazioni che,
per tutelare i loro interessi, di tutto hanno bisogno meno che di imprese che
vogliano davvero puntare allo sviluppo economico e sociale di quella
determinata area.
Ma noi non possiamo e soprattutto non vogliamo essere
altrettanto rinunciatari. Fino ad ora di rinunciatari ce ne sono stati fin
troppi.
E’ ora di cambiare gioco ed è appunto quello che A.PRO.M.,
in tutti i modi e con tutte le risorse, gli strumenti, le proposte e le
incursioni e le idee che saprà mettere in piedi, cercherà appunto di fare.
Con tre obiettivi precisi. 1- Un’azione prima di tutto di
monitoraggio attento e costante sulle aree e sui problemi che oggi, più di
altri, presentano elementi di maggiore criticità. 2- Vere e proprie incursioni
- non le saprei definire in altro modo - sui problemi, sugli snodi che
impediscono, di fatto, un’accelerazione dei programmi di sviluppo. E
inforcheremo occhiali da presbite in modo da vedere da vicino, sempre più da
vicino quali siano e da quale parte vengono i maggiori ostacoli. 3- Proposte
che possano servire a dare più spessore, maggiore qualità, più efficacia ai
programmi di intervento dello Stato per contrastare, sul terreno e non ai piani
alti dei palazzi, piani ed iniziative della criminalità organizzata,
quell’immensa area di contropotere che opera per un solo obiettivo, quello di
impedire che il Mezzogiorno d’Italia divenga una parte vitale, moderna,
avanzata della società italiana.