Oggi dobbiamo
parlare di nuove opportunità: i nuovi contratti previsti dalla recente legge di
riforma del mercato del lavoro.
Lo facciamo
realizzando una sorta di radiografia della legge delega per metterne in risalto
pregi e difetti. Ma lo facciamo anche nella consapevolezza che un giudizio
complessivo non può prescindere da una valutazione dei processi di riforma che
vedono impegnato il nostro Paese.
Mercato del
lavoro, sistema di Welfare e politiche fiscali sono oggetto di revisione e sono
inscindibilmente legate tra di loro e tutte dovrebbero tendere al cosiddetto
Welfare to work.
Credo che sia
indispensabile, tuttavia, tener conto anche del contesto più ampio - europeo e
non solo - in cui stanno avvenendo questi cambiamenti.
La convenzione
europea, da un lato, le prospettive di allargamento dell’Unione, dall’altro,
sono elementi di quel processo che dovrebbe portare alla costruzione di una
piattaforma politica che, dopo anni di discussioni e di confronti, dovrebbe
essere, per l’Europa, un obiettivo non più rinviabile.
In questo
processo, il nostro paese si accinge a fare la sua parte in condizioni che,
come dimostrano gli ultimi dati relativi alla produzione industriale e al
rallentamento del mercato del lavoro, appaiono particolarmente difficili.
Anche l'obiettivo di raggiungere
la piena occupazione in ambito UE entro il 2010, comincia a essere considerato
un traguardo difficilmente raggiungibile e probabilmente dovrà essere rivisto.
Dobbiamo,
pertanto, tutti noi -parti sociali, imprese, esperti, operatori economici e del
diritto–
avere
ben presenti queste difficoltà, nella consapevolezza di essere ancora lontani
dal raggiungimento dei livelli di crescita teoricamente fissati.
Si
richiede a tutti gli attori sociali uno sforzo culturale capace di tradurre il
nuovo in strumenti concreti ed efficaci, in cui anche il sistema delle tutele
trovi diverse modalità e sia mirato alla difesa del lavoro e non tanto del
"posto di lavoro".
Le
modifiche e le innovazioni avvenute negli ultimi anni nei processi tecnologici
e la globalizzazione dei mercati hanno messo in discussione il tradizionale
modello di impresa e al contempo hanno creato nuove forme lavorative
difficilmente inquadrabili nella bipartizione “lavoro autonomo–lavoro
subordinato”.
In
questo periodo, da ogni parte si levano commenti a sostegno delle diverse tesi
a confronto. Del resto è inevitabile: è così che si alimenta un dibattito
delicato e difficile come quello di riformare il mercato del lavoro in Italia.
Ma,
prima di tutto, non bisogna avere paura del nuovo. Non ancoriamoci ai vecchi
schemi con il risultato di forzare i nuovi strumenti verso rigidità che ne
vanificano la portata innovativa.
E' come
se volessimo governare le nuove imprese, ad esempio quelle web-oriented,
secondo il modello fordista.
Come è
successo, ad esempio, in occasione del recepimento della Direttiva sul part
time: a distanza di un anno l'uno dall'altro, ben due decreti legislativi hanno
saputo compiere i medesimi errori, parlare di flessibilità e negarla,
contemporaneamente, introducendo clausole di rigidità.
La nuova
legge di riforma del mercato del lavoro mette potenzialmente a disposizione
degli attori economici, imprese e lavoratori, ma anche delle organizzazioni che
li rappresentano, una serie di nuovi strumenti che devono essere costruiti e
gestiti per il meglio.
Si va
dalle iniziative sul collocamento, dallo staff-leasing e dalla riforma dei
contratti a contenuto formativo alla revisione della disciplina sul part-time,
ai lavori atipici, alla certificazione della qualificazione dei rapporti di
lavoro ed al rilancio della bilateralità.
In
questo quadro si pone l’esigenza di poter contare sull’attività di parti
sociali che siano realmente rappresentative e che abbiano titolo a tutelare le
esigenze delle categorie associate.
Gli strumenti
in campo dovranno servire anche per far fronte efficacemente al delicato
momento che stiamo attraversando - la situazione in Iraq - ed alla conseguente
fase di incertezza dei mercati e di stagnazione della domanda, in Italia e in
tutti quei Paesi che si fondano sul modello di economia di mercato.
L'occasione
odierna va vista, allora, come un’opportunità per riflettere sui modelli
innovativi di organizzazione dell'impresa e del lavoro, e sulla congruità degli
strumenti proposti, con particolare riferimento alle forme cosiddette
“atipiche”.
E' il
momento propizio per questa riflessione, visto che ci troviamo a cavallo tra la
fase "politica" dell'indicazione dei principi e quella
giuridico-attuativa della emanazione dei decreti delegati.
Ci
auguriamo, piuttosto, di non trovarci di fronte ad un guado superato solo a
metà, come spesso è avvenuto, dove ai principi non hanno poi fatto seguito
interventi concludenti e coerenti.
E' stato
detto, proprio in questi giorni, che, dopo la riforma Biagi, quello dell'Italia
è il "mercato del lavoro migliore d'Europa".
Noi
qualche dubbio ancora l’abbiamo e, più prudentemente, diciamo che lo è solo
"in potenza". Dobbiamo allora augurarci che lo diventi “in atto” il
più presto possibile.
La
rapidità e l'efficacia dei provvedimenti attuativi, la disponibilità a tener
conto anche delle indicazioni di esperti e di addetti ai lavori rappresentano
un fattore di successo di questa importante riforma e, forse, la vera cartina
di tornasole.
Buon
lavoro a tutti