Vorrei arrivare subito al punto illustrandovi i motivi di
fondo per i quali riteniamo che questo disegno di legge finanziaria e il
decreto legge per lo sviluppo che l’accompagna siano entrambi insoddisfacenti e
sostanzialmente inadeguati rispetto agli obiettivi di crescita che il Governo
si propone di realizzare nel 2004. E i motivi che legittimano le nostre
perplessità sono, in estrema sintesi, sostanzialmente tre.
Primo: non si comprende come, in presenza di una crisi
economica internazionale che, allo stato delle cose, appare tutt’altro che
risolta, il Governo possa considerare come dati già acquisiti sia un aumento
delle esportazioni del 5,6%, a fronte del –1,5% del 2003, sia un aumento delle
importazioni del 7,4%, a fronte del 2% di quest’anno.
Per saltare, cioè, dall’attuale sponda, sicuramente
caratterizzata da una forte crisi congiunturale che ha ormai tutti i connotati
della recessione, a quella di uno sviluppo di tale entità e portata,
occorrerebbero, infatti, strumenti e soprattutto risorse che né il decreto per
lo sviluppo né la legge finanziaria oggi contengono.
Secondo: gli strumenti predisposti dal programma del
Governo a sostegno della domanda delle famiglie non sono certamente sufficienti
per portare i consumi interni dall’attuale fase di sostanziale stagnazione ad
un aumento del 2,3%. Per realizzare, nell’arco di un solo anno, questo forte
stimolo della domanda interna occorrerebbe porre mano a strumenti, soprattutto
di carattere fiscale, che, nelle misure predisposte dal Governo, appaiono
esigui, ed anzi, per certi versi, inesistenti. E siccome sono i consumi interni
a determinare oggi almeno il 60% del nostro prodotto interno loro, è la stessa
crescita complessiva ad essere, anche per il 2004, a forte rischio. La
sottovalutazione di questo problema ci sembra oggi la questione più grave.
Terzo: se da un lato appare assai difficile - i dati reali
ci dicono, infatti, l’esatto contrario - che si riesca a realizzare l’obiettivo
programmatico della riduzione della crescita della spesa complessiva della
pubblica amministrazione dall’1,4% del 2003 allo 0,9% del 2004, dall’altro non
si comprende come possa realizzarsi, partendo dal meno 0,6% di quest’anno, un
aumento degli investimenti del 3,5%. E questo perché non si è data fino ad ora
risposta a quella che resta la vera incognita di fondo: con quali risorse, data
la crisi della domanda interna e delle esportazioni, il Governo possa, per un
verso, fronteggiare i problemi di contenimento del debito e, per altro aspetto,
rafforzare, invece, gli impegni di spesa per gli investimenti, soprattutto nel
campo delle infrastrutture.
E’ già accaduto più volte, nel corso degli ultimi due
anni, che il Governo, a causa dell’aggravarsi della situazione economica, sia
stato costretto a rivedere al ribasso e in modo sostanziale tutte le sue
previsioni di crescita e i suoi impegni di investimento, provocando di
conseguenza un forte ridimensionamento delle aspettative delle imprese e delle
famiglie.
Non vorremmo - e il rischio c’è ed è assai palpabile -
che, anche nel 2004, si dovesse ripetere un’analoga situazione con altre ed
improvvise docce scozzesi che il mercato difficilmente sarebbe ancora in grado
di sopportare.
E, da parte nostra, c’è un altro, forte elemento di
critica: il fatto che, ancora una volta, il Governo abbia sostanzialmente
disatteso l’impegno, che pure ufficialmente aveva assunto, di far precedere il
varo del disegno di legge finanziaria da un’ampia e questa volta sostanziale
concertazione con le parti sociali.
Ebbene la concertazione anche questa volta ha assunto,
invece, aspetti più formali che fattuali, non consentendo di valorizzare il
contributo che le parti sociali avrebbero potuto fornire per l’individuazione
di strumenti che potessero davvero servire a condurre la nostra economia sul
binario della ripresa e dello sviluppo.
Le nostre previsioni, rispetto a quelle del Governo, ci
sembrano caratterizzate da un’impostazione più realistica.
|
|
DPEF LUGLIO '03 |
RPP SETTEMBRE ‘03 |
CONFCOMMERCIO |
|||
|
|
2003 |
2004 |
2003 |
2004 |
2003 |
2004 |
|
PIL |
0,8 |
2,0 |
0,5 |
1,9 |
0,3 |
1,1 |
|
Importazioni |
3,7 |
6,8 |
2,0 |
7,4 |
1,8 |
3,9 |
|
- Spesa delle famiglie residenti |
1,2 |
1,8 |
1,8 |
2,3 |
1,1 |
1,2 |
|
- Spesa delle AP |
1,4 |
0,2 |
1,4 |
0,9 |
1,4 |
1,1 |
|
Investimenti |
0,8 |
4,2 |
-0,6 |
3,5 |
-2,0 |
2,5 |
|
Esportazioni |
2,0 |
6,3 |
-1,5 |
5,6 |
-1,5 |
3,0 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
DEFICIT/PIL |
2,3 |
1,8 |
2,5 |
2,2 |
2,5 |
2,4 |
|
DEBITO/PIL |
105,6 |
104,2 |
106,0 |
105,0 |
106,0 |
105,4 |
Lette nel loro insieme, queste nostre previsioni dicono
che l’inflazione va tenuta sotto controllo, ma rilanciare la crescita è il
problema fondamentale in Italia, in Europa ed in ogni altro mercato.
Colpisce pertanto, in sede di decreto, la lettura politica
delle tensioni esistenti sulla struttura dei prezzi che - anziché analizzare
passaggi e strozzature di filiera e rilevare la caduta di attenzione sulla
politica dei redditi – si rifugia nella tecnica antica, inefficace ed
impraticabile del “bastone” e della “carota”, mobilitando, per un verso, la
Guardia di Finanza ai fini della revisione degli studi di settore e
incentivando, per altro aspetto, panieri di beni di largo e generale consumo,
distinguendo tra esercizi commerciali meritevoli o meno in ragione dei prezzi
praticati.
Rimettere al centro del confronto tra Governo e parti
sociali la politica dei redditi è invece la questione oggi prioritaria,
affinché venga salvaguardata – attraverso obiettivi e vincoli condivisi tra
pubblico e privato - la coerenza tra il tasso d’inflazione programmata, fissato
nel Dpef all’1,7%, e le stime del tasso medio d’inflazione su base annua
intorno al 2,4% per il 2003, e le previsioni intorno al 2% per il 2004.
Il Fisco
La manovra per il 2004 conferma le scelte di composizione
quantitativa e qualitativa esposte nel Dpef: un terzo di misure a carattere
permanente, due terzi di misure one-off.
Quel che ci interessa, e naturalmente ci preoccupa, non è
il dibattito su vizi e virtù comparative di misure strutturali ed “una tantum”.
Quel che ci preoccupa è che, nel complesso, secondo lo stesso Dpef, la
pressione fiscale dovrebbe restare al di sopra del 40% anche a fine legislatura
e che, nell’ultimo anno, secondo i dati della Banca d’Italia, si sia attestata
intorno al 41,6%.
Condoni e concordati sui ricavi incrementali rispetto ai
parametri di congruità e coerenza emergenti dagli studi di settore concorrono
alla determinazione di questi livelli di pressione fiscale ed introducono
condizioni di eccezione straordinaria alle regole contributive, che rischiano,
se ripetutamente confermate, di ingenerare attese patologiche.
Per l’adesione al concordato preventivo, sui ricavi di
partenza del 2001 - costituiti dal maggior valore tra i ricavi dichiarati e
quelli risultanti dagli studi di settore, con possibilità di adeguamento al
maggior valore di questi ultimi - opererà, come noto, un incremento del 9% per
il periodo d’imposta 2003, ed un ulteriore incremento del 4,5% rispetto al 2003
per il periodo d’imposta 2004. Sul versante del reddito d’impresa o di lavoro
autonomo, opera – a salvaguardia della tenuta del gettito – un incremento
parallelo del 7% per il primo periodo d’imposta e del 3,5% per il secondo.
Tali incrementi non tengono, a nostro avviso, conto delle
difficoltà del ciclo congiunturale apertosi proprio nel 2001, talché la loro
mitigazione appare condizione essenziale per l’atteso concorso dell’istituto
alle entrate dello Stato.
Troviamo poi davvero sorprendente che, anche a fronte del
debutto dell’aliquota IRES al 33%, si sia interrotto, nel contesto della
prossima Legge Finanziaria, il processo di depurazione, a partire dalle PMI,
della base imponibile dell’IRAP dalla componente costituita dal costo del
lavoro.
Rispetto a questa esigenza, che ci sembra ancora oggi
compatibile con i margini della manovra, un intervento limitato alla riduzione
dell’incidenza della pressione fiscale per incentivare il rientro in Italia dei
ricercatori residenti all’estero sortirà per un verso effetti scarsamente
apprezzabili in termini di sostegno alla competitività delle imprese, mentre –
per altro aspetto – non darà risposta alla questione centrale: ridurre gli
effetti distorsivi dell’IRAP sulle imprese work-intensive.
Tanto per le ristrutturazioni edilizie quanto per un
settore fondamentale per la nostra economia quale è quello del turismo, resta
poi determinante l’accelerazione del confronto tra i Governi dell’Unione
europea sul tema della riduzione delle aliquote IVA. Ciò anche al fine di
consentire il coordinamento tra la previsione del disegno di legge finanziaria
che proroga, per tutto il 2004, la detrazione Irpef del 36% per le
ristrutturazioni edilizie con la proroga, operata con il decreto solo fino a
dicembre 2003, per l’applicazione dell’aliquota IVA ridotta.
In ogni caso, potrebbe e dovrebbe essere adottato, in sede
di legge finanziaria, il provvedimento volto a consentire la detraibilità IVA
per il cosiddetto turismo d’affari, misura già adottata da importanti
competitori all’interno dell’Unione europea.
Proprio in ragione del nesso intercorrente nella struttura
di riforma del sistema fiscale varata dal Governo tra nuovi scaglioni di
aliquote sui redditi personali, progressività e deducibilità, occorre poi che
le politiche di sostegno alla domanda facciano leva sugli strumenti delle
detrazioni e delle deducibilità, confermando e potenziando il modello
d’intervento già in opera per le ristrutturazioni edilizie, anche in direzione
di una più ampia gamma di beni di consumo ed anzitutto di quelli connessi al
sistema-casa.
E’ questo, a nostro avviso, il modo per costruire una
politica per le famiglie meno episodica – rispetto alla logica dell’assegno di
natalità - e più orientata a consentire un accesso al mercato ed ai suoi
servizi, che possa dare risposta alle domande dei nuclei familiari, degli
anziani ed alla crisi della natalità.
In materia di accise, ed in attesa che in attuazione della
delega per la riforma del sistema fiscale si proceda al loro riordino
sistematico, segnaliamo la necessità e l’urgenza che l’aliquota agevolata
relativa al gas metano per uso industriale venga applicata anche alla
distribuzione commerciale.
Quanto al Patto di Stabilità Interno, la proroga
dell’operatività dell’Alta Commissione per il Federalismo non è certamente
sufficiente, da sola, a risolvere il vero e proprio cono d’ombra dal quale
sembra essere avvolta la questione del federalismo fiscale nell’ambito di una
transizione attenta all’asse del riassetto delle competenze tra i soggetti
istituzionali, ma non altrettanto pronta ad interrogarsi sul rapporto tra costi
e benefici per cittadini ed imprese e sulla necessità della compiutezza e
certezza degli ordinamenti normativi ed amministrativi.
Peraltro, i blocchi delle addizionali lasciano esposti
questi cittadini e queste imprese ad una crescita liberamente compensativa e
non governata del peso dei tributi locali.
Innovazione ed incentivi
Dall’esame del decreto e della legge finanziaria, emerge
poi la scelta di connotare gli strumenti di sostegno agli investimenti delle
imprese in direzione del riconoscimento della centralità dei processi di
innovazione, ricerca e sviluppo.
Questa scelta coglie, indubbiamente, uno degli snodi
centrali della sfida competitiva con cui le imprese italiane si stanno
confrontando. Al riguardo riteniamo però necessarie due segnalazioni
fondamentali.
Occorre, anzitutto, che nuovi strumenti di sostegno, o la
revisione di quelli esistenti, tengano in debito conto l’esigenza della tempestività
dei tempi operativi e della certezza, stabilità ed adeguatezza delle dotazioni
finanziarie di riferimento. Ed ancora, se si riconosce che innovazione, ricerca
e sviluppo sono questioni centrali per l’insieme del sistema produttivo del
Paese, non se ne può allora non ricavare la necessità che vecchi e nuovi
strumenti operino compiutamente secondo una logica di selezione di merito dei
progetti, superando riserve a monte di tipo settoriale e/o dimensionale, a
partire dall’accesso agli esistenti FAR e FIT ed ai nuovi prospettati
interventi a valere sulle risorse derivanti dalle operazioni di
cartolarizzazione.
Quanto alla cosiddetta “Tecno-Tremonti”, sarà essenziale –
per la definizione della sua capacità d’impatto – una più precisa indicazione
delle iniziative ammissibili ai fini dell’accesso alla detassazione degli utili
reinvestiti, per ora genericamente ricomprese sotto la cifra della ricerca e
sviluppo. E se è importante, sul versante dell’export, il sostegno alla
partecipazione alle fiere all’estero, altrettanto rilevante sarebbe – in una
logica di valorizzazione del mercato interno – analogo riconoscimento e
sostegno per le spese indirizzate al marketing, alla comunicazione ed alla
pubblicità.
Il sostegno all’export trova poi logica integrazione nelle
misure di rafforzamento dei marchi e dei diritti di proprietà intellettuale e
del ruolo delle dogane.
Le iniziative per la realizzazione di poli d’eccellenza
(Istituto Italiano di Tecnologia e Collegio d’Italia) sono certamente utili.
Ma, intanto, occorrerebbe concentrare gli sforzi sulle eccellenze già presenti
nel sistema della ricerca italiana, favorendo la collaborazione tra le imprese
e l’Università, in una logica di valorizzazione e costruzione di distretti
produttivi integrati.
L’impegno per l’innovazione è questione emergente ed
urgente per le imprese italiane. Non può però essere dimenticato che
altrettanto urgente, ed emergente rispetto all’impatto dei parametri di Basilea
2 in materia di rating creditizio, è la questione storica del rapporto tra
impresa diffusa e sistema bancario, tanto sul versante delle condizioni di
accesso al credito quanto su quello dei costi dei finanziamenti.
Per questo ben venga la decisione di affrontare, in sede
di decreto, la riscrittura delle regole ordinamentali e di esercizio della
garanzia mutualistica nel nostro Paese. Occorre, però, rispetto alle soluzioni
adottate con l’attuale testo del decreto, introdurre alcuni elementi di
gradualità, che accompagnino l’evoluzione del sistema consortile.
Andranno inoltre verificati gli effetti concreti degli
incentivi alla quotazione e delle riduzioni d’imposta per gli organismi di
investimento specializzati in società quotate di piccola e media
capitalizzazione.
Resta poi essenziale per l’impresa diffusa e per le piccole
e medie imprese industriali la questione dell’adeguato finanziamento del Fondo
Unico per gli incentivi, istituito presso il MAP, che alimenta un’ampia gamma
di interventi regionalizzati - tanto più importanti in relazione al
trasferimento federalista di compiti determinanti per le politiche di sviluppo
alle Regioni - come peraltro è già stato puntualmente segnalato dalla
Commissione Attività Produttive della Camera.
Innovazione ed incentivi, ancora, dovrebbero essere
declinati, a nostro avviso, anche sul terreno delle politiche per la sicurezza,
rinnovando l’impegno, già espresso nella finanziaria dello scorso anno, al
sostegno dei processi di adozione di tecnologie di sicurezza.
Ricordiamo, infine, l’inadeguatezza delle misure di
sostegno all’emittenza locale, che prevedono un incremento, nel 2004, di soli
10 milioni di euro, a fronte della previsione di 50 milioni di euro contenuta
negli Ordini del Giorno di Senato e Camera, già accolti dal Governo.
Le risorse per il Mezzogiorno
Gli otto miliardi di euro di rifinanziamento del Fondo per
le aree sottoutilizzate vengono spalmati nel triennio attraverso una
ripartizione che prevede, per il 2004, soltanto 100 milioni di euro, circa
1.161 milioni di euro nel 2005, 6.350 milioni di euro nel 2006. Nel 2007, sono
previsti poi 2.700 milioni di euro.
L’operatività del Fondo, nel 2004, dovrebbe essere
comunque assicurata dalla dotazione già disponibile per circa 8 miliardi di
euro, utilizzabili – secondo la flessibilità del Fondo – anche per gli
interventi di incentivazione gestiti dal Ministero delle Attività Produttive, a
fronte del loro mancato rifinanziamento, ivi compresa la “488”.
Rispetto alla quale è urgente un ripensamento complessivo
che tenga conto dei suoi effetti reali e settoriali in termini di consolidamento
e crescita dell’occupazione e di capacità di riorientare la struttura
produttiva del Mezzogiorno.
Infrastrutture e servizi
Esiste un nesso forte tra deficit di produttività e
deficit competitivo di dotazione di stock infrastrutturale. Ma proprio i
vincoli derivanti dal quadro della finanza pubblica richiedono una più attenta
selezione delle priorità, che privilegi, ad esempio, le infrastrutture
essenziali per la catena logistica in relazione agli assetti produttivi di
livello territoriale. All’interno di questo approccio, bisogna poi migliorare
la capacity-building di amministrazioni ed enti di spesa, anche come condizione
preliminare ad un più marcato ricorso al project-financing.
Restano queste, a nostro avviso, le priorità d’azione sul
versante delle infrastrutture. Restano questi gli interrogativi che vanno
sciolti per rendere più concreta la cornice di riferimento dell’”Azione Europea
per la Crescita” e la connessa strategia di finanziamento fondata sulla
capacità di indebitamento della Banca Europea per gli Investimenti e, per quel
che riguarda l’Italia, sulla trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in
società per azioni.
Le privatizzazioni
Ridurre e riqualificare la spesa pubblica corrente resta
una priorità per il Paese, posto che lo stock complessivo di debito pubblico ci
conferma al primo posto della poco lusinghiera classifica tra i paesi membri
dell’Unione europea, con un valore prossimo al 105% sul Pil nel 2004.
Rispetto a questa necessità, giudichiamo positive le norme
volte a favorire la ripresa e l’accelerazione del processo delle
privatizzazioni. L’esigenza di trasparenza va tuttavia riferita non solo agli
aspetti procedimentali delle privatizzazioni, ma anche e soprattutto
all’obiettivo finale di conseguire liberalizzazioni produttive di apprezzabili
benefici per l’utenza finale.
Mentre, in considerazione delle economie più stimate che
verificate derivanti dal sistema delle convenzioni Consip, segnaliamo
l’esigenza di confermare le previsioni di cui all’art. 15 del decreto ,
concernenti la soppressione dei commi 1 e 2 dell’art. 24 della legge
finanziaria dello scorso anno (soglia e soggetti obbligati).
Il condono edilizio
Rispetto alle chiare esigenze di cassa - con una
previsione di entrate per oltre 3 miliardi di euro - che hanno portato
all’assunzione della decisione di un condono edilizio pesante ed esposto ai
pericoli del contenzioso derivante dal carattere concorrente del governo del
territorio nel quadro costituzionale attualmente vigente ed al suo impatto sui comportamenti
tanto dei privati che della funzione pubblica, può essere comunque segnalato
l’intento di procedere al finanziamento dei fondi di riqualificazione, difesa
idrogeologica e paesaggistica. Importante è inoltre la previsione dell’obbligo
per i Comuni di adottare entro tempi stretti gli strumenti urbanistici, laddove
ne siano privi, pena lo scioglimento dei Consigli.
Ma il condono edilizio resta, anzitutto, uno dei capitoli
determinanti per la composizione della parte della manovra affidata alle misure
one-off, accanto alla cessione di immobili di proprietà dello Stato per circa 5
miliardi di euro ed alla cessione e riaffitto di immobili d’uso governativo per
circa 1 miliardo di euro. A fronte di questa esigenza, non può però essere
sottaciuta la necessità di chiarire la portata del combinato disposto dei commi
21 e 22 dell’art. 32 rispetto alla rideterminazione dei canoni demaniali.