Napoli, 7 marzo
Ci sono almeno quattro
mega-fattori, tra loro strettamente connessi, anzi quasi consequenziali, che
impediscono ad una pur vitale e dinamica Regione come è certamente la Campania
di puntare ad un reale sviluppo riducendo così il gap economico, ma non
soltanto economico, che oggi esiste con le Regioni del Nord. Il primo è
rappresentato dalla persistente e assai grave carenza di tutte le
infrastrutture di base: la Campania ne possiede oggi il 25% in meno della media
italiana e addirittura il 50% in meno di quella europea. Il che ha prodotto e
continua a produrre effetti pesantemente distorsivi su tutto il sistema. Le
imprese, infatti, dovendo sopportare, a causa di questa grave carenza,
eccessivi oneri e costi di impianto e di gestione o vanno a fare altrove i loro
investimenti o decidono di imbucarsi nel sommerso. E, difatti, il valore
aggiunto prodotto, in questa regione, dall’economia sommersa ha raggiunto oggi
il 24% del Pil, una percentuale che è seconda solo a quella della Calabria. La
controprova sta nel fatto che, il 25,9% delle unità lavoro oggi esistenti in
Campania sono da considerarsi, a tutti gli effetti, “irregolari”. Il che vuol
dire che 443 mila persone, su un totale di un milione e 710 mila occupati -
perché questo è il dato che ci fornisce l’ultimo censimento - lavorano in nero
cioè senza tutele, contributi, garanzie o altro. Questa situazione che è
certamente, da ogni punto di vista, abnorme spiega molte altre cose. Spiega, ad
esempio, perché, in questa regione, vi sia un gran numero di imprese che
produce prodotti contraffatti e quindi fuori legge - un business che, in
Italia, ha preso piede e cresce del 20% l’anno - ma spiega anche l’espandersi,
in misura quasi esponenziale, del fenomeno dell’abusivismo che ormai ha
raggiunto ogni settore merceologico. Spiega, infine, i motivi per cui la
criminalità organizzata riesca ad operare, in questa regione, con carte
vincenti condizionando il mercato e lucrando su ogni tipo di attività economica.
Sono problemi che si trascinano da anni, ma ciò che preoccupa è che la loro
soluzione sembra ancora assai lontana, quasi una quadratura del cerchio. In
sostanza, le organizzazioni criminali, ben ramificate in tutta la regione,
svolgono una funzione “supplente”: da un lato, forniscono un buon grado di
copertura, ovviamente traendone consistenti ricavi, all’economia illegale,
dall’altro, operano in modo da gestirla direttamente o controllarla a vista
cercando di aumentarne peso, consistenza e area di influenza. In più, facendo
leva su un andamento dell’economia non certamente positivo, fanno di tutto per
condizionare - e l’espandersi di fenomeni come il racket e l’usura ne sono la
prova - quei settori di imprese che cercano, sia pure in condizioni sempre più
difficili, di tenere in vita le loro attività.
E’ facile, partendo da questo
assunto, trarre qualche conclusione: o lo Stato e le altre istituzioni si
decideranno ad accelerare, assai più di quanto non abbiano fatto fino ad ora, i
piani di investimento, soprattutto nel comparto delle infrastrutture, o i
fenomeni distorsivi da me elencati tenderanno ad accentuarsi, anzi a mettere
ancora più profonde radici che poi sarà assai difficile sradicare.
E’ certamente vero che, in questi
ultimi anni, sono state potenziate le operazioni di contrasto sia nei confronti
delle attività svolte dall’economia illegale sia nei confronti della vera e
propria criminalità organizzata. Ma è altrettanto vero che se non si
elimineranno finalmente le cause di fondo che hanno determinato, nel tempo,
l’espandersi di questi fenomeni, la legalità continuerà ad essere un presidio
solo di superficie e, sotto il profilo economico, in gran parte virtuale.
E, oltre a risolvere il problema
delle infrastrutture, credo che sia venuto il momento di mettersi a tavolino e
ripensare seriamente quali debbano essere le altre priorità a cui porre mano
per produrre vero sviluppo. Perché oggi c’è una sostanziale asimmetria tra il
tipo di incentivi che vengono adottati e quelle che sono, almeno nel breve periodo,
le reali potenzialità che offre il sistema. E a dimostrazione di ciò basta
citare un dato. Nel 2002, le imprese di tipo industriale, quelle che oggi
assorbono più dell’80% degli incentivi dello Stato, non sono aumentate nemmeno
di una unità: erano, in Campania, 5935 e tali sono rimaste. Il commercio,
invece, nello stesso periodo di tempo, ne ha create altre 1.573, il turismo
228, i servizi 534, segno che il sistema si sta sviluppando in una direzione
sostanzialmente diversa da quella che lo Stato aveva ritenuto di programmare.
Quando finalmente ci si deciderà a prendere atto che sono questi i settori che
creano oggi più valore aggiunto? E, a parte gli incentivi - solo briciole per
questo tipo di imprese - cosa si sta realmente facendo per contrastare quei
fenomeni - abusivismo, produzione e vendita di prodotti contraffatti, lavoro
nero, ecc. - che depotenziano fortemente le possibilità di sviluppo di tutti i
settori del terziario di mercato? Talvolta, riflettendo su questi dati,
sicuramente incontrovertibili, ho l’impressione di confrontarmi con ciechi e
sordi. Ciechi perché questi interlocutori non sembrano vedere quali profonde
mutazioni siano intervenute, in questi ultimi anni, nell’evoluzione del sistema
economico. O piuttosto fanno finta di non vedere perché a qualcuno fa comodo
lasciare le cose come stanno. Sordi perché non raccolgono o non hanno voglia di
raccogliere gli appelli di tutti coloro che, operando in imprese del commercio,
dei servizi e del turismo, chiedono non sussidi o forme di assistenzialismo, ma
solo infrastrutture che davvero funzionino e che quindi consentano di abbassare
i costi di esercizio, un serio presidio delle aree urbane, una tassazione più
equa, migliori servizi di base, interventi che servano a contrastare con
maggiore efficacia, strada per strada, comune per comune, il dilagare
dell’economia illegale cioè di quella economia che, non pagando tasse e avendo
forti protettori alle spalle, sta distruggendo il mercato.