Non è certo un caso che si
concluda proprio a Milano, centro, fulcro di quella parte del sistema-Italia
che ha saputo, negli anni, costruire più ricchezza e più lavoro, questo tour
che Confcommercio ha deciso di fare in molte altre città italiane, del Nord
come del Sud, per spiegare i motivi per i quali va respinto questo referendum,
parto di persone, certamente di tutto rispetto, ma che hanno una visione della
società, del progresso e dello sviluppo sostanzialmente, radicalmente diverse
dalle nostre e, credo o almeno mi auguro di credere, della maggior parte degli
italiani.
Un tour che mi ha anche consentito
di toccare con mano quali siano oggi i veri problemi non risolti di questo
paese: grave carenza di infrastrutture con porti che non sono porti, ferrovie
che non sono ferrovie, trasporti intasati, collegamenti impossibili. E poi una
pressione fiscale quasi asfissiante, una burocrazia lenta e costosa che, di
fatto, frena ogni processo di sviluppo e giovani che, al Sud ma non solo al
Sud, sono costretti, per mancanza di lavoro, a restare confinati ai margini,
anzi oltre ai margini di ogni tipo di struttura produttiva. E poi ancora
l’abusivismo che, per mancanza di controlli, si ingrossa ogni giorno di più,
innumerevoli forme di illegalità che trasformano il mercato in una specie di
giungla senza regole. Ed è proprio un miracolo che, nonostante tutto questo, si
riesca, in qualche modo, a tirare avanti. Molta gente non sa ancora nulla,
proprio nulla di questo referendum
anche perché, nella televisione di Stato come altrove, si continua a parlare di
tutto ma non di questo problema come se, il parlarne, suscitasse qualche
imbarazzo. E chi, invece, ne conosce o ne apprende finalmente i contenuti resta
stupefatto perché non capisce come possa essere venuto in mente a qualcuno di
togliere agli oltre tre milioni e
mezzo di piccole imprese italiane, quelle che tirando affannosamente la
carretta producono oggi quasi la
metà del nostro prodotto lordo, l’unico strumento loro rimasto– il regime
differenziato stabilito dallo
Statuto dei lavoratori- per restare a galla e non chiudere, invece, bottega. La
verità è che questo referendum, non a caso proposto solo da Rifondazione
comunista e da pochi altri, non ha avuto tra i suoi promotori, come sarebbe
stato legittimo trattandosi di materia squisitamente sindacale, le grandi
organizzazioni sindacali le quali oggi o mantengono, come la Cgil, una
posizione ambigua o, come la Cisl e penso anche la Uil, si sono già dichiaratamente
espresso per il no. E, difatti, la proposta che esso contiene è intrisa di
vecchie ideologie che ormai non hanno più radici nella moderna economia ed
anche di molta demagogia. Da qui l’imbarazzo che traspare, di fronte a questo
referendum, anche nei partiti del centro sinistra. Essi cercano di restare in
disparte perché temono che cavalcare oggi una simile riforma potrebbe significare, come è accaduto
per Jospin in Francia con le sue 35 ore, perdere ogni possibilità di vincere le
prossime elezioni. Sanno che cavalcarla significherebbe fare, come appunto è
accaduto in Francia, solo un grosso regalo alla destra e a tutto ciò che si
muove intorno ad essa.
Ma aver ragione, in un paese come
l’Italia dove tutto procede sempre in modo confuso, non basta. Ecco il perché
della nostra mobilitazione alla quale presto si aggiungerà l’iniziativa del
comitato del no di cui fanno parte tutte le associazioni di imprese. Noi
abbiamo provato a fare una simulazione di quel che potrebbe accadere, sul
versante dell’occupazione, se sciaguratamente venisse approvato questo
referendum. A bocce ferme, se cioè venisse rispettata la previsione di una
crescita del Pil, nel 2003, dell’1,2% e, nel 2004, del 2,2%- e sappiamo bene,
vista l’imminenza di un conflitto, quanto queste previsioni possano essere
ottimistiche, verrebbero perse, nel 2003, e solo nelle piccole imprese, dalle
60 alle 70 mila unità di lavoro permanente che, nel 2004, diventerebbero più di
170 mila. Ma finirebbero per diminuire anche le unità di lavoro a tempo determinato
perché è assai probabile che, con questa riforma, molte piccole imprese si
vedrebbero costrette ad uscire dalla legalità per tuffarsi nel grande mondo del
sommerso.
E questo mentre continua
inesorabile- meno 35 mila unità nel 2002- la caduta di occupazione nel mondo
delle grandi imprese, una caduta che ormai appare come irreversibile. E questo
fenomeno colpirebbe soprattutto la popolazione giovanile cioè quella che oggi
non riesce a trovare posti di lavoro: 20% al Nord, 54% al Sud.
E vorrei fornirvi un ultimo dato
che riguarda proprio Milano e la sua provincia. Dal 1995 al 2000- non esistono
purtroppo dati più recenti- le unità di lavoro permanente sono scese,
nell’industria, dal 33,7% al 31,2% e il valore aggiunto dal 34,8% al 31,3%. Le
imprese del terziario cioè soprattutto dei servizi sono aumentate, per unità di
lavoro permanente, nello stesso arco di tempo, dal 65,7% al 68,3% con un valore
aggiunto che è passato dal 64,9% al 68,5%. E se il Pil, per le ragioni a cui
prima ho accennato, non riuscisse, cosa più che possibile, ad aumentare secondo
le attuali previsioni? Quindi anche le attività di Milano e della sua
provincia, che oggi rappresentano sicuramente il cuore dell’economia, si stanno
spostando in modo significativo
verso il settore del terziario, l’unico o quasi a produrre nuova occupazione.
Lasciamo passare questo referendum è anche qui, nella grande Milano, si
rischierà il black- out.