Ci saranno pure dei motivi per i
quali in Germania, in Olanda,
nella stessa Francia, molti giovani decidono, assai più di quanto non accada
oggi in Italia, di diventare
imprenditori o di subentrare al timone di piccole aziende gestite dai genitori
e parenti.
Si tratta di motivi plausibili sui
quali è necessaria un’attenta riflessione.
Il primo è che le nuove generazioni che approdano al mondo del lavoro, non solo con un tasso di scolarizzazione assai maggiore delle generazioni precedenti, ma anche con un bagaglio di conoscenze e di esperienze che ha consentito loro di vedere come, al di fuori dei nostri confini, funziona il sistema economico e quello imprenditoriale in particolare, hanno un più che giustificato timore di assumersi, in proprio, tutti i rischi che, invece, tuttora comporta l’operare, con responsabilità primarie, all’interno del sistema imprenditoriale italiano.
Danno un’occhiata ad Internet,
fanno i dovuti confronti, danno un’occhiata alle ricerche che documentano
l’evidente gap che esiste, a questo riguardo, tra il nostro sistema e quello di
altri paesi e ,una volta tirate le somme, preferiscono tentare altri sbocchi,
prendere altre strade meno rischiose.
Sentono dire che, ad esempio, in
Germania il disbrigo delle pratiche amministrative per la conduzione e la
gestione di una piccola impresa richiede un giorno di lavoro l’anno e non 37
come in Italia e scappano. Si accorgono che, in Italia, sul reddito di una
piccola impresa, la pressione fiscale incide per più del 53% e che di veri
incentivi non vi è, da parte dello Stato, nemmeno l’ombra e fuggono altrove.
Scorrono l’elenco delle imposte locali a cui una piccola impresa è sottoposta e
cadano loro le braccia. Si informano sulle vessatorie norme imposte , in
Italia, dalle banche per
l’accensione di un credito che serva all’avviamento di una nuova attività
imprenditoriali o all’attuazione di un suo programma di sviluppo e preferiscono
gettare la spugna. Prendono visione della serie sterminata di lacci e laccioli
che condizionano , nel nostro paese, i rapporti di lavoro e………e dicono: ma chi
me lo fa fare di aprire un’attività nella quale poi il mio potere di gestione è
condizionato in modo così abnorme?
E, infine, sentono parlare di
questo referendum che , se venisse approvato, toglierebbe alle piccole imprese
anche quel sia pure piccolo margine di flessibilità concesso dallo Statuto dei
lavoratori e…….
E’ vero che l’imprenditoria
giovanile ha fatto, in Italia, rispetto a dieci anni fa, qualche passo avanti,
ma ne avrebbe potuto fare assai di più e in ogni direzione se il nostro sistema
si fosse realmente adeguato, come hanno fatti molti altri paesi, alle esigenze
di un’economia che oggi cammina, anzi corre su binari , con strutture , nel contesto
di leggi che sono profondamente cambiate.
Per evitare che i giovani non si
accorgano della sostanziale differenza che oggi esiste tra il sistema italiano
e quello degli altri paesi, bisognerebbe togliere loro il passaporto impedendo
loro di poter fare confronti. E, invece, i giovani, com’è giusto, viaggiano con
occhi bene aperti, valutano e confrontano e quando tornano a casa si chiedono a
che titolo il nostro paese fa parte dell’Europa avendo esso leggi,
infrastrutture, politiche, sistemi fiscali, burocrazia, costi amministrativi
che gli altri paesi che si trovano al di là dei nostri confini hanno
abbandonato da tempo.
Ecco il vero nodo da sciogliere e
può darsi che, prima o poi, venga sciolto e che, prima o poi, si arrivi
veramente ad una sostanziale modernizzazione del nostro sistema. Ma quando
tempo ci vorrà per realizzarla? Un’altra generazione o forse due cioè quando
noi giovani saremo già vecchi?
Quel che più preoccupa i giovani è
l’assenza di una reale democrazia di mercato cioè di un sistema in cui lo
spirito di iniziativa, le capacità individuali, la preparazione non solo
contino veramente qualcosa, ma siano adeguatamente valorizzate e supportate da
un sistema che punti davvero al rinnovamento.
Da questo traguardo il nostro
sistema è purtroppo ancora lontano anni luce. E questo determina un gap che
frustra i giovani, li demotiva, li porta a non puntare mai in alto.
Un gap che costringe alla
disoccupazione il 20% dei giovani anche di alta scolarità, 20% che, nelle
regioni meridionali, supera addirittura il 53%.
Siamo dunque ad una equazione
irrisolvibile? Noi continuiamo a sperare di no. Ma , per risolverla, occorre
davvero un salto di corsia, un processo radicale di modernizzazione del
sistema, una politica che dia alle nuove generazioni la voglia ma anche gli
strumenti, i mezzi, un nuovo contesto di leggi e di indirizzi che consentano
loro di credere nel domani.
E tutto ciò vuol dire consolidare
il principio della libera concorrenza, realizzare programmi di formazione che
siano realmente- oggi non lo sono affatto- adeguati alle esigenze di un sistema
economico che, con quello di dieci- vent’anni fa, ha ormai poco da spartire,
creare strutture che consentano alle donne che intendono entrare e poi emergere
nel mondo del lavoro di poter operare ad armi pari. Non c’è, in questo paese,
solo un’atavica e ormai decisamente antistorica tradizione da estirpare - quella che relega la donna a forme di
lavoro solo subordinato o addirittura marginale , ma anche l’esigenza di creare
infrastrutture che consentano loro di esprimere tutte le loro significative
potenzialità. Basta un dato per esemplificare questo problema: l’Italia oggi
dispone di una percentuale di asili nido del 32% inferiore a quella della
Francia e addirittura del 40% inferiore a quella della Germania. Nel meridione, poi, gli asili
nido continuano ad essere una rarità oltretutto assai costosa.
Provo a tirare le conclusioni. I
giovani imprenditori e le giovani imprenditrici sono l’unica opportunità,
l’unica chance di cui dispone
questo paese per poter puntare allo sviluppo e alla competizione sui
mercati. La profonda e forse irreversibile crisi in cui versa oggi il sistema
delle grandi imprese non consente ormai molte altre alternative. Ma bisogna
dare ai giovani qualche sostanziale motivazione per gettarsi in questa
difficile impresa: meno burocrazia, più attenzione da parte dello Stato, più
incentivi, meno tasse ,più infrastrutture. Non si opereranno questi
cambiamenti, se il sistema , anziché continuare a guardare al passato, non si
occuperà soprattutto di loro, il destino di questo paese appare segnato.
Diventerà un paese suddito dell’Europa, un paese di co.co.co cioè di giovani
che, pur di sopravvivere e di sbarcare il lunario, finiranno per mettere da
parte sogni e ambizioni coltivate in anni di studio per accettare alla fine un
tipo di lavoro che spegnerà il loro entusiasmo.