La crisi che ha
colpito l’economia internazionale e che sta creando seri problemi anche a
quella europea ha valore doppio per il nostro Mezzogiorno. Vale doppio perché
rischia di bloccare un processo di sviluppo che, in quest’area, stava
cominciando a dare, dopo anni di stagnazione, segnali finalmente incoraggianti.
Vale doppio perché la caduta delle esportazioni sommata a quella dei consumi
interni rischia di mandare in corto circuito quel sistema di imprese che, per raggiungere livelli
sufficienti di competitività, ha oggi bisogno, più di ogni altro, di fare
investimenti e di ammodernare gli impianti. Vale doppio perché sta accentuando
il dirottamento di capitali ed investimenti stranieri, quelli delle multinazionali in primo luogo, verso quei paesi
dell’est europeo e del sud est asiatico che, offrendo bassi costi di
produzione, consentono maggiori profitti. Secondo i più recenti dati Ocse,
infatti, l’Italia, per quanto riguarda la capacità di attrarre capitali
stranieri, è scesa al venticinquesimo posto superata di molti punti persino
dalla Grecia. E se il venticinquesimo è il dato medio, figuriamoci quale possa
essere quello del Mezzogiorno.
Per
fronteggiare questa situazione che ha matrici sicuramente internazionali ma che
rischia di produrre effetti pesanti soprattutto nelle aree dove l’economia - ed
è appunto il caso del Mezzogiorno - dispone di minori difese immunitarie,
occorre, credo, muoversi alla svelta adottando terapie che possano essere efficaci
nel breve come nel medio periodo.
E fra le misure
possibili sono almeno tre quelle che dovrebbero avere il bollino della
priorità.
1-
Tentare, in ogni modo possibile, di far recuperare
alle famiglie un po’ di fiducia sulle possibilità di ripresa della nostra
economia. Oggi molte famiglie tengono chiuso il portafoglio perché, frastornate dall’incessante
flusso di notizie sul terrorismo e su tutto quel che gli si agita intorno e
sentendosi abbandonate al loro destino, vivono nel timore che possano venire tempi ancora più bui di quelli
attuali. Così sta lievitando una specie di autarchia di tipo familiare: consumi
ridotti al minimo e risparmi da tenere ben custoditi sotto il materasso. E
questo per un prodotto interno lordo che, in Italia, si alimenta per il 60%
proprio di consumi, è un colpo al cuore. Quindi si tratta, da un lato, di
adottare misure che stimolino il consumo di beni durevoli e, dall’altro, di
offrire alle famiglie forme di investimento che diano interessi più
remunerativi di quelli attuali che oggi, in media, sotto addirittura inferiori
al tasso di inflazione. Questo consentirebbe alle famiglie di recuperare potere
di acquisto e alle imprese del Sud, viste le crescenti difficoltà
che incontra l’export, di vendere di più almeno in Italia esportando al Nord
quel che non riescono più a piazzare nei mercati esteri. Con un’aggiunta di
assoluto rilievo: non c’è regione d’Europa che come il nostro Mezzogiorno abbia
assoluto bisogno oggi di infrastrutture - una carenza che supera addirittura il
60%. E allora perché non attirare verso questo tipo di investimento anche i
risparmi delle famiglie? L’offerta di interessi adeguati potrebbe essere
un’ottima calamita.
2-
Con un deprezzamento del dollaro, sui mercati, che
sta mettendo in ginocchio l’export europeo, è proprio giunto il momento di
ripensare la politica economica dell’Ue perché, se perdura questa situazione,
le imprese francesi o tedesche o italiane rischiano di vedersi scippare, sotto
il naso, e proprio dal dollaro, anche quel mercato dell’est europeo che
sembrava essere fino ad ieri il loro principale destinatario. La verità è che
l’Europa, con la nuova situazione che si è venuta a creare nell’economia
internazionale, non può più andare avanti con una politica di stampo
squisitamente monetarista. Essa, anzi, si sta trasformando in un pericoloso
boomerang. Quindi occorre una sostanziale correzione di tiro: occorre
affiancare a quella perseguita dalla Banca Centrale Europea una vera politica economica che rilanci i
consumi e da essi tragga le risorse necessarie per rilanciare l’occupazione e
per realizzare quelle riforme che oggi, per la vecchia Europa, sono ormai
diventate indispensabili. Il che vuol dire rimettere finalmente mano ad un
Patto di stabilità che forse poteva essere considerato valido prima di Bin
Laden ma che ora sta diventando uno strumento arrugginito, una moneta fuori
corso. E, senza una revisione del patto di stabilità che consenta una politica
più espansionista della spesa, a rimetterci per primo le penne sarà proprio il
nostro Mezzogiorno.
3-
Smetterla una buona volta - e l’appello è
soprattutto rivolto a tutti gli operatori della politica, a qualsiasi
schieramento essi appartengano - con questo assordante e continuo frastuono di
polemiche che, sommate a quel che già producono, per loro conto, le guerre e le
sempre nuove minacce del terrorismo, stanno facendo perdere la trebisonda alla
famiglia media italiana la quale
apre la tv e sente parlare di tutto, di tutto e di più, meno che dei
suoi problemi quotidiani. Che poi, qui nel Mezzogiorno, pesano davvero come
pietre.
L’economia torni ad essere il problema
centrale di ogni tipo di confronto e quella dell’economia meridionale il centro
del centro. Perché il Nord forse- ma è solo un eufemismo - si può permettere il
lusso di vivere, anzi di subire,
per qualche tempo, anche una fase di stagnazione, ma il Mezzogiorno - e questo
dovrebbe essere ben chiaro a tutti -
una cosa del genere non può oggi proprio permettersela. Significherebbe
ritornare, dopo sforzi inauditi per salire di qualche piano, ripiombare di
nuovo in un’economia da sottosuolo cioè da sottosviluppo. Evitiamolo, per
carità.