Trovo assurdo, amici, che
l’impresa italiana e, in particolare, quella parte di essa che ha saputo, in
questi anni, realizzare notevoli performances grazie soprattutto alla sua
originalità e alla forte carica inventiva delle sue idee, sia costretta, per sopravvivere,
a combattere su più fronti.
Proprio come erano
costretti a fare i marines durante la guerra del Vietnam.
Deve, infatti, combattere
contro un agguerrito nemico esterno e cioè la profonda crisi che ha colpito
tutti i mercati - Asia, Europa e Stati Uniti - nei quali si stava espandendo.
Ma, per sopravvivere, è
costretta a guardarsi anche dalle insidie rappresentate dai tanti, troppi
cecchini che sono appostati alle sue spalle.
E credo che valga la pena
di dare a questi cecchini nome e cognome.
In primo luogo,
l’esasperante lentezza che caratterizza il processo di modernizzazione del
nostro sistema-paese.
Passi avanti in questa
direzione ne sono stati certamente fatti, ma la meta appare ancora lontana
centinaia di miglia.
Così gli operatori, per
imporsi sui mercati mondiali, devono fare ogni giorno doppi, tripli salti
mortali per cercare di accreditare l’immagine di un’Italia che, alle loro
spalle, ancora non c’è.
E si deve appunto alla
loro inventiva e alla loro capacità di realizzare idee forti se questo paese,
nonostante tutto, gode ancora di qualche prestigio internazionale.
Ma un giorno o l’altro
questi operatori potrebbero anche stancarsi di fare i pionieri e allora tutto
potrebbe andare a rotoli.
Un altro cecchino è
sicuramente rappresentato dall’irrisolutezza che ha caratterizzato il
comportamento degli operatori della nostra politica.
Se c’era un momento in cui
essi avrebbero dovuto fare ogni sforzo per fornire efficaci strumenti di
sostegno alle imprese - e mi riferisco proprio a quelle dell’alta gamma - che,
tra Sars, Irak e tutto il resto, erano costrette a navigare nella burrasca,
questo momento doveva essere proprio adesso.
Non è stato fatto quasi
nulla e non solo sono crollati i profitti di molte di queste imprese, ma stiamo
rischiando di perdere importanti e preziose quote di mercato.
E riguadagnarle costerà
uno sforzo immenso.
Molte delle imprese
dell’alta gamma rappresentate oggi in questa sala credo che condividano questa
mia angosciosa, assillante, motivata preoccupazione.
E si sarebbe almeno dovuta
fronteggiare la crisi provocata dal crollo della domanda interna, ma neanche su
questo versante sono stati adottati provvedimenti di qualche efficacia.
La verità è che, in questi
due anni, nel nostro paese, sono andate sommandosi due crisi di diversa radice:
quella internazionale, senza dubbio assai grave, la più grave degli ultimi
dieci anni, e quella di un sistema che continua a non essere attrezzato non
solo per mantenere, nei momenti più difficili, un sufficiente grado di
competitività ma anche per affrontare, con speranze di successo, una
competizione sui mercati che è cresciuta in modo esponenziale.
Per questo la nostra
economia ha rischiato e continua a rischiare di andare in corto circuito.
E’ probabile che entro la
fine di quest’anno o nella primavera del 2004 l’economia internazionale possa
finalmente svoltare.
Ce lo auguriamo tutti e
poi è nell’ordine delle cose che questo accada perché paesi come gli Stati
Uniti ma anche quelli della stessa Europa non hanno alcuna intenzione di sopportare
alla lunga processi recessivi.
Ma il punto chiave resta
un altro.
Pesante come un macigno, è
rappresentato dai ritardi che ancora caratterizzano il processo di
modernizzazione del nostro sistema.
Perché se, nei prossimi
mesi, non verrà impressa finalmente una forte accelerazione al programma di
riforme che il governo ha in cantiere, e che fino ad ora è stato realizzato in
modo assai incerto ed ondivago, sarà difficile che il treno della ripresa si
fermi anche alla nostra stazione.
E qui ai gestori della
politica vanno posti alcuni interrogativi che riguardano proprio la sostanza
dei problemi che questo paese si trova oggi costretto ad affrontare.
Il primo. E’ più che
normale che all’interno dei partiti che formano la maggioranza dell’attuale
governo possano nascere divergenze e contrasti su contenuti e priorità di un
programma che, proprio perché intende realizzare vere ed importanti riforme di
sistema, ha carattere di assoluta straordinarietà andando ben oltre la normale
amministrazione.
Ma sarebbe un vero guaio
per il paese se questi contrasti, anziché produrre l’effetto desiderato cioè
quello di una reale accelerazione delle riforme, finissero con il diventare,
invece, un elemento di cronica litigiosità e quindi di instabilità nella
gestione della politica del governo.
Le verifiche possono
essere senz’altro utili ma devono essere concise e portare a risultati che
producano reali vantaggi non solo agli operatori della politica ma soprattutto
al paese.
E non ci è ancora affatto
chiaro se e in quale misura ci si stia effettivamente muovendo in questa
direzione.
Una cosa è certa: il paese
non può aspettare in eterno che questi problemi vengano risolti.
Si cerchi una soluzione
che sia davvero una soluzione. Il tempo scorre, la pazienza del paese sta finendo.
Seconda questione. Ci sono
problemi che, più di altri, hanno bisogno di urgenti ed efficaci soluzioni.
Provo ad elencarne alcuni.
1- Il primo è quello di elaborare prima un documento
di politica economica e poi una legge finanziaria che metta a disposizione
delle imprese strumenti e risorse che siano sufficienti a far recuperare
competitività al sistema.
Fino ad ora ciò non è stato fatto se non in misura del tutto inadeguata e solo
per alcuni comparti di impresa, quelli che, nonostante questi aiuti, non sono
riusciti a portare a casa né nuovi posti di lavoro né maggiore valore aggiunto.
Gli altri - l’alta moda come tutto il comparto delle imprese del terziario -
hanno dovuto tirare la carretta da soli.
Così non va, non va e non può più andare.
2- Secondo problema: non c’è oggi riforma più
importante, più urgente, più esiziale di quella della riduzione della spesa
pubblica corrente, una spesa che oggi assorbe il 93% delle risorse dello Stato
lasciando agli investimenti soltanto briciole, meno che briciole. Basterebbe
ridurre questa spesa del 2% per almeno raddoppiare le spese per investimenti.
Si faccia qualcosa perché così non si può più andare avanti. So bene che
ridurre la spesa corrente significa toccare interessi forti e consolidati. Ma o
si fa questa riforma o sarà impossibile realizzare una modernizzazione del
sistema .
3- Bisogna accelerare l’attuazione della riforma
fiscale perché è ormai fuori da ogni logica pensare che si possa rimettere in
moto tutto il nostro sistema economico senza porre mano a sgravi fiscali che
non solo aumentino il potere di acquisto delle famiglie ma che consentano anche
alle imprese di riacquistare competitività su tutti i mercati, quello interno
come quello internazionale.
Un altro anno così e il sistema affonda.
4- Le pensioni. Nessuno nega l’urgenza di una riforma
ma sarà impossibile realizzarla fino a quando, nel paese, non si ricreerà quel
clima di fiducia che, da qualche tempo a questa parte, si è ormai proprio perso
per strada.
Prima di affrontare altri sacrifici - e l’elenco di quelli sostenuti fino ad
oggi sarebbe piuttosto lungo - bisogna dare alla gente la voglia di guardare al
futuro con un po’ più di ottimismo.
Rimettiamo in moto l’economia e poi anche questo problema, sicuramente reale,
potrà essere affrontato e risolto.
Ma prima ridiamo un po’ di ossigeno al sistema. Quello che oggi gli resta gli
basta solo per sopravvivere. E con grande fatica.