“Mettendo a confronto
dati e previsioni
sull’andamento dell’economia che, in queste ore, ci giungono dagli Stati Uniti e dall’Europa con
quelli che ci ha appena fornito l’Istat
tutto credo che si possa fare meno che guardare al futuro, almeno a
quello più prossimo, con ottimismo. Se,infatti, la Federal reserve di Greenspan
non si sente di escludere a priori il rischio che si possa aprire, per
l’economia americana, una fase di deflazione, la Germania ce l’ha già
praticamente dentro casa e per
l’Italia purtroppo appare ormai dietro l’angolo. E’ come se si fosse
improvvisamente “imballato” il motore dello sviluppo che , per alcuni anni, il
processo di globalizzazione dei mercati aveva mostrato di saper far funzionare
a pieni giri.
Le cause le conosciamo fin troppo bene,
ma a preoccuparci sono gli effetti che il prolungarsi di questa situazione
potrà produrre, anzi, di fatto, sta già producendo sulla nostra economia. Anche
la riduzione di un decimo di punto del nostro tasso di inflazione registrata
nel mese di maggio, dal 2,7 al 2,6 per cento, è solo uno zuccherino agrodolce
perché se, da un lato, assorbe la diminuzione del costo del petrolio- e
speriamo che essa possa continuare nel tempo ma , per come vanno le cose, non
ne siamo affatto certi-- dall’altro, è un
indice rilevatore della
dinamica dei nostri consumi oggi inferiore a quella di tutti gli altri
paesi europei ad eccezione della Germania.
E’ come se il nostro sistema economico fosse stretto in una morsa: da una parte, esportazioni in caduta libera a causa sia della supervalutazione dell’euro rispetto al dollaro sia della sempre più scarsa competitività di molti dei prodotti offerti sui mercati internazionali, dall’altro, consumi delle famiglie che si mantengono a livelli assai bassi e che, per quanto riguarda i beni durevoli, appaiono ancora pressocchè fermi.
E’ come se l’auto della nostra economia
si trovasse ferma ad un crocevia il cui semaforo segni sempre rosso.
E’ evidente che un giorno o l’altro, un
anno o l’altro, potrà scattare di nuovo il verde, ma non è ancora chiaro quali saranno i tempi di attesa
perché questa situazione finalmente si sblocchi. Basteranno sei mesi o ce ne
vorranno di più?
La speranza che possa essere l’Europa a
risolvere i nostri problemi mi
sembra, allo stato delle cose, abbastanza illusoria. Primo, perché è ormai
dimostrato che non esiste ancora una struttura politica europea che sia
veramente in grado di fare delle scelte precise che possa realmente incidere
sulle politiche nazionali. L’auto dell’Europa è dotata di un freno ben oleato e
fin troppo funzionante- la Bce, da un lato, il Patto di stabilità, dall’altro-
ma non dispone ancora né di un volante né tanto meno di un acceleratore.
Il Patto di stabilità, in particolare,
si sta rilevando una specie di “garrota” che sta mettendo a dura prova, anzi
soffocando le economie di tutti i paesi europei. E’ uno strumento che è stato
certamente utile ma che ora va sostanzialmente revisionato e adattato alle
esigenze di una congiuntura che , per essere affrontata, ha bisogno di
strumenti che consentano maggiori e assai più flessibili margini di manovra.
Insomma, per certi versi, la struttura
è ancora un modello da esposizione ma non ancora in grado di mettere le ruote
su strada.
Secondo, perchè , insieme ai problemi
imposti da questa negativa congiuntura, il nostro sistema deve ancora risolvere
gran parte dei suoi problemi di carattere strutturale ed è pura utopia pensare
che possa essere l’Europa a risolverli per noi.
Ecco perché credo che per il nostro
paese sia arrivato il momento di mettere da parte le polemiche e di trovare il
modo , possibilmente tutti insieme e comunque con il concorso anche delle parti
sociali che in questo paese contano ancora qualcosa, di uscire da questa specie
di lungo ed oscuro tunnel nel quale ci siamo infilati.
Nessuno mette in dubbio la necessità di
adempiere agli impegni, anzi agli obblighi che l’Europa ci impone per il
risanamento della nostra finanza pubblica. Questo, anzi, deve restare un
obbiettivo che non va perso mai di vista. Ma, al tempo stesso, è indispensabile
adottare misure che, prima di tutto, servano ad aprire l’unica valvola che ci è
rimasta, quella del rilancio della domanda interna e ciò non sarà possibile
fino a quando le famiglie, oltre che le imprese,non riacquisteranno un po’ di
fiducia sulle possibilità di sviluppo della nostra economia.
Oggi questa fiducia non c’è ed è questo
, a mio giudizio, l’elemento che dovrebbe preoccuparci di più.
Da ormai quasi due anni il governo ha
fatto una serie di interventi per l’ammodernamento delle imprese
manufatturiere, ma non si capisce a cosa siano servite tutte queste erogazioni
di denaro se poi queste imprese continuano ad avere magazzini pieni di merci e
di prodotti che nessuno poi ha intenzione di comprare.
Ecco perché credo che il governo debba
finalmente cambiare modelli di intervento preoccupandosi più delle condizioni
di un malato che non riesce più a mettere i piedi fuori dal letto che dello
stato di salute dei medici che gli stanno intorno.
E, con il governo, anche tutti gli
operatori della sfera politica ,
della maggioranza ma anche della opposizione, dovrebbero cambiare il tipo di
approccio con questa realtà.
L’italiano medio è, infatti, sempre più
disorientato, direi frastornato da un confronto politico nel quale si parla di
tutto meno che degli effetti che
questa crisi economica, che ormai dura da un pezzo, sta avendo sulle sue
tasche:erosione del potere di acquisto, risparmi che si accumulano ma che non
si sa più dove investire in modo redditizio, aumento generalizzato delle
tariffe e dei costi dei servizi di base, notevole appesantimento di tutte le
imposte locali, prospettive di lavoro sempre più difficili e che si allontanano
nel tempo.
Per far svoltare la nostra economia
bisogna prima di tutto aggredire e
risolvere questi problemi che
sempre di più assillano ogni giorno la famiglia media italiana. Poi verranno i
problemi della giustizia, anch’essi importanti ma che, rispetto a quelli che ho
prima enunciati, appaiono secondari e così pure altre riforme, compresa quella
delle pensioni che è certo urgente, anzi basilare ma che , per essere davvero
attuata e non diventare fumo di Londra ha bisogno che nel paese si
ricostituisca prima di tutto quel clima di fiducia e di consenso nelle
istituzioni che oggi sembra essersi offuscato, anzi, direi, perso per strada.
Credo che l’accidentato percorso che si tentò di seguire ,
all’inizio di questa legislatura, per la riforma dell’articolo 18 e che , pur
producendo milioni e milioni di ore di sciopero, si è rivelato poi
sostanzialmente inconcludente, dovrebbe aver insegnato a tutti, anche al
governo,qualcosa.
Evitiamo di ripetere errori del genere
e ricominciano a fare del dialogo sociale la struttura portante di ogni
iniziativa che si intenderà intraprendere.
Cominciamo ad occuparci per prima cosa
di quel che sta avvenendo nell’animo ma soprattutto nelle tasche degli italiani
e poi sarà assai più facile risolvere tutto il resto.
E sono appuntamenti già in scadenza
perché di questi problemi soprattutto dovrà occuparsi, a nostro giudizio, il
documento di programmazione economica e finanziaria che il governo si accinge
ad elaborare. Diamo alle famiglie più certezze e si spianerà anche il discorso
, anch’esso ineludibile, sulle riforme di sistema che questo paese deve
realizzare. Cominciano a restituire alle famiglie il mal tolto e cioè dar loro,
in primo luogo, una migliore e meno oppressiva giustizia fiscale e poi tutto
risulterà più facile.
Perché dovrebbe essere ormai chiaro a
tutti che , se non si procederà prima di tutto ad una riduzione della pressione
fiscale, per le imprese come per le famiglie, questo paese è destinato a non
andare più da nessuna parte.
Perché , diminuendo la produzione di ricchezza, diminuiranno le entrate dello Stato e quindi non si saprà dove trovare le risorse che oggi sono necessarie , da un lato, per la realizzazione delle infrastrutture necessarie oggi come il pane e, dall’altro, per ridare a tutto il sistema quella competitività che oggi sembra essersi persa per strada.